"Chissà che penseranno" si chiese Colin, seduto per terra titubante, con i pensieri in subbuglio e la testa che gli scoppiava a causa del forte mal di testa.
Era seduto sul freddo pavimento ricoperto da piastrelle marrone scuro e beige alternate, mentre aveva in mano un barattolo giallognolo contenente delle pillole.
Aveva appena litigato con suo padre, l'unico ad occuparsi di lui.
Guardò in alto, fuori dalla finestra, verso il cielo azzurro ricoperto da bianche nuvole con forme bizzarre.
"Ti voglio bene, mi manchi" sussurrò a sua madre, ormai troppo distante da lui. Sandra, sua madre, era morta pochi mesi prima e la perdita aveva sconvolto il giovane, così tanto da lasciarlo solamente confuso.
"Perché" continuò a sussurrare; era legato a sua mamma, davvero tanto,e perderla… era stato come perdere sè stesso.
"Perché l'hai fatto" continuava a domandare a sua madre, consapevole che non avrebbe mai ricevuto una vera e propria risposta.
"Mi manchi sai" ed ingoiò la seconda.
"È dura senza di te" terza pillola.
Quarta, quinta, sesta, settima…
Forse ne aveva prese troppe.
La testa gli girava, tutto era sfocato.
"Col! Posso entrare?" ma il ragazzo era ormai troppo debole per rispondere.
Tom, suo padre, entrò e l'ultima cosa che Colin vide prima di cadere in un lungo volto fu la disperazione negli occhi di suo padre.
Colin cadde in un lungo e profondo sonno, in coma.
Colin si ritrovò, non appena aprì gli occhi in mezzo ad una distesa di neve bianca e candida: come c'era finito lì?
Si alzò da per terra, si spazzò via la neve dai vestiti, e si guardò in torno, chiedendosi dove fosse finito siccome quel luogo non gli era per nulla familiare.
Si incamminò, non sapeva nemmeno lui di preciso dove, ma voleva scoprirlo.
Camminò, per ore forse, senza mai fermarsi.
Sfinito per la lunga camminata, si accasciò per terra di fianco ad un imponente albero, ma non si addormentò poiché vi era un vento talmente forte ed atroce, un vento gelido da far congelare persino le sue ossa.
Dopo aver recuperato in parte le forze, si fece coraggio, e camminò ancora un po' finché giunse ad una piccola casetta accanto ad un lago ghiacciato, con una vista strepitosa ma allo stesso tempo inquietante. Non osò bussare, non voleva chiedere carità o elemosina, si limitò a sedersi un una piccola panchina innevata lì nei dintorni.
Si tolse il giubbotto e lo utilizzò come coperta, cadendo in un sonno profondo, a causa della stanchezza.
"Colin… Colin…Svegliati" a Colin parve di sentire la voce di sua madre, Sandra.
Sbarrò allora gli occhi. E... rimase stupefatto.
“Mamma? Sei tu?” chiese emozionato.
“Sì Col, sono io” rispose sua madre allargando le braccia, pronte ad accogliere il figlio.
E Colin, rimasto senza parole l'abbracciò.
Si era riunito, finalmente, alla sua mamma.
“Signore… mi spiace tanto per la sua perdita.” confidò il dottore a Tom, il padre di Colin.
Tom non aveva la forza di piangere, né di urlare, né di fare nient'altro era solamente… vuoto.
Sua moglie e suo figlio se n'erano andati, era rimasto solo.
Ricordava ancora quando trovò la sua amata; nella vasca da bagno, con i polsi tagliati, l'acqua tinta di rosso e il mascara colato, segno che avesse sofferto.
Non gli fu data una spiegazione, né un motivo, tanto meno una lettera d'addio. E così accadde con il suo amato Colin, suo figlio, l'unica persona a lui cara rimasta al mondo.
Era troppo il dolore, ma lui, non avrebbe mai avuto il coraggio di fare come loro due. Era troppo legato alla vita, anche se non aveva più niente ormai per cui valeva la pena vivere.
Con il cuore affranto tornò a casa: lavorava al computer, andava a lavorato, dormiva, mangiava, cercava di distrarsi.
“Tom, ho saputo della tua perdita, mi spiace…” disse Henrik, un collega di Tom.
“Grazie…” si limitò a dire l'uomo.
E con fare affranto tornò a lavorare; Henrik, dispiaciuto allora cercò di rimediare.
“Che dici, sta sera ti va se passi da me?” chiese il collega.
Tom esitò un attimo, stava per rifiutare, quando si accorse che Henrik era l'unica persona che si era dimostrata interessata nell'ultimo periodo, quindi accettò; si diedero appuntamento per le 20:30, dopodiché ripresero a lavorare.
Tom stava uscendo di casa, prese le chiavi della macchina, l'aprì, la mise in moto, e partì.
Arrivò dopo ben venti minuti di strada arrivò finalmente a casa del collega Henrik.
La strada era deserta, la luce invernale era ormai sparita lasciando spazio al buio che precedeva ormai la notte.
Chiuse la macchina e si diresse verso il palazzo.
Tom stava attraversando quando ad un tratto sbucarono dal nulla due fari di un'auto, troppo veloce perché Tom si potesse spostare in tempo, e fu inevitabile.
Henrik, intento a cucinare sentì un botto all'improvviso, corse verso il balcone e guardò giù.
Impanicato, si diresse immediatamente giù per le scale e corse in strada a soccorrere l'amico.
I soccorsi arrivarono, prelevarono il corpo e lo trasportano con l'l'ambulanza verso l'ospedale più vicino.
Purtroppo Tom non ce la fece ad arrivare all'ospedale. Morì in ambulanza.
Henrik era molto dispiaciuto, ma il cuore gli si spezzò letteralmente quando scoprì che non aveva nessuno a cui poter dare la triste notizia.
Tom si rialzò dalla neve, ignaro di cosa stesse succedendo. In lontananza vide una casa con un camino fumante, due persone erano proprio lì fuori, e pensò di raggiungerle. Con passo sostenuto si avviò verso la casa, e man mano che si avvicinava, rimase incredulo a ciò che stava vedendo. Quando fu abbastanza vicino corse verso le due persone al di fuori dell'abitazione, con le lacrime di gioia che gli rigavano il viso: Sandra e Colin. Anche loro lo videro e l'accolsero a braccia aperte, commovendosi anch'essi a loro volta.
Una cosa era certa ora: nessuno dei tre era più solo.