LE GUERRE CIVILI DEL LIBANO
 Cessata la dominazione coloniale francese, il Libano nasce come uno Stato senza alcuna connessione sociale e senza alcuna possibilità di diventare una nazione. E’ la sfiducia di ciascuna comunità religiosa nei confronti delle altre la caratteristica dell’appena nato Stato del Libano: i cristiani si sentono quanto mai vulnerabili in una regione popolata da musulmani; i drusi (sciiti che hanno abbandonato l’ortodossia musulmana), dopo essere stati pesantemente perseguiti in Egitto fin dall’XI secolo, si erano rifugiati sulle montagne libanesi dove per due secoli erano stati costantemente in guerra con i crociati; gli sciiti, musulmani anch’essi, ma perennemente in dissenso con la componente sunnita musulmana, erano in passato arrivati ad allearsi perfino con i crociati. Quando il Libano diventa uno Stato indipendente tutte queste componenti religiose si vedono costrette a vivere assieme. Per evitare che il neonato Stato precipiti subito in un bagno di sangue, non resta altro che la sottoscrizione di un Patto Nazionale che fondi il poter politico su base religiosa. Sulla base di questo Patto il presidente della repubblica libanese dovrà essere un cistiano maronita, il primo ministro dovrà essere sunnita e il presidente del Parlamento sciita. Le altre comunità dovranno invece accontentarsi, di volta in volta, di qualche ministero. Alla base dell’esplosione che avverrà alla metà degli anni Settanta c’è quindi questa forma esaperata di confessionalismo rigido. Per meglio capire la Guerra del Libano è necessario dividere in cinque fasi i 15 anni che martorieranno questo Paese :
 1975-1976: FASE PALESTINESE:
durante la quale lo scontro è soprattutto tra Palestinesi e Cristiani.
 1976-1978: FASE SIRIANA:
 caratterizzata dall’intervento dei siriani in funzione di mediatori che, di volta in volta, appoggiano l’uno o l’altro dei contendenti, con un unico scopo: impadronirsi del potere libanese.
 1978-1982: FASE ISRAELIANA:
 con l’invasione del Libano e la creazione di una “zona di sicurezza”, cioè una vera e propria occupazione, nel sud del Paese.
 1982-1990: FASE INTEGRALISTA:
 con la discesa in campo degli Hezbollah, (sciiti filo-iraniani) che scompaginano tutte le alleanze.
 1988-89: FASE DELLA GUERRA INTERCRISTIANA:
in cui lo scontro è tra le varie fazioni della destra cristiano maronita, seguita alla "PAX SIRIANA" che ufficializza la presenza dell’Esercito di Damasco in Libano attraverso un trattato di alleanza.
 palestinesi sono presenti in Libano dal 1948. Si tratta nella maggior parte di civili fuggiti dalla Palestina con la creazione dello Stato Ebraico che vivono in campi profughi. La loro speranza è quella di tornare al più presto nella loro terra. La sconfitta del 1967 degli eserciti dei Paesi arabi nella Guerra dei Sei Giorni con Israele rende impossibile il ritorno dei Palestinesi. E’ in questa fase che nasce la scelta della lotta armata da parte dell’OLP. Il Libano accoglie a braccia aperte la guerriglia palestinese, tanto che nel 1969 il Governo di Beirut sottoscrive al Cairo degli accordi che consentono ai Palestinesi di utilizzare il territorio sud libanese per organizzare la guerriglia contro Israele. La cacciata dei guerriglieri palestinesi dalla Giordania (il “settembre nero” del 1970) rimpingua ulteriormente la presenza palestinese in Libano che diventa così l’unico Paese confinante con Israele dal quale la resistenza palestinese possa scatenare i suoi attacchi. Ma la rappresaglia israeliana non si fa attendere. I bombardamenti aerei e i tiri di artiglieria colpiscono sia i guerriglieri palestinesi che i civili palestinesi e libanesi. Finanziati dalla monarchie petrolifere del Golfo e armati dall’Unione Sovietica, i palestinesi diventano in Libano uno Stato nello Stato. I primi a reagire a questa presenza sono i cristiani. I maroniti in particolare sospettano che Yasser Arafat, leader palestinese, capo dell’OLP, miri a prendere il potere in Libano per installarvi uno Stato palestinese. Nel 1973, finanziate ed armate da Israele, le milizie falangiste, create nel 1936 da Pierre Gemayel, che si nutrono di un’ideologia decisamente fascista, cominciano a fare opera di disturbo - con l’aiuto dell’Esercito libanese - verso i gruppi armati palestinesi. Si tratta, per il momento, solo di piccole scaramucce che preludono ad uno scontro in campo aperto. I nazionalisti cristiani, così come i militanti dell’OLP, cominciano ad allestire propri campi di addestramento. Il vento della guerra comincia a soffiare. Non è solo la questione palestinese ad agitare le acque. In palio c’è la gestione del potere in Libano. Da un lato i cristiani, sostenuti da Israele, cercano di difendere l’indipendenza e la sovranità del Paese e i loro privilegi; dall’altro i musulmani, sostenuti dai palestinesi, reclamano una spartizione più equa del potere statale. Nell’aprile 1975 una serie di scintille danno fuoco alle polveri. Sono le prime ore del 13 aprile 1975: un autobus palestinese che trasporta esponenti dell’FLA, il Fronte di liberazione arabo (pro iracheno) da Sabra a Tall al Zatar, cade in un’imboscata nel quartiere cristiano di Ain al Remmaneh, nello stesso punto in cui, nel corso della stessa mattinata, quattro falangisti erano stati uccisi. I morti sono 27, numerosi i feriti. L’incendio si diffonde nei quartieri periferici di Beirut e sembra portare al pettine tutti i nodi del passato più recente, prendendo subito la dimensione di uno scontro sociale tra cristiani ed arabi, questi ultimi non dimentichi di quanto era successo due mesi prima a Sidone, dove, nel febbraio, un dirigente sindacale, Maarouf Saad, era stato ucciso dall’esercito durante una manifestazione. Il fatto che le Falangi avessero organizzato, il 4 marzo, una spettacolare manifestazione a sostegno dell’esercito, non era passato inosservato ed anzi aveva ancor di più acceso gli animi. E’ evidente che i fatti accaduti tra il febbraio e l’aprile del 1975, se da un lato rappresentano la miccia scatenante di quella che sarà una guerra intestina al Libano e che durerà ben 15 anni, dall’altro le cause profonde di quel conflitto vanno cercate altrove. In primo luogo nella struttura stessa e nella crisi della società libanese. La prima rottura sociale tra le due componenti del tessuto libanese, quella cristiana e quella musulmana, è avvenuta diversi anni prima, durante la guerra dei sei giorni, la guerra del 1967 tra Israele ed i suoi vicini arabi. E’ stato in quel frangente che il capo dello stato libanese, il cristiano Charles Helou, è rimasto sordo agli appelli degli arabi che avevano chiesto l’intervento dell’esercito del Libano al fianco di quello siriano contro gli israeliani. Lo stesso Helou aveva anche rifiutato l’utilizzo del territorio libanese per il passaggio degli eserciti arabi, limitandosi ad esprimere loro una solidarietà di principio. Dopo la disfatta araba nella guerra del 1967 le tensioni crescono. Nei primi mesi della guerra, la Siria si schiera al fianco dell'OLP e dei suoi alleati raccolti nel Partito Socialista Progressista che vede assieme palestinesi, musulmani e drusi. Ma nel giugno del 1975, inaspettatamente, i siriani cambiano fronte: il presidente Hafez el Assad invia truppe e mezzi blindati in Libano per impedire quella che sembra ormai una sconfitta certa per i cristiani. Durante tutta la guerra civile libanese la Siria manterrà un ambiguo equilibrio politico-militare tra le parti in lotta che le permetterà di giocare il ruolo di arbitro ed, eventualmente (cosa che alla fine si realizzerà in pieno) di arrivare al controllo totale del Paese. Anche perché la Siria non ha mai riconosciuto l’esistenza dello Stato libanese, tanto che non è mai esistita alcuna rappresentanza diplomatica siriana Beirut o libanese a Damasco.
 22 gennaio 1976 la Siria impone un cessate il fuoco e propone un riequilibrio di poteri tra le due maggiori comunità , quella cristiana e quella musulmana. Dopo solo nove mesi di combattimento il centro di Beirut è quasi completamente devastato. La capitale è divisa in due, attraversata da una linea del fronte (la linea verde) che separa l’est cristiano dall’ovest musulmano. Musulmani e palestinesi sono stati cacciati con la forza dal settore cristiano, mentre la maggior parte dei cristiani è fuggita nella zona est della città . Questa pulizia etnica da ambo le parti ha già provocato tra i civili centinaia di vittime. Il 16 ottobre 1976, a Ryad, in Arabia saudita, il presidente del Libano Souleyman Frangié e Yasser Arafat riconoscono la legittimità della presenza delle truppe siriane. La guerra che sembra finita è in realtà appena cominciata.
 Nel marzo del 1978 Israele avvia in Libano un’operazione congiunta aerea e terrestre che durerà diverso giorni. 200 mila civili libanesi abbandonano il loro Paese. Prima di ritirarsi, l’esercito dello Stato ebraico instaura una zona di sicurezza, occupando militarmente la parte meridionale del Paese e affidandone il controllo a delle milizie libanesi mercenarie filo-israeliane, l’esercito del Libano del sud. Questa cosiddetta fascia di sicurezza sarà restituita al Libano solo nel 2000. Ma è quattro anni dopo, nell’aprile del 1982, che l’esercito israeliano lancia l’operazione «Pace in Galilea» : il suo obiettivo è l’annientamento delle formazioni armate palestinesi. In pochi giorni le truppe israeliane arrivano a Beirut dove si sono asserragliati i guerriglieri palestinesi. La capitale libanese è cinta d’assedio e massicciamente bombardata. Il 20 giugno gli Stati Uniti impongono uno strano cessate il fuoco. Esso comporta che l’OLP abbandoni Beirut sotto protezione di una forza multinazionale composta da americani, francesi e italiani. Arafat, il suo stato maggiore e la quasi totalità dei guerriglieri palestinesi sono costretti all’esilio. Dal porto di Tripoli, nel nord del Libano, sono costretti ad imbarcarsi alla volta di Tunisi. Resteranno in esilio fino alla firma degli accordi di Oslo e alla creazione di territori autonomi a Gaza e a Gerico. Nel frattempo un nuovo presidente, Béchir Gémayel, viene eletto in Libano nell’agosto dell’82. Figlio del fondatore del partito Falangista, Béchir è, alla testa delle milizie armate, un fervido sostenitore della causa cristiana ed un prezioso alleato di Israele. Il 13 settembre, Béchir muore in un attentato contro la sede del partito Falangista, nel cuore del settore cristiano di Beirut. L’attentato è sposorizzato dai servizi segreti siriani. Il giorno dopo l’esercito israeliano penetra per la seconda volta nella capitale libanese e aiuta attivamente le Forze Libanesi, milizia estremista del partito Falangista, nel commettere una delle più orrende stragi nella storia dell’umanità : la strage dei campi profughi di Sabra e Shatila, alla periferia di Beirut, dove - dopo l’abbandono del Libano da parte dei guerriglieri palestinesi - sono rifugiati solo donne, vecchi e bambini. Nel settembre del 1983, esplode la guerra della montagna. Le Forze Libanesi, spinte dagli israeliani, attaccano i Drusi del Partito Socialista Progressista di Walid Jumblatt (figlio di Kamal Jumblatt, capo del movimento nazionale druso, a suo tempo assassinato dai siriani). I Drusi respingono eroicamente l’attacco, nonostante l’appoggio fornito alle Forze Libanesi e agli israeliani dall’aviazione e dalla marina americana. Migliaia di cristiani vengono cacciati dai villaggi del Chouf, dove da sempre vivono i Drusi.
 FASE DELL’INTEGRALISMO
 A seguito dell’invasione israeliana del Libano del 1982, l'Iran - con l’accordo e l’aiuto dei siriani - aveva inviato molti Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione khomeinista del 1979) per addestrare alla guerra la comunitĂ sciita. Fa così la sua comparsa sulla scena libanese Hezbollah, cioè il Partito di Dio, composto da integralisti islamici. Il 23 ottobre 1983, i guerriglieri islamici rivendicano due clamorosi attentati contro i quartieri generali americano e francese della Forza multinazionale, provocando quasi 300 vittime tra i militari americani e francesi. Nel febbraio 1984, i due contingenti, assieme a quello italiano e alla piccola truppa britannica, in preda al terrore, lasciano il Libano. Cominciano in questa fase gli attentati suicidi della resistenza islamica che, al contempo, catturano numerosi ostaggi occidentali. Gli Hezbollah - che sulle prime mirano alla trasformazione del Libano in uno Stato islamico - si attestano soprattutto nel sud del Paese, dove prendono il posto della guerriglia palestinese, e dalle cui postazioni cominciano ad attaccare il nord di Israele. Il fattore islamico torna a sconvolgere lo scenario libanese. Politicamente isolato, il Partito di Dio si scontra violentemente con l’altro partito sciita libanese, Amal, una milizia diretta da Nabih Berri (che in seguito diventerĂ presidente del Parlamento libanese) ed appoggiata dai siriani. Ed in seguito anche i Drusi di Jumblatt. Contrariamente ai primi anni della guerra civile del Libano, ora il fronte musulmano è piĂą che mai diviso e le alleanze cambiano spesso e molto velocemente. A parte gli specialisti del medioriente, nessuno riesce piĂą a capire cosa stia accadendo nel Paese dei cedri e i media internazionali non riescono piĂą ad interessare l’opinione pubblica mondiale. Nonostante il caos politico e militare in cui il Libano è precipitato, sono due i capisaldi che restano incrollabili: i musulmani hanno l’esigenza di un riequilibrio del potere politico libanese; i cristiani continuano a sognare un Stato libanese unicamente cristiano.Â
GUERRA INTERCRISTIANA E «PAX SIRIANA»
 Il 22 settembre 1988, termina il mandato del presidente libanese Amin Gemayel, che era succeduto a suo fratello BĂ©chir, assassinato nel settembre dell’82. I deputati, cui la costituzione dĂ il diritto di eleggere un nuovo presidente della Repubblica, non riescono a trovare un accordo neppure sulla data delle elezioni. Amin Gemayel dĂ allora l’incarico ad un cristiano, il gen. Michel Aoun, di formare un nuovo governo. Aoun - al momento dell’insediamento - annuncia il suo ambiziosissimo progetto: ristabilire in Libano l’autoritĂ dello Stato, sciogliendo tutte le milizie armate e liberando il Paese dagli eserciti di occupazione israeliano e siriano. Migliaia di libanesi gli manifestano il loro sostegno. Anche se cristiano, il gen Aoun, a capo dell’esercito libanese, comincia allora ad attaccare le stesse milizie cristiane restie alla consegna delle armi ed in primo luogo le Forze libanesi guidate da Samir Geagea. Come è giĂ avvenuto tra le file dei musulmani, scoppia così una guerra tutta interna alla comunitĂ cristiana. Una guerra particolarmente devastante. Il 14 marzo 1989, Michel Aoun è in grado di lanciare la sua «guerra di liberazione» contro l’occupante nemico. I siriani rispondono bombardando in maniera intensiva il settore cristiano di Beirut ed il palazzo presidenziale. Aoun - sotto scacco - si rifugia nell’ambasciata francese della capitale e accetta di lasciare il Libano alla volta di Marsiglia. I siriani penetrano allora nel settore cristiano di Beirut est, controllando ormai appieno tutto il paese. Il 22 ottobre 1989, i deputati libanesi riuniti a Taef, in Arabia saudita, sotto la pressione dei Paesi arabi e della comunitĂ internazionale, firmano un accordo - detto «d’intesa nazionale» - che disegna un riequilibrio dei poteri istituzionali libanesi (la maggior parte dei poteri passano nelle mani del primo ministro che deve essere un musulmano sunnita) e, soprattutto, riconosce la presenza - definita “fraterna” - dell’esercito siriano in Libano. La mano siriana sul Libano verrĂ ufficializzata il 22 maggio 1991 da un altro trattato - detto di “fraternitĂ , cooperazione e coodinamento” - nel quale il Libano accetta di non prendere alcuna decisione importante in materia economica, di sicurezza e di politica estera senza un accordo preventivo della Siria. Da questo momento l’egemonia politica siriana sul Libano diventa assolutamente legale e accettata dalla comunitĂ internazionale. CesserĂ solo 14 anni dopo, nel 2005 quando ogni presenza siriani nel Paese verrĂ , forzatamente, ritirata.Â