Nel grigiore dell'alba, trovai la pala nel garage e scesi il pendio fin dove il prato incontra i boschi. Lì, sotto un ciliegio, cominciai a scavare. Il suolo era morbido e per fortuna sgelato, e il lavoro fu rapido. Era strano essere fuori in cortile senza Marley, il Labrador retriever che per tredici anni aveva fatto in modo di starmi alle costole a ogni uscita di casa, fosse per raccogliere pomodori, strappare erbacce o ritirare la posta. E adesso ero qui solo, a scavargli la tomba. "Non ci sarà mai un altro cane come Marley", commentò mio padre quando gli riferii che avevo dovuto farlo addormentare. Era il miglior complimento che il nostro fedele amico avesse mai ricevuto. Nessuno lo ha mai definito un grande cane, e neanche un buon cane. Era sfrenato come un ossesso e forte come un toro. Affrontava gioiosamente la vita con l'irruenza di un disastro naturale. E' l'unico cane che sia mai stato espulso da un corso di educazione all'obbedienza. Marley era un divoratore di divani, un demolitore di porte a zanzariera, un dispensatore di saliva, un ribaltatore di coperchi di pattumiera. Era così grosso che poteva ingollare tutto il cibo che c'era sul tavolo della cucina con le quattro le zampe piantate a terra, e lo faceva quando non guardavamo. Marley ha fatto a pezzi più materassi e ha distrutto più muri di quanti riesca a ricordare, quasi sempre per via del terrore che il suo mortale nemico, il tuono, gli incuteva. Era un animale imponente, una cinquantina di chili di muscoli guizzanti avvolti da una superba pelliccia color miele. Quanto a cervello, lasciatemi dire che ha dato la caccia alla sua coda fino al giorno in cui è morto, apparentemente convinto di essere sull'orlo di una grossa svolta nel mondo canino.Quella coda poteva spazzare via in un sol colpo tutto quello che c'era su un tavolino. Ha ingoiato di tutto, compresa una collana d'oro di mia moglie, che poi recuperammo, più splendente che mai. Una volta lo portammo con noi in un ristorante all'aperto e lo legammo al pesante tavolo di ferro. Grosso errore. Marley individuò una graziosa barboncina e partì come un razzo, tirandosi dietro il tavolo. Ma il suo cuore era puro. Quando ricondussi a casa mia moglie dopo la visita dal ginecologo in occasione della sua prima gravidanza conclusasi con un aborto, quel bestione posò gentilmente la testa sul suo grembo e pianse con lei. E quando finalmente arrivarono i bambini, capì in un certo senso che erano qualcosa di speciale e permise loro di arrampicarsi su di lui, tirargli le orecchie e strappargli ciuffi di pelo. Un giorno quando uno sconosciuto tentò di trattenere uno dei bambini, il nostro allegro gigante mostrò una ferocia che non avevamo mai immaginato possedesse. Con il passare degli anni, Marley si calmò e dormire divenne il suo passatempo preferito. Alla fine, perse l'udito e i denti, mentre le anche erano così compromesse dall'artrite che riusciva a reggersi a stento. Nonostante l'infermità, ci salutava con l'esultanza che era la sua caratteristica. Qualche giorno prima della sua morte, lo sorpresi con la testa infilata in un bidone della spazzatura. Una persona può imparare molto da un cane, anche da un cane strambo come il nostro. Marley mi ha insegnato a vivere ogni giorno con frenata esuberanza e gioia, a cogliere l'attimo e a seguire il mio cuore. Mi ha insegnato ad apprezzare le cose semplici: una passeggiata nei boschi, una nevicata, un sonnellino sotto un raggio di sole invernale. E mentre diventava vecchio e malandato, mi ha insegnato l'ottimismo di fronte alle avversità. Soprattutto, mi ha insegnato l'amicizia, l'altruismo e una profonda devozione. Quando arrivò il suo momento, mi inginocchiai accanto a lui sul pavimento della clinica veterinaria, accarezzandogli il muso ormai grigio mentre la dottoressa parlava di cremazione. No, le dissi, lo riporto a casa con me. Il mattino dopo, la nostra famiglia sarebbe stata sul ciglio della fossa per dirgli addio. I bambini avrebbero lasciato cadere i loro disegni accanto a lui. Mia moglie avrebbe parlato a nome di tutti noi dicendo: " Dio, quanto mi mancherà questo grosso, sciocco cagnone!". Ma ora avevo qualche minuto con lui prima che la dottoressa ritornasse. Ripensai a quei tredici anni, ai mobili distrutti, alle stupide buffonate, ai baci bavosi e all'immensa devozione. Tutto sommato, una bella storia. Non volevo che lasciasse questo mondo credendo a tutte le scioccheze che avevamo detto su di lui. Posai la fronte contro la sua e sussurai: "Marley, sei un grande cane"!