Fu eseguito di getto a Parigi, il 9 aprile del 1886, il ritratto più famoso di Giuseppe Verdi, immagine indimenticabile di uno dei giganti della cultura musicale mondiale.
Pur nutrendo per lui un’autentica venerazione, il noto pittore ferrarese Giovanni Boldini dovette ricorrere ai buoni uffici di un comune amico per convincere il Maestro a posare, anche soltanto per poche ore, nel suo atelier parigino.
In verità, Boldini lo aveva già ritratto in precedenza, con un esito però giudicato non del tutto soddisfacente perché, come avrebbe affermato in seguito, disturbato durante il lavoro dalle continue chiacchiere di Giuseppina Strepponi, seconda moglie di Verdi.
Il nuovo ritratto a pastello ci presenta invece l’immagine forse più intima e vera del Maestro, raffigurato senza ufficialità, senza fronzoli e orpelli, come se fosse stato colto di scatto, in maniera inaspettata.
A Verdi in effetti quel quadro piacque, tanto da suggerire a Ricordi d’inserirne la riproduzione nell’edizione dell’Otello.
Di qualche momento di calma e relax, ora che gli anni iniziavano a pesare, ne aveva bisogno pure lui, anche perché, come dichiarò ad un amico, “dal Nabucco in poi non ho avuto un’ora di quiete. Sedici anni di galera!”.
A partire infatti dal 1842, quando alla Scala a 29 anni d’età ottenne il suo primo clamoroso successo col Nabucco, fra continue richieste e contratti da rispettare il Maestro di Roncole di Busseto compose, praticamente a getto continuo, numerosissime opere fra le quali, dal 1851 al 1853, la celeberrima “Trilogia popolare” con “Rigoletto”, “il Trovatore” e “la Traviata”.
Continuamente sballottato fra Milano, Parigi e Genova, dove amava svernare, se tuttavia voleva davvero riposare e trovare la concentrazione necessaria per il suo lavoro Verdi un’oasi di quiete ce l’aveva.
Si trattava della splendida tenuta di Sant’Agata, frazione a pochi chilometri di distanza da Busseto seppure già in territorio piacentino, dove il Maestro avrebbe vissuto quasi ininterrottamente, a partire dal 1851, per gli ultimi cinquant’anni di vita.
Solo in questo luogo il suo atavico amore per la campagna riusciva a trovare sfogo, tanto che “la Peppina” scrisse ad un’amica: “il mio Verdi si alza allo spuntar del giorno per andare a esaminare il grano, il mais, la vigna, le stalle, etc. Rientra rotto dalla fatica”.
Era anche ossessionato dalla cura del suo giardino, cioè dell’immenso parco che caratterizzava la tenuta, dove piantò alberi rarissimi e che abbellì di statue, grotte e persino un laghetto.
Qui lui, scrisse sempre la moglie, “czareggia or tanto, ch’io sono ridotta a pochi palmi di terreno, sui quali Egli non ha, per condizioni stabilite, il diritto di ficcarvi il naso”, sotto minaccia - in caso contrario - di piantarvi cavoli al posto dei fiori.
Oltre che giardiniere ed agronomo, Verdi si piccava però di essere anche un bravo “magut”, termine che in dialetto lombardo-emiliano significa muratore, dispensando consigli ed ordini persino quando si doveva rabberciare un muretto.
Così infatti scrisse di se stesso al conte Arrivabene nel 1867: “Se tu gli dici che il Don Carlos non vale niente, non gliene importa un fico, ma se tu gli contrasti la sua abilità di fare il magut, se n’ha a male”.
Era però di notte che “il magut” tornava ad essere il Maestro di sempre, quando cioè si levava di scatto dal letto per precipitarsi allo scrittoio piazzato in posizione strategica, a portata di mano, per scrivervi di getto le arie che aveva “sentito” nel dormiveglia, prima di scordarle.
Il mattino seguente, senza bisogno di rettificare una sola nota, le provava al pianoforte poggiato al muro della stessa stanza, sul quale pendevano appese le immagini del suo “pantheon” personale, fra le quali quelle dell’amico Alessandro Manzoni e del suocero Antonio Barezzi, suo primo scopritore e finanziatore, per il quale Verdi nutrì sempre un’autentica venerazione.
Il genio si manifesta anche così.
Accompagna questo scritto il “Ritratto di Giuseppe Verdi”, di Giovanni Boldini, 1886, Galleria Nazionale di Arte Moderna, Roma.
(Testo di Anselmo Pagani)