Prima di arrivare a Mandalay ho preso la decisione di ridurre i giorni da passare in Myanmar e passarne alcuni in relax in qualche isola thailandese, per fare un’ultima scorta di sole prima del gelido rientro. L’intento è soprattutto quello di rimandare le esplorazioni a quando ci tornerò con A., imparando a convivere con questa nuova cosa che ho deciso di chiamare nostalgia da interruzione, cioè il disagio che si prova quando un imprevisto non grave ostacola il raggiungimento della felicità in un momento in cui tutto va per il meglio. Prima di cambiare aria ho fatto un ultimo giro in motocicletta nei villaggi intorno a Mandalay.
Ho saputo che ad Amarapura (sobborgo a sud di Mandalay) c’è un monastero dove, se ci si presenta alle 10, si ha la possibilità di mangiare coi monaci alle 10:30. Sono arrivata un po’ in ritardo anche per il terzo grado di uno strano ragazzetto inglese che mi ha impezzato chiedendomi della moto (‘ma dove l’hai presa? Quando costa il noleggio? Che coraggio! Io giro in taxi, ma sono tentato etc‘). Lo scenario non era proprio quello che mi aspettavo. C’era una gran folla di turisti di ogni parte del mondo armati di macchine fotografiche aggressive. Circondavano minacciosi su ogni lato l’edificio e il cortile dove i monaci si apprestavano a fare la fila per avere il piatto di riso, per poi prendere posto sulle lunghe tavolate.
Tra i tavoli non compariva nessun volto da turista, erano tutti fuori a spiare la scena del banchetto, mi è quindi venuto naturale associare questo fenomeno quasi voyeristico ad una specie di “acquario” buddista, al quale i monaci si sottopongono (alla stregua di animali da circo) per le offerte che ne traggono.
I temibilissimi turisti in tenuta d’attacco
L’ho trovato un po’ triste, anche perché non c’era modo di interagire con loro. Addirittura, comprensibilmente infastiditi, nel camminare non ti guardavano nemmeno, facendo finta di ignorare tutta la bizzarra fauna di stranieri.
Me ne sono andata, ricordando le preziose esperienze, le dimostrazioni di ospitalità e condivisione che ho ricevuto in passato in luoghi sacri analoghi, ma meno conosciuti evidentemente.
Ho trovato più interessante questo gatto.
Uscendo dal monastero mi sono fermata a preparare l’Edirol per una registrazione, incuriosita da rumori metallici forti provenienti da molte casette. Le case nei villaggi sono fatte di bambù intrecciato come in Laos e Nord Thailandia, mi fanno impazzire perché gli intrecci sono precisissimi:
Curiosando attirata dai rumori industriali che si propagavano, ho scoperto un numero impressionante di filande locali, dove avviene la lavorazione dei longyi, cioè i quadrati di tessuto che si indossano in Myanmar.
Curiosando ancora qua e là sono capitata in un’azienda che lavora la canna da zucchero! Mi sono fatta spiegare ovviamente tutto, nessuno sapeva una parola di inglese ma sono stati bravissimi e ho capito questo:
All’ingresso c’era una montagna di fogliame di canna da zucchero essiccate, che viene utilizzata come combustibile
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La canna viene “spremuta”
Il succo estratto viene fatto bollire per quasi un’ora
Cottura ad alta pressione
Forno di alimentazione
Pasta di zucchero, raffinata poi altrove
Dopo questa lezione proseguo il mio giro verso Sagaing, aldilà del gigantesco fiume Irrawaddy.
Il ponte non finisce mai! Faccio poi un giro sulle colline sacre per soddisfare la mia mania di vedere tutto dall’alto e poi mi dirigo verso Inwa, un’antica capitale birmana (regno di Ava). Riesco a portarmi dietro la motocicletta facendola salire su un’ imbarcazione (ad un costo spropositato tanto che al ritorno decido di fare il giro lungo e passare il ponte zona aeroporto) e quando scopro che per gli stranieri entrare nella città costa 10$, sdegnata decido di evitarlo per boicottare le tasse dell’esercito. Ho preferito piuttosto girare tutto il circondario campestre disseminato di tempietti nascosti nella natura.
Il fatto è che il Myanmar (se non si sta attenti) è molto caro per essere un paese asiatico e lo è ancora di più in virtù del fatto che è un paese in via di sviluppo. Costa tanto pernottare (in città minimo 20$ se si è fortunati) perché l’esercito pretendono le strutture abbiano una licenza speciale per ospitare stranieri (tipo a Cuba), difficile (ma non impossibile) aggirare la cosa. A volte le città da visitare hanno un biglietto di ingresso, come a Bagan, Inwa, Inle Lake e risulta fastidioso perché non è possibile dormire altrove facilmente, una volta arrivati. Come mia politica personale, questo motivo, ho cercato di fare il possibile per evitare di sovvenzionare questo sistema, sperando che da marzo, cioè da quando l’NLD entrerà ufficialmente in possesso dei suoi poteri dopo la vittoria alle elezioni, le cose possano cambiare. Personalmente ho i miei dubbi ma sperare non costa nulla.
Il rientro è stata un’avventura perché appena si esce dalle strade principali ecco che non solo sparisce l’asfalto, ma anche i lastroni di cemento. Soltanto terra. Motocross! Devo ammettere che in questo non so come avrei fatto senza GPS, più di tutto perché stava tramontando il sole e a sud di Inwa è tutto veramente rurale. Impagabile il chiedere conferma ad ogni persona che ho incontrato, che non appena mi vedeva mi guardava di uno stupore buffissimo.
Ma ce l’ho fatta, ho festeggiato con una Mohinga nei pressi del ponte di legno di Amarapura (foto prima del titolo del post) grande attrazione della zona.
Rientrata a casa col buio, distrutta. È stato un bel ultimo giorno in Myanmar per questa volta. Ma adesso è ora di tornare!
Il tempo di tornare Prima di arrivare a Mandalay ho preso la decisione di ridurre i giorni da passare in Myanmar e passarne alcuni in relax in qualche isola thailandese, per fare un'ultima scorta di sole prima del gelido rientro.










