Tra ieri sera e stamattina ho avuto finalmente il tempo di leggere cosa è accaduto in Spagna nelle 24 ore successive alla chiusura delle operazioni di voto. Due sono le cose che mi hanno particolarmente colpita e che, in un primo momento, mi sono limitata a condividere.
COMPROMESSO STORICO. I giornali hanno attribuito l'espressione a Pablo Iglesias, leader di Podemos, terza forza politica in Spagna secondo i risultati che le urne hanno restituito domenica sera. Compromesso per impedire alle destre di governare, in cambio di 5 semplicissimi punti di programma: "legge elettorale proporzionale, 'blindare' i diritti sociali, garantire il 'diritto di decidere' e un referendum sulla indipendenza della Catalogna, l'indipendenza della giustizia, e la fine delle 'porte giratorie' fra politica e grandi imprese" (Fonte: Huffington Post).
Il risultato e la proposta fanno di Podemos una forza di governo, un movimento che vuole crescere, vincere e fare delle cose. Delle cose chiare. Di sinistra. Una sinistra per la costruzione di una prospettiva Altra, non solo contraria, alle destre e al capitalismo. Ma Podemos sa anche che queste rivoluzioni non si fanno dall'oggi al domani: oggi le urne gli hanno dato forza di contrattazione, che può valerle lo spazio necessario a macinare il terreno che ancora resta tra chi vuole cambiare oggi e chi no.
LA SPAGNA DI OGGI COME L'ITALIA DI IERI. Lo ha detto il nostro Premier. Io, nei panni di Renzi, mi preoccuperei più di capire a cosa assomiglia l'Italia di oggi, al di là delle battute e della giravolte. O a cosa assomiglia la sinistra italiana di oggi. O di che cosa vuole essere questo grande partito della nazione di cui parla. O il decantato bipolarismo, in una nazione che, se tutto va bene, non riesce a valutare due sole opzioni neppure per decidere cosa mangiare a pranzo. E mi preoccuperei anche di iniziare a raccontare chi ha finanziato la sua incoronazione (così capiamo anche verso chi o cosa lo Stato si è indebitato in cambio della sua simpatia).
La Spagna di oggi è una Spagna democratica, plurale, il cui popolo liberamente prende in mano il suo destino. E l'Italia di ieri è tante cose. Non è solo quella di Tangentopoli e Berlusconi. O di D'Alema e Veltroni. È anche quella quella in cui Berlinguer proponeva a Moro una grande alleanza tra forze popolari di ispirazione comunista e socialista e forze di ispirazione cattolico-democratica per risanare e rinnovare lo Stato contro le forze conservatrici (il compromesso storico!). Non il livellamento delle differenze, ma il compromesso per fare la differenza.
CAMBIAMENTO SENZA ORDINE E GIUSTIFICAZIONI. Il problema è che impostiamo sempre male i discorsi a monte, basandoci su classificazioni troppo nette per poter contenere tutta la complessità del reale. Berlusconi voleva mandare a casa i politici per mettere a governare la società civile (sì, pure lui! solo che ce lo siamo dimenticato) e poi abbiamo scoperto che lui al governo voleva andarci perché non aveva più riferimenti politici per tenere in piedi le sue aziende. Grillo vuole mandare a casa la casta (che non è un pulzella vergine e pura, ma l'élite politica economica e culturale che tiene per le palle il Paese e si arricchisce alle sue spalle, quella di cui fa parte anche lui, che è stato per anni uno dei più pagati comici dell'establishment) per mettere a governare, ancora una volta la società civile (sempre sotto le sue disposizioni, chiaro!). Renzi vuole far fuori i vecchi per mettere a governare i nuovi per mezzo della società civile dei gazebo. In tutto ciò presupponendo che questa fantomatica società civile sia un alveo incontaminato (questa sì, casta!), che è come dire che "tutte le persone che non stanno al governo sono oneste": è chiaro che non può essere vero. Anzi, è addirittura illogico!
Il discorso è impostato male a monte, perché, proprio come si faceva IERI, questi "nuovisti" hanno bisogno di dare ORDINE ad un magma che ormai sfugge al loro controllo creando delle contrapposizioni - politica/antipolitica, casta/società civile, vecchio/nuovo -, il classico "noi contro loro", la "tecnologia della crisi" che sempre sono stati usati nella storia per GIUSTIFICARE gli abusi di potere.
Ma il cambiamento non sorge da un movimento contrario a qualcosa, ma da una spinta alternativa. La faccia contraria della medaglia fa sempre parte della stessa medaglia, è un suo completamento, contribuisce a renderla quello che è.
PAURA. Se qualcuno si aspettava che Podemos si schiantasse ottusamente contro i suoi confini ideologici (vi ricorda nulla?), ha sbagliato. Podemos vuole governare. E ha pure le idee chiare su come vuole farlo. Gli argini gli servono per rilanciare fuori la proposta inaspettata: stiamo insieme per... Di questo ha paura Renzi. Che le forze di sinistra in Italia (e non solo) imparino la lezione (un'altra!) e si dicano finalmente "Stiamo insieme per...", piuttosto che "Io sono contro...". Teme l'alternativa, quella vera. Perché sa perfettamente di non essere lui il diverso che innescherà il cambiamento. Nè ora, nè adesso, nè mai. Neppure se da domani Jovanotti dovesse correggere la S moscia e la Boschi dovesse capire che non c'è da essere orgogliosi del padre.
LE TRINCEE. E poi c'è la sinistra. Ieri Riccio ha lanciato un appello per l'unione. L'ultimo di tanti. Al di là degli appelli, il fatto è che ogni partitino del cazzo ha il suo più o meno piccolo pezzettino di terreno. Su ogni pezzetto alcuni hanno una minuscola fetta di autorità. Ora nessuno di loro sa che fine farà questa autorità conquistata con la decennale militanza, il sacrificio, i paroloni. E si sporge per vedere chi sta dall'altra parte. Tutti si guardano di traverso, ognuno abbarbicato alla sua bandiera, fiero. Si sono dimenticati anche cosa ci stanno a fare lì. Sanno solo che si odiano, a prescindere dal perché. "Per una questione di principio" ti rispondono. Sono disposti a restare lì fino alla morte, anche senza un senso, in nome del fantomatico "principio". Il principio contro. Ma un principio per. Una sinistra per.