Il primo ceffone arrivò senza preavviso, uno schiaffo improvviso che sfumò tra i fumi dell’alcol. Ero troppo brilla per dare un senso a ciò che era accaduto, perciò mi convinsi che fosse stata un’illusione, un inganno della mente. Lui era il bravo ragazzo, quello che tutti elogiavano, quello gentile, innamorato, incapace di un gesto simile. Non poteva essere stato reale.
Il secondo, invece, fu un boato, uno squarcio nella notte. Dormivo. Mi svegliai di colpo con il viso pulsante, il cuore che martellava nel petto. Lo guardai. I suoi occhi erano spalancati, spaventati dalla sua stessa furia. Sentii il fiato mozzarsi, il panico travolgermi, le lacrime salire come un’ondata inarrestabile. Lui si avvicinò, cercò di toccarmi.
"Mi fai paura", sussurrai.
Ma lui continuò. Mi strinse forte, mi supplicò, giurò che non sarebbe mai più successo. "Scusa, ti prego. Ti porto un bicchiere d’acqua."
Accettai il gesto, mi imponevo di calmarmi. Lui si fece dolce, premuroso. Quella notte dormimmo abbracciati, come se il dolore potesse essere soffocato dal calore dei corpi. La mattina dopo, il silenzio ricoprì tutto come un sudario. Nessuna parola, nessun confronto. Solo il nulla.
Nei giorni successivi arrivarono gli incubi. E con loro, l’angoscia.
















