È più facile e meno stancante trovare qualcuno che ti tratti come vorresti che spiegare a qualcun altro come dovrebbe trattarti.
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@wannabehereeternally
È più facile e meno stancante trovare qualcuno che ti tratti come vorresti che spiegare a qualcun altro come dovrebbe trattarti.
È finita.
Dice con le lacrime agli occhi, i pugni stretti, le unghie che feriscono i palmi. La voce che si spezza, il dolore di una corda lasciata andare e il bruciore tra le dita.
Ma
È finita.
Dice con un sospiro di sollievo, un piccolo sorriso che si fa strada sul viso stanco. La corda che finalmente lascia respirare, la sensazione di aria nei polmoni.
E
Non ce la faccio più.
Dice urlando, piangendo. Pensa di non avere più forza ma ne ha per pronunciare queste parole, frustrazione, voglia in realtà di combattere ancora, per farsi ancora male.
Ma
Non ce la faccio più.
Dice, con le ossa a terra. La realizzazione che non si può andare avanti così. E quella voce, flebile, che sussurra che se non riesci a farlo, fai altro. La scelta è in mano tua. Non devi farlo, se non ce la fai.
E
Tutto è temporaneo.
Dice col cuore a pezzi. Nessuna inflessione nella voce, lo sguardo tetro fisso su un punto inesistente. Troppo bello per essere vero, troppo vero per essere bello. Il bicchiere mezzo vuoto spaccato sul pavimento.
Ma
Tutto è temporaneo.
Dice in un respiro veloce e ritmato, calmandosi. La speranza che prende il sopravvento sul panico, domani si sveglierà e qualcosa sarà diverso, nuovo. Sapere che non fa nulla.
E
Nulla ha senso.
Dice con un sorriso cinico, le parole che escono dai denti chiusi, gettate come un mozzicone di sigaretta fumata fino al filtro. Non ammette discussioni, era la chiusura di qualsiasi discorso.
Ma
Nulla ha senso.
Dice ridendo di gusto, per spronarsi a fare qualsiasi cosa non si sente di fare. Le parole escono acute e nervose, come in un'improvvisa ondata di speranza.
Questo è il potere del linguaggio. È nella nostra testa.
Le stesse parole, dette in un contesto diverso, con un'inflessione diversa, vogliono dire cose opposte.
Possiamo lasciarle gravare sui nostri corpi e impedirci di andare avanti o possiamo lanciarle lontano per darci una spinta, fosse solo per un solo passo.
Almeno ci si muove.
Sei quello che sei, non quello che ti ha portato qua.
Ogni tanto penso di scrivere. Sul mio quaderno, o qualche poesia stupida per Tumblr, o una canzone da tenere muta, solo per me.
È che non saprei bene da dove cominciare. O come finire. O cosa mettere in mezzo.
Mi rendo conto di essere divisa a metà. Quando esco di casa il pomeriggio ballo per le scale e ascolto musica felice e penso, dio, sono libera. Libera da tutto quel tormento emotivo, da tutto quello che mi appesantiva le giornate, la mente, le spalle. Da te.
Ma poi non è più pomeriggio. È sera ed è notte. E tutti dormono, e io sveglia. E mi chiedo cosa stai facendo. Con chi parli. Mi chiedo se mi stai pensando. E mi muovo solitaria su canzoni tristi per una casa infestata. Da me.
Ma poi non è più notte, ed è l'alba ed è mattina. E io mi sveglio (o mi alzo, semplicemente) dalle mie due ore di sonno (o no) e non c'è musica. E sono arrabbiata. E ti odio. E vorrei che tu stessi male per tutto quello che è successo. Per tutto quello che mi hai fatto. Forse se tu sentissi anche solo la metà del dolore che ho provato io, forse allora questa mia eterna fame nausea sarebbe placata.
Ma poi non è più mattina. I primi raggi di sole mi sciolgono la rabbia. E no, non vorrei mai che tu stessi male. Spero quasi che non ti passi mai per la testa, magari sei riuscito in quello in cui io fallisco ogni giorno - dimenticarti.
E quando la rabbia si scioglie in un qualche accenno di perdono, sono libera, canto, ballo, mi guardo allo specchio e mi piaccio quasi quanto piacevo a te.
Ma poi ad un certo punto è notte. E non so come, sono ancora capace di piangere con questi occhi che non sanno neanche dormire.
Non avrei mai pensato che guarire poteva essere doloroso quasi quanto essere malati.
Riflessioni di vita (piuttosto lunghe)
Gli ultimi due anni della mia vita posso dire che sono stati forse i più impegnativi. Nel bene e nel male.
Metà delle grandi rivelazioni sono successe in questo lasso di tempo. Mi sono dovuta allontanare da tante persone, tante cose, piccole e grandi sono dovute finire, cambiare. In questi due anni colloco i miei quattro grandi fallimenti, che mi hanno stesa sul letto della depressione. In questi due anni, mi sono dovuta rendere conto di quanto fragile fosse la mia salute mentale. L'ansia, l'insonnia, gli incubi, gli attacchi di panico, i periodi depressivi sono aumentati in maniere che mai avrei predetto, costringendomi a prendere provvedimenti, spaventandomi a morte, facendomi pensare in diversi e paralizzanti momenti che sì, ero completamente impazzita.
Ricordo ancora la volta che non ho dormito per quasi 50 ore di fila, facendomi arrivare quasi a delle semi allucinazioni, ricordo i mesi in cui gli attacchi di panico erano sempre più frequenti, ed ogni volta la convinzione che sarei morta era più forte, ricordo l'estate dell'ansia che mi ha impedito di uscire di casa per settimane intere.
E in questi due anni, ho avuto forti ed incredibili rivelazioni sulle mie relazioni. Sulle relazioni che ho continuato a costruire negli anni. Tossiche, tutte, relazioni in cui venivo manipolata, usata, basate sulle bugie, sulle mezze verità, sui ricatti emotivi, basate sulla paura di perdere l'altro, il terrore di rimanere sola, la convinzione che loro erano migliori di me e che non li meritavo e che nessun altro, mai, avrebbe potuto amarmi.
È stato un viaggio incredibile e doloroso, arrivare fin qua. Rendersi conto di chi sono, di cosa faccio. Capire fino a che punto ci si può odiare, fino a che punto si può detestare la propria esistenza e dipendere da minuscoli, inesistenti gesti di finto amore che mi davano persone come buchi neri, lì solo per succhiare via le ultime briciole della mia energia.
Sono distrutta. Sono stanca, sono disperata, sono triste, spaventata, sola. Diffidente. Allontano chiunque si avvicini. Ho paura che queste persone mi abbiano cambiata per sempre e che non sarò mai più capace di dare quello che una volta davo senza che neanche mi venisse chiesto.
Eppure, sto meglio.
Ho passato il tempo a prendermi cura di me, in modo traviato forse. Con una piccola eccezione, sono mesi che non ho attacchi di panico. La mia ansia è più sotto controllo. Sempre lì, ma meno in tempesta. Dormo meglio, di più. Non sempre, ma ci sto lavorando. I miei incubi sono sempre un po’ meno reali, so distinguerli dalla realtà con più facilità.
Ed è vero, ho il terrore di avvicinarmi a qualcuno di nuovo. L'ultima esperienza che ho avuto, in particolare, che ironicamente è durata tutti questi due anni, è stata silenziosa, nascosta, ma profondamente dolorosa. È stato purtroppo e grazie a questa persona che ho dovuto rivalutare tutte le mie relazioni. Ed ha fatto così male che sento ancora la nausea che ho sentito tanti mesi fa quando ho scoperto quanta merda ha fatto questa persona nella mia vita, la sento ancora quando penso di aprirmi e fidarmi di qualcuno.
E da quando ho tagliato i punti con lui, è diventato tutto un po’ grigio, triste, un mondo piatto e senza speranza. Ma in questo mio grigiore, riesco a sentire forte, un bocciolo di serenità che punge per uscire. Meno dubbi, meno paure, meno bugie. So cosa voglio, so cosa non voglio. So cosa non voglio essere e chi posso essere con chi non mi fa del male. So chi tenermi vicino e chi no.
E nel peggiore dei giorni, nel più buio e pieno di lacrime, arriva sempre un momento in cui ringrazio qualsiasi dio esista e non esista per avermi dato una ragione molto chiara per vivere, sempre. E la mia ragione sono le persone che mi sono accanto. La mia famiglia, i miei amici. Le persone che mi hanno fatto capire quanto di più merito dalla vita. E non esiste parola che possa descrivere quanto eternamente grata sia che esistano persone che dovevano scappare a gambe levate, e invece sono rimaste a carezzarmi i lividi e trovare risate quando non esistevano neanche i sorrisi.
Non riesco a smettere di pensarci. Il mondo è tutto piatto e grigio per gran parte della mia giornata ma c'è un luogo, con loro, in cui tutto brilla e si illumina e suona e profuma e penso ogni volta che sì, io vengo da qua, non dal grigiore. E tornerò ad essere colorata e speranzosa e a fidarmi, ci vorrà tempo, pazienza, ma qualcuno guarderà l'orologio con me.
Grazie.
Oggi mi sento di dire a tutti quelli che leggono, che magari ne hanno bisogno, che no, non cambierà. Quella persona non cambierà magicamente, la qualità del tempo non è più importante di quanti giorni di qualità ci sono, se un giorno va benissimo e 10 vanno male, malino, così così, quel giorno è inutile, che se tutti vi dicono che c'è qualcosa non sono loro che non vedono quello che vedete voi, siete voi ciechi di fronte all'evidenza, che una persona può amarvi ma amarvi in modo malsano e che non si ricostruisce da capo una relazione tossica, l'unica risposta esistente è scappare. Se vi state chiedendo se per caso la vostra è una relazione tossica, avete già la risposta. Se di fondo ci sono bugie, manipolazioni, controllo, vittimismo, poco interesse per i vostri sentimenti, non fa niente cos'altro vi da, dovete andarvene.
Fa male, ma mai quanto i dubbi, la gelosia, la paranoia, le ossessioni, le notti a chiedersi cosa hai sbagliato, i tentativi di costruire una casa sulle macerie.
Tenere la corda forte, stretta, tirarla, brucia le mani.
Lasciarla andare è difficile, è ben legata, sembra di essere incastrati, ma non lo siete. Non siete mai, mai, mai incastrati. Avete sempre, sempre, sempre una scelta.
E se leggere questo vi sta facendo male, l'unica scelta plausibile è correre via dalla persona che vi sta mangiando dentro.
Ci ho messo così tanto, due anni forse, ma prima lo fate, prima si guarisce.
Scappate e non guardatevi indietro. Non fatevi del male. Per favore.
Sento dentro, forte, che è la cosa giusta.
Giusta non vuol dire facile. O non dolorosa.
Mi rendo conto che questo dolore è sano, che questo lutto per qualcosa che muore è necessario. Mi rendo conto che è più sopportabile del dubbio che mi hai incanalato, della gelosia, delle insicurezze. Del devo essere di più per non perderlo. Perdere cosa, poi? Le tue bugie, i tuoi cambi improvvisi che manco il meteo, le tue manipolazioni?
So forte, dentro, lo so bene, tutto ciò.
Ma fa male, nonostante tutto.
Non continuamente. Passo i pomeriggi con le mie amiche e sono genuinamente contenta e senza pensieri. Mi sveglio la mattina con un peso in meno, con delle domande in meno. Vado a dormire senza la costante preoccupazione.
Ma quando fa male, in quei pochi momenti, colpisce proprio dove deve colpire. I ricordi. Tu che mi guardi come se fossi un sogno. La tua voce spezzata dalle lacrime. Tu che ridi da solo alle tue battute. Come parli di me, come se fossi speciale e la mia bontà, la mia intelligenza fossero trascendentali. Le giornate a giocare. Le prese in giro sulla mia musica, o sui miei libri. Le canzoni che dicevi erano nostre.
Quando sono lucida, so che non valeva nulla. E sto bene, e aspetto che la vita mi regali qualcosa di più bello, più semplice, meno dannoso.
Quando non lo sono, non lo sono.
E quando non lo sono, sei ancora l'unica persona con cui vorrei parlarne.
Ma la supererò. Ti supererò.
Dopo un po’ di tempo lontana dalla scrittura, riaccolgo i miei (probabilmente pochi) lettori dipingendo due scene diverse che ho vissuto in questi ultimi giorni.
La prima risale a un mercoledì pomeriggio disimpegnato e col sole alla finestra. Degli avvenimenti improvvisi e scomodi mi avevano portata al telefono con una persona, alla quale, col cuore in mano, stavo confessando dei pensieri e dei sentimenti che mi avevano portata in luoghi scuri della mia mente, piuttosto delicata devo dire. Portare allo scoperto tutto ciò ha cambiato le nostre carte in tavola, carte che abbiamo dovuto curare e risistemare per due anni e che sembravano finalmente solide e non in una torre pendente. Dover rivalutare tutto questo, insieme, ci ha spezzato il cuore. Lo si sentiva nelle nostre voci, in come abbiamo pianto entrambi, in come ci siamo aperti con parole tremanti e nella paura reciproca che questo gioco di carte non facesse per noi. Era triste. Piangere insieme, accarezzarci con le parole, sdrammatizzare per sentirci ridere ancora un po’. Era triste ma sentivo il suo affetto, le sue paure venire a galla, il suo volere e non potere. Lo sentivo ridere nonostante il cuore pesante e tutto questo ha reso un momento triste, un momento felicemente triste.
La seconda scena risale al sabato pomeriggio successivo, fin troppo soleggiato, quasi estivo. Carte reali su un tavolo di legno sotto il sole, musica dal mio ukulele, brocche di vino che scintillavano sotto il sole, nei nostri bicchieri e sulle nostre labbra. Il mio cuore ancora pesante dai giorni precedenti, la mia testa fragile e piena che chiedeva solo una pausa da tutto quel pensare, da tutto quel desiderare, da tutta quella finzione che si scontra con la realtà. Ma la mia voce suonava leggera ed ubriaca sopra le corde dell'ukulele, il mio viso splendeva in un sorriso nelle foto da simil modella che mi facevano, mentre io inciampavo tra l'alcol e i sentimenti. Quelle tre persone sedute accanto a me, che cantavano con me, che mi mettevano i fiori tra i capelli e ancora vino nel bicchiere, che si lamentavano del sole troppo caldo e che contavano le carte da lanciare sul tavolo, sapevano come stavo, sapevano come volevo stare, dove volevo la mia mente (lontana da tutto quello che la attorcigliava), e tutto ciò ha reso un momento felice, un momento tristemente felice.
Sto ancora cercando il giusto equilibrio ma questi due momenti saranno per me per sempre la prova di come tutto si può trasformare in tutto e di come quando i sentimenti sono abbastanza forti, non si annullano ma si alimentano.
Svegliarsi e “che palle, di nuovo”.
Non mi curo abbastanza della tua noncuranza, uno scioglilingua o un paradosso?
Semplice stupidità mia.
Ti chiamavo alle 3 di mattina tornando da una festa, ubriaca, per ridere e sentirmi sicura e amata.
Ora non avrei nulla da dirti, anche se rispondessi.
Vorrei esistesse un interruttore al cuore, qualcosa per spegnerlo, per rinchiudere tutti i pezzi in una bolla sigillata dove non possono più pungere.
Dovresti insegnarmelo. Come tu hai fatto con me, come tu sei riuscito a distruggere con le tue mani tutto ciò che di bello avevamo, come sei riuscito a dimenticarti che ero importante per te, che valevo qualcosa, dovresti insegnarmi come fare tutto questo.
Sono seduta nello stesso posto, nella stessa posizione di quasi due mesi fa, quando avevo scoperto quello che mi avevi fatto, quando piangevo e tremavo e trattenevo i conati di vomito all'idea di te che mi menti per un anno, che te ne freghi del mio cuore spezzato.
E nulla è cambiato. Ho pensato, ingenuamente, che tu avessi imparato qualcosa, che forse c'era ancora lo spazio di un respiro per noi, per tornare quelli che eravamo. Ero quasi riuscita a perdonarti.
Ma tu non hai imparato. E non imparerai mai. E sono io ora quella che deve imparare.
Quindi sono qui, quasi le 2 di mattina, a elencare tutti i momenti in cui mi hai spezzato le ossa lasciandomi fragile e distrutta, il tutto per farmi male di nuovo, per convincermi che basta, deve finire, non importa come, magari con te che non impari nulla e non te ne frega niente e non mi scrivi mai più, ma deve finire, è già finita ma io non l'ho mai accettato, devo fare miei tutti i momenti in cui mi hai fatto del male e imprimerli tanto a fondo da non voler mai più vedere il tuo viso.
Non trattenermi sui pochi giorni di incredibile felicità e farmi pungere dagli infiniti giorni di dolore.
Basta nostalgia, basta speranza. Non cambierai mai.
Voglio rilasciare tutte ste emozioni schifose in qualcosa di artistico, qualsiasi cosa, sono così in preda all'ansia dell'artista, dell'artista rotto che deve svuotarsi di tutto, che non so neanche da dove cominciare.
Creare per distruggere.
Se hai la sindrome della crocerossina e ti ritrovi a fare da infermiera a casi umani che ti riempiono di tossicità e insoddisfazione, beh, benvenuta nel club!
Dovrà pur esistere un crocerossine anonime?
Il dolore ti fa perdere.
Mette le radici così a fondo che i germogli sembrano da sempre parte di te, e talvolta è l'unica parte di te che vedi con chiarezza.
Ho bisogno di ricostruirmi, di ritrovarmi in ciò che amo e non più in ciò che ho perso.
Flusso di coscienza di una persona che sente che sta per andare fuori di testa
Non so cosa sta succedendo nella mia testa, c'è solo confusione, un misto di paura e risentimento e tristezza e nostalgia. Mi sto perdendo, non so dove sono, non mi riconosco, questa non sono io. Sono in ansia, ho paura che potrei avere un attacco di panico, e tutto questo non riguarda te, tu sei la causa, riguarda me, chi mi hai fatto diventare, questi rimasugli di me che hai lasciato sul pavimento, sono io, io non tu, tu sei solo lì a guardare la mia autodistruzione.
Vorrei usare il sonno come scappatoia. Ma la mia scappatoia da sempre è l'insonnia. Arriva un momento in cui la stanchezza prende così tanto il sopravvento che non sai neanche come ti chiami. Può avere la sua utilità non dormire, ma ci mette un po’ a farsi sentire.
Vorrei fare qualcosa. Qualsiasi cosa che mi tolga la testa da questo posto buio e decadente. Ma è incastrata. Se inizio a fare qualcosa, a metà mi distraggo. Il mio sguardo si fissa su un punto indefinito e qualsiasi cosa avessi per le mani, deve aspettare che torni per una frazione di secondo sul pianeta terra.
Non so come ci sono arrivata a questo punto. Le modalità, sì, le ho vissute. Ma non ne so i motivi. Non sono più sicura di aver fatto la scelta giusta. Non sono più sicura che questo sia il posto e il momento giusto. Forse tanto tempo fa, più di un anno fa, avrei dovuto fare un passo indietro e non voltarmi. Perché ora, forse ora è troppo tardi. E anche se dovessi riuscire ad allontanarmi, questa è una ferita che non si rimarginerà facilmente.
Non è neanche solo per te. Per i due anni di cuori spezzati. Per il tempo che ho probabilmente perso, senza guadagnare nulla. Assolutamente nulla.
È per quello che ho imparato, da te. Il non fidarsi, dopo che mi hai mentito per più di un anno. Che sono una stupida ingenua, per averti perdonato. Che ho la sindrome della crocerossina, perché non riuscivo a dormire se sapevo che stavi male ed eri solo. Che la gratitudine non conta nulla talvolta. Che il senso di colpa dura poco e poi gli stronzi tornano stronzi. Che le persone non hanno sempre il potenziale che vedevo io, che forse non ho fatto altro che illudermi e devo gettare via la favola delle persone buone. Che nostante tutto quello che ho fatto per te, dopo quello che mi hai detto non riesco a pensare a nient'altro che forse è colpa mia. Nonostante tutto quello che tu, hai fatto. Colpa mia perché forse sono sempre stata io la parte tossica di noi. O almeno, tu me lo stai facendo credere ed ora la mia testa sta per esplodere e mi odio e vorrei poterti cancellare ma-
Ma non cambia nulla perché anche se ho detto di essere esausta, anche se ho detto che non ce la faccio più, so che in fondo sono ancora qua, un po’ ad aspettarti.
E mi odio per questo.
Ti prego, lasciami andare.
Come osi dare fuoco alla casa che ho costruito io, da sola, per te?