Conversazione d'inverno (o Liturgia del rifugio) Sogno una casa romita, con te, tra i faggi e le nebbie di un vago Appennino, dove l’inverno scarnifica la terra e la cucina sa di povere erbe, di melograno. Vederti poi piegare il corpo in un rito di movimenti brevi, in quella stanza che il freddo assedia e non vince. Per uscire poi nel grigio, dove il bosco è un muro, con i passi che affondano nel fango e nel silenzio, tra le larve, gli insetti, i nidi, calpestando il fradicio delle foglie. E al ritorno, sostare al vetro di una finestra, mentre la valle si scioglie in un pianto, sommersa di pioggia, e si spegne nella sera. Raggiungerci allora, con quel pudore agro di chi sa che ogni carezza è un varco, un’incrinatura nel muro, il tremore che hanno i condannati alla pienezza. Sentirmi in te, nel silenzio della carne che ci spoglia, mentre la tua voce, quasi un soffio, un acume, m’implora: ancora, dammi un figlio. 19 febbraio 2026








