“Per chi non si innamora, perchè odia star bene. Per chi invece ama tutti, perchè il vuoto lo teme.”
— Ultimo; Chiave

gracie abrams

Discoholic 🪩

PR's Tumblrdome
almost home
KIROKAZE
"I'm Dorothy Gale from Kansas"
Doug Jones
Noah Kahan
Monterey Bay Aquarium
Game of Thrones Daily
let's talk about Bridgerton tea, my ask is open
Not today Justin

roma★
todays bird

if i look back, i am lost
Mike Driver
tumblr dot com
RMH
Fai_Ryy

blake kathryn

seen from United States
seen from Iraq
seen from Brazil

seen from Singapore

seen from China

seen from Malaysia

seen from Malaysia
seen from Iraq
seen from Israel
seen from United States

seen from Türkiye

seen from Netherlands

seen from United States
seen from Lithuania

seen from United States
seen from Malaysia
seen from Iraq

seen from Pakistan
seen from Malaysia

seen from Colombia
@vaffanculosawsonoioilkiller
“Per chi non si innamora, perchè odia star bene. Per chi invece ama tutti, perchè il vuoto lo teme.”
— Ultimo; Chiave
via weheartit
“Perché lei è arte. Lei è arte con i suoi lineamenti. Lei è arte con quel suo viso da bambina. Lei è arte con quei suoi capelli raccolti o spettinati. Lei è arte con quei suoi sbalzi d'umore. Lei è arte con quel pigiamone in inverno. Lei è arte con le sue lentigini che tanto odia. Lei è arte con quel suo nasino. Lei è arte con quel suo modo di sbuffare. Lei è arte con quel suo modo di porre qualche argomento. Lei è arte con quei suoi modi di fare. Lei è arte con quel suo arrossire improvvisamente. Lei è arte con quel suo essere orgogliosa. Lei è arte quando pur sapendo i propri errori continua ad essere stronza. Lei è arte con tutti i suoi difetti. Lei è arte con quei suoi modi da bambina viziata. Lei è arte quando non sa cosa mettere per uscire. Lei è arte con quel suo modo di tenere per mano. Lei è arte perché con quel suo modo di stringere le mani placa ogni mia tensione. Lei è arte quando le mordo il collo. Lei è arte con i suoi fianchi così perfetti. Lei è arte perché mi fa provare cose che nessun altra ragazza mi fa provare. Lei è arte con le sue gambe così piccole. Lei è arte perché mi perdo solo nei suoi occhi. Lei è arte con quel suo dire “cazzomene” o “me coglioni”. Lei è arte con quel suo mento che vorrei tanto mordere. Lei è arte con quei suoi sorrisini che io amo tanto. Lei è arte con quel suo modo di sbattersi quando non si fa quel che vuole lei. Lei è arte quando mi fa aspettare tre ore giù al palazzo perchè deve prepararsi. Lei è arte quando mangia le patatine. Lei è arte quando mi fa fissare mettendo like a caso. Lei è arte con il suo modo di sclerare. Lei è arte ed è la cosa più bella che non ho. Lei è arte quando deve badare alle cuginette più piccole. Lei è arte quando non vuole scendere perchè è in pigiama. Lei è arte perchè la capisco. Lei è arte con quei suoi buoni voti a scuola. Lei è arte con quel suo taglio d'occhi così perfetto. Lei è arte con la sua intelligenza. Lei è arte con le sue grida. Lei è arte perché senza lei per me nulla ha senso. Lei è arte perché sono geloso di lei. Lei è arte con le sue lacrime. Lei è arte con quei suoi pochi abbracci improvvisi. Lei è arte con quei suoi disegni un po storti, ma fatti col cuore. Lei è arte con i miei elastici al polso. Lei è arte con quel suo modo di ragionare. Lei è arte con quel suo seno. Lei è arte quando mi dice che la faccio sorridere. Lei è arte quando la bacio nei sogni. Lei è arte con quelle sue lunghe ciglia. Lei è arte con quel suo modo di ringraziare. Lei è arte quando parla di Ed Sheeran. Lei è arte perché la penso costantemente da quando l'ho conosciuta. Lei è arte con il suo modo di organizzarsi. Lei è arte con il suo modo di alzare su muri. Lei è arte quando parla di Ayaz in Cherry season. Lei è arte con quella sua armatura invisibile. Lei è arte quando mi manda i messaggi vocali. Lei è arte quando parla di Harry Potter. Lei è arte quando salta di gioia per le caramelle gommose a Coca-Cola. Lei è arte con il suo garbo. Lei è arte con quelle sue collanine appese al collo. Lei è arte quando fa la stupida. Lei è arte quando ascolta la musica. Lei è arte quando scrive. Lei è arte con il suo sogno nel cassetto che sicuramente realizzerà. Lei è arte perché io sono orgoglioso di lei. Lei è arte quando guarda i suoi film preferiti. Lei è arte quando mi dice che non ho bisogno di andare in palestra. Lei è arte quando mi dice che sono scemo. Lei è arte con quel suo odore che sento ovunque e che mi lascia addosso. Lei è arte perché mi ha fatto suo senza che lo sappia. Lei è arte con quella sua vocina. Lei è arte da quel 27 ottobre 1998. Lei è arte altro che Dalì, Da Vinci e Modigliani. Lei è arte perché per lei sono un ragazzo speciale. Lei è arte perchè continuerei a scrivere cose per lei all’ infinito. Lei è arte quando mi dice che va “tutto bene” ma tanto bene non va. Lei è arte perché è la mia fonte di ispirazione. Lei è arte con quel suo modo di essere unica. Lei è arte quando balla. Lei è arte perché mi porta sempre a migliorare. Lei è arte con quelle sue labbra screpolate. Lei è arte con quei suoi occhi marroni che al sole tendono al verde. Lei è arte e non voglio altro. Lei è arte perché è lei.”
— ragazzospeciale3 (via ragazzospeciale3)
Tantissimi Auguroni di Buon Compleanno a Te che non smetti mai di sperare, sognare ed immaginare, credendo in valori sacri come la Famiglia e l'Amicizia e in un futuro migliore! Non cambiare mai perché sono persone come Te che fanno grande il Mondo, rendendolo un posto migliore!
@elenascrive (via elenascrive)
quando si ha diciotto anni forse non si sa niente ma si sa tutto quello che c'è da vivere
(via stancadinonessereamata)
Mentre le ragazze della mia età facevano coi maschi prove di volo, io facevo prove di abbandono. Dopo venti giorni di cinema, pizza, normalità, avvertivo l’urgenza di non vederli più. Ricorrevo all’addio tramite sms: “Non funziona”, come si trattasse di un elettrodomestico. Un introverso mi rispose con uno squillo e sparì nel nulla. Un logorroico mi scrisse una lettera di cinque pagine in cui mi avvertiva che un dipendente era stato risarcito dall’azienda perché licenziato tramite sms, concludeva con: “Quanti danni morali dovrei chiedere io a te?”. Ora fa l’ avvocato. Un ricco mi comprò un cellulare molto costoso per convincermi a richiamarlo. Non accettai: mi piacciono i regali, non gli investimenti. Ora lavora in Borsa. Un mammone, che mi aveva invitato a casa sua per presentarmi, mi rispose “Mia madre ha preparato il pranzo, che le dico?”, gli consigliai di dirle che non avevo appetito. Ora le presentazioni le fa al ristorante. Con loro ero stata prevedibile, inaffidabile, seriale: mai una foto insieme, una promessa, un ripensamento. Eppure, se li incontravo per caso, ci tenevano a fermarmi, volevano a tutti i costi offrirmi un caffè, azzardavano un contatto, mi chiedevano perché fosse finita, io mi chiedevo perché fosse iniziata, perché non m’insultassero, perché non sentissero l’oltraggio, l’orgoglio, l’abbaglio. Avevo detto addio prima della fine: io per loro non avevo fatto in tempo a diventare stanchezza, ero rimpianto, voglia intatta, e loro per me non avevano fatto in tempo a diventare mancanza. Ti ho conosciuto in pizzeria, a un cena universitaria. Stavi seduto accanto a una ragazza, lei era di Latina, ma sosteneva che sua nonna era regina d’Etiopia, tu la guardavi perplesso. Ho preso posto accanto a te, ho pensato: sei tu. Un giorno quando racconterai ad altri il nostro inizio dirai che stavi parlando con una principessa ed è venuta a infastidirti una “zanzarina”, io ti dirò zanzarina a chi?, ma nei tuoi diminutivi sentirò il sollievo di non dover essere grande. Ci siamo rivisti un diciotto maggio alle diciotto, alla fine delle lezioni mi aspettavi. Hai chiesto il mio numero di telefono a un’amica comune e io l’ho rimproverata per avertelo dato. Paura di te, delle nostre notti passate a passeggiare a vanvera per Roma, sai?, mi sembra che certe piazze e certe strade le abbiamo viste solo noi, non le ho più trovate. Mi hai portato in ristoranti sofisticati, ma dal Cinese ti sei fatto coraggio e m’hai baciato. Due giorni dopo ho provato a lasciarti: “Non funziona”, ti sei piantato sotto casa mia, hai pianto, hai detto “Aggiustiamola” e ci abbiamo provato. A insegnarmi come si tiene e si lascia tenere una mano ce n’è voluto, io bravissima a scansare, mi prendevi la mano, indicavi un’insegna e dicevi “tienimela fino a lì, manca poco”. Ho cominciato a cercare la tua mano prima che tu prendessi la mia. Abbiamo noleggiato cento film, non ne abbiamo seguito uno, abbiamo smesso di camuffare i nostri difetti, la discesa del mio naso, la tua altezza, i tuoi capelli arrabbiati, i miei più arrabbiati dei tuoi, il tuo ginocchio, la cicatrice che ho vicino all’orecchio, “bella questa malformazione” hai detto passandoci il dito sopra ed era come se la disegnassi tu in quel momento, ti ho detto “allora è una benformazione”. Abbiamo costruito un vocabolario nostro, di parole minuscole ed esagerate, di progetti fatti, un figlio coi capelli inevitabilmente arrabbiati e i denti a perle, tu gli insegni a guidare la macchina ma io gli dico di andare piano, io gli scrivo le favole ma tu gli spieghi come si sogna. I venti giorni erano scaduti da mesi, anni, non tenevo più una contabilità precisa. La voglia restava intatta e cresceva invece di diminuire. E mi mancavi anche quando c’eri. M’hai dato un anello, ti ho detto “è largo” senza nemmeno provarlo. In chiesa ci tenevi ad andare insieme, io non ero praticante, non lo sono, però una volta ti ho accontentato. Il prete recitava il primo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano.” Il nome di Dio invano non l’avevo mai fatto, ma di addio invano ne avevo detti tanti e dentro di me ho giurato di non aggiungerne un altro. La nostra prima foto ce l’ha scattata un marocchino. Io ho provato a dire no, niente foto, ma tu ci tenevi, hai fatto quella faccia, quando facevi quella faccia io pensavo sempre “perché no?”. È il mio compleanno, mi hai regalato il bracciale col cuore, quello che guardando una vetrina ti ho detto che mi piaceva e tu sei stato attento. Siamo nella stessa immagine: io pallida, quasi trasparente, tu scuro; io col broncio costante, tu che sorridi e non serve chiedertelo. A guardare bene, ci separa un’interruzione, un precipizio, uno strappo netto: l’ho fatto io una sera in cui volevo cancellare le nostre prove e un attimo dopo già l’aggiustavo con lo scotch. La foto l’ho messa in una scatola insieme al bracciale col cuore, all’anello, a tutte le lettere e le parole che non c’assomigliano più. Ma forse un gesto è solo un gesto e una frase è come tante, è chi la sente a caricarla di significato, cerco di convincermi ogni volta che un ragazzo mi fa una carezza, le mani sono mani, le tue, le sue, quelle di un altro, che differenza fa?, lui segue i miei lineamenti, scende sul collo, poi risale, si sofferma sulla cicatrice che ho vicino all’orecchio, penso: la benformazione, e scanso la sua mano infastidita. Vorrei che le parole per me non avessero tutta questa importanza, vorrei che non m’incatenassero a chi le dice, a chi le ho dette. E maledico i ricordi felici perché fanno più male di quelli feriti. Mi tornano in mente le vacanze estive, l’immagine di me bambina, il bagno al largo. Gli altri nuotavano dandosi slancio in lunghezza, con movimenti fluidi si mischiavano alle onde, seguivano la corrente, io m’immergevo quasi perpendicolare all’acqua, spingevo coi piedi, tenevo il respiro, volevo misurare il fondo, toccarlo, prendere una manciata di sabbia e portarla in superficie. Risalivo in modo scomposto, gli occhi rossi, il fiato grosso, stringevo la sabbia bagnata in pugno e mi sentivo più forte, sapevo cos’era il fondo, ero capace di toccarlo e risalire, la corrente fino a quel punto era un pericolo che sapevo gestire. Ho la gastrite, ma la Coca non rinuncio a berla: me la facevi trovare già sgasata, prendevi un cucchiaino e le davi una girata. Ti ho amato per queste accortezze, per le sciocchezze che mi venivano concesse, perché non volevo essere saggia, volevo essere stronza e ragazzina. Ti ho amato perché certe volte non riuscivo a essere forte, volevo solo scivolarti tra le braccia e sentirti dire tutto passa, tutto passa, pure se non era vero, tutto passa, tranne noi, certo, tranne noi. Ti ho amato perché se non mangiavo avevo qualcuno che mi sgridava, perché mi mettevi a tradimento lo zucchero nel tè, perché se mi estraevano i denti del giudizio e avevo la faccia gonfia, mi volevi baciare uguale, perché insistevi per vedere i film horror e poi eri il primo a spaventarti, perché dopo un anno ancora ti spiegavo come arrivare a casa mia e tu alzavi gli occhi e ripetevi “la strada la so”, perché se camminavamo per strada curvavi le spalle per sembrare più basso e io salivo su ogni gradino possibile, perché se mi abbracci scompaio, perché una volta in macchina mentre ci stringevamo ti sei scordato d’inserire il freno a mano e abbiamo tamponato, perché quello che era normale diventava speciale, perché eravamo uno pure se eravamo due, ma soprattutto ti ho amato perché tu mi hai amata. Paura di te, della corrente. Eravamo al largo, così al largo, dov’era il fondo?, dove la fine? Sempre meno mia e sempre più tua. Dov’era il controllo? Dove l’autonomia? Da quando ti ho lasciato, con un sms, mi comporto come se potessi incontrarti ovunque: a una mostra, una presentazione, in qualunque luogo pubblico mi trovi, tengo fisso lo sguardo sulla porta, aspettando di vederti entrare, cerco di farmi trovare sorridente, in buona compagnia, tra persone di successo e se qualcuno mi parla sottovoce e si fa audace, penso: se solo entrassi adesso, adesso, in questo momento, sarebbe un quadro perfetto. Da quando ti ho lasciato, ogni mio momento è recitato come se tu dovessi assistere. Lavoro vicino casa tua, ma allungo la strada per non passare lì sotto, ho il terrore d’incontrarti insieme a qualcuna, le tue mani sui suoi fianchi, vedervi attraversare la strada in fretta, con la certezza di finire sul letto e addormentarvi stanchi. Ma ci s’incontra anche in una città enorme e senza farlo apposta: ci vediamo all’ospedale, io sono radioattiva, ho appena fatto una lastra, tu esci da un esame. Non ci tieni a fermarmi, non mi offri il caffè, a stento un cenno, mi dici parole indegne di te e di me, di noi, vorrei spiegarti, ma spiegarti cosa?, che la paura dell’abbandono fa fare cose assurde, che per paura di sentirsi dire addio un giorno, si pronuncia per primi e subito, mi chiedi “come stai?” e finalmente lo ammetto “male”, mi guardi tutta e dici “non sembra”, “tanto tu sei forte, sei saggia”, sì, io sono forte, sono saggia, “tu non ce l’hai il cuore come tutti gli altri”, già, io non ce l’ho il cuore come tutti gli altri, perché io ne ho uno solo di cuore, gli altri ne hanno almeno uno per ogni occasione. Mi accompagni alla macchina, salgo, provo a mettere in moto. Niente. Provo di nuovo, provi anche tu ma il risultato è lo stesso. Non ho vinto io, non hai vinto tu. Spingiamo la stessa macchina che non è partita, non ha funzionato e non si sa perché, dev’essere la batteria, la benzina c’è, i presupposti per andare lontano c’erano. Spingiamo e parliamo, le tue parole affilate, le mie così vaghe. Penso: ti sto dicendo mille frasi adesso, ma vorrei dirtene solo una e non riesco.
Giulia Carcasi (via unmetrofuoridaisogni)
“Quanto tempo resterai con me? Preparo un caffè o preparo la mia vita?”
Le femmine sò particolari. Sò troppo strane e spesso nun hanno logica. Perché? Nun è da chiede. Le femmine vanno prese pe’ quello che sò. Senza troppe domande. La femmina te la devi coccolà pure quando fa a stronza. Anzi lì ancora di più. Alle femmine glie devi domandà le cose, glie devi fa li complimenti, la devi portà a fasse bella. Nun ce se deve applica troppo su come se comporta, bensì su come te guarda. La femmina vole l'attenzioni, le devi regalà le cose, la devi sbraccicà durante la notte. La devi portà a vedè le stelle, la devi bacià quando se incazza. Te la devi sapè tenè. Perché se pure è l'essere più complesso del pianeta nu la devi capi, la devi ama.
@-allyouneedis- (via -allyouneedis-)
Ci amiamo come si ama Napoli. Sappiamo che in fondo noi ci teniamo l'uno all'altra, ma c'abbiamo mille ostacoli, mille problemi. Ci distruggiamo, ci roviniamo la vita a vicenda, ma sappiamo che siamo l'uno la cura, la soluzione dell'altro. Eppure non riusciamo a urlarci in faccia che siamo più forti di tutto questo e che, se separati facciamo ‘ste scintille, insieme siamo come il Vesuvio. E lo so che tu pensi che io sia così, tranquilla e pericolosa, ma sai pure che se ti avessi ora annulleresti tutto. Noi siamo quella corsa a cento all'ora sulla statale, col Vesuvio davanti e le dita intrecciate. Siamo quella musica che senti per strada e ti vien voglia di ballare, ma siamo pure quella musica così cruda, che parla dei nostri quartieri e pure di noi, che vorremmo solo graffiarci la pelle e morderci le labbra per la rabbia che ci passa. Siamo come la nicotina che brucia in gola, che la voglia di baciarci ci sale ancora di più. Siamo il mare a Mergellina, calmo, ma che non può fare a meno di scontrarsi con gli scogli. Siamo lo spaccio nei nostri quartieri, che sappiamo di farci del male, ma soffrire insieme è meglio che soffrire soli. Perché noi due non ci perdiamo mai, ma non riusciamo ad essere l'uno dell'altra.
Perché a Napoli puoi togliere un napoletano, ma ad un napoletano non puoi mai togliere Napoli. E tu, per me, sei Napoli.
Che poi per essere felice mi basti tu, una pizza e due birre.
"Che poi per essere felice mi basti tu, una pizza e due birre."