"I'm Dorothy Gale from Kansas"

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On The Beach, Moonlight 1907
Egon Schiele
Lettere dal carcere Antonio Gramsci 168 130. 11° luglio 1929 Carissima Tania, ho ricevuto le famose sopracalze beduine, col resto: vanno benissimo, sembrano proprio inventate apposta per il mio bisogno. Per il resto non posso scriverti un giudizio di utilità, perché ancora non mi serve e ho lasciato tutto in magazzino. In questo ultimo mese mi è passato il malessere che avevo precedentemente, ma mi è rimasta addosso una grande svogliatezza: gli altri carcerati mi dicono che questo è il sintomo piú vistoso del carcere, che nei piú resistenti incomincia ad operare nel terzo anno, determinando appunto questa atonia psichica. Al terzo anno, la massa di stimoli latenti che ognuno porta con sé dalla libertà e dalla vita attiva, comincia ad estinguersi e rimane quel barlume di volontà che si esaurisce nelle fantasticherie dei piani grandiosi mai realizzati: il carcerato si sdraia supino nella branda e passa il tempo a sputare contro il soffitto, sognando cose irrealizzabili. Questo io non lo farò certamente, perché non sputo quasi mai e anche perché il soffitto è troppo alto! A proposito: sai, la rosa si è completamente ravvivata (scrivo «a proposito» perché l'osservazione della rosa ha forse in questo tempo sostituito gli sputi contro il soffitto!). Dal 3 giugno al 15, di colpo, ha cominciato a metter occhi e poi foglie, finché si è completamente rifatta verde: adesso ha dei rametti lunghi già 15 centimetri. Ha provato anche a dare un bocciolino piccolo piccolo che però a un certo punto è illanguidito ed ora sta ingiallendo. In ogni modo lapianta è attecchita e l'anno venturo darà certamente i fiori. Non è neanche escluso che qualche rosellina timida timida la conduca a compimento quest'anno stesso. Ciò mi fa piacere, perché da un anno in qua i fenomeni cosmici mi interessano (forse il letto, come dicono al mio paese, è postosecondo la direzione buona dei fluidi terrestri e quando riposo le cellule dell'organismo roteano all'unisono con tutto l'universo). Ho aspettato con grande ansia il solstizio d'estate e ora che la terra si inchina (veramente si raddrizza dopo l'inchino) verso il sole, sono piú contento (la questione è legata col lume che portano la sera ed ecco trovato il fluido terrestre!); il ciclo delle stagioni, legato ai solstizii e agli equinozii, lo sento come carne della mia carne; la rosa è viva e fiorirà certamente, perché il caldo prepara il gelo e sotto la neve palpitano già le prime violette, ecc. ecc.; insomma il tempo mi appare come una cosa corpulenta, da quando lo spazio non esiste piú per me. Cara Tania,
finisco di divagare e ti abbraccio.
Antonio
Nel novero delle cose piccole metterei la piantina che ho comprato al mercato. Estati che valgono una vita e torte di compleanno tonde come la solitudine. Nel novero dei minimi particolari ci sono la foglia che è spuntata ieri e il momento in cui dalle mie mani e dal forno elettrico lievitarono un profumo di mollica e la crosta del pane. Le radici rinnegate, gli orchestrali piumati che danno la sveglia al mattino e aumentano via via che cresce la quercia. Poi l’albero delle albicocche, quando a giugno si macchia di frutta e non sai perché. La consolante disperazione, non l’indifferenza. L’alfabeto del dolore, imparato con lezioni private memorabili. Nel novero delle cose piccole c’è questa vita di assolo, allegretti, foglie che si aprono sempre, farina che resuscita senza miracolo, e polvere era. Segni scompaginati dal vento. Però con un senso del ritmo e forse anche del metro.
Paola Malavasi
(segni scompaginati dal vento, però con un senso del ritmo)
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale siccome i ciottoli che tu volvi, mangiati dalla salsedine; scheggia fuori del tempo, testimone di una volontà fredda che non passa. Altro fui: uomo intento che riguarda in sé, in altrui, il bollore della vita fugace – uomo che tarda all’atto, che nessuno, poi, distrugge. Volli cercare il male che tarla il mondo, la piccola stortura d’una leva che arresta l’ordegno universale; e tutti vidi gli eventi del minuto come pronti a disgiungersi in un crollo. Seguìto il solco d’un sentiero m’ebbi l’opposto in cuore, col suo invito; e forse m’occorreva il coltello che recide, la mente che decide e si determina. Altri libri occorrevano a me, non la tua pagina rombante. Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli ancora i groppi interni col tuo canto. Il tuo delirio sale agli astri ormai.
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale da Ossi di seppia, Eugenio Montale (via blucomelamarea)
Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose - conclude, - ci si può spingere a cercare quello c'è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile.
Italo Calvino, Palomar (1983): Palomar in città, Palomar sul terrazzo “Dal terrazzo” (via somehow—here)
Mi dici che non hai dormito bene. Ti confesso che nemmeno io. Hai passato una nottataccia. “Anch’io”. Siamo straordinariamente calmi e teneri l’un con l’altro come se avvertissimo il nostro traballante stato mentale. Come se ognuno sapesse cosa prova l’altro. Anche se, naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai. Non importa. È la tenerezza che mi preme. È questo il dono che mi commuove e mi prende tutto questa mattina. Come tutte le mattine.
Raymond Carver (via blucomelamarea)
Alighiero Boetti, Cimento dell'armonia e dell'invenzione from Insicuro Noncurante, 1966-75
Sarà un cielo chiaro. S’apriranno le strade sul colle di pini e di pietra. Il tumulto delle strade non muterà quell’aria ferma. I fiori spruzzati di colori alle fontane occhieggeranno come donne divertite. Le scale le terrazze le rondini canteranno nel sole. S’aprirà quella strada, le pietre canteranno, il cuore batterà sussultando come l’acqua nelle fontane – sarà questa la voce che salirà le tue scale. Le finestre sapranno l’odore della pietra e dell’aria mattutina. S’aprirà una porta. Il tumulto delle strade sarà il tumulto del cuore nella luce smarrita. Sarai tu – ferma e chiara.
Cesare Pavese (via sottoquellapietra)
[…] ed è qui il paradiso dove è dato abitare ed è caro e tremendo; qui si confonde il sintomo del presente e dell'essere col sogno, qui nutre e affama amore.
Elio Pecora, Interludio (via tremendousandsonorouswords)
Bruno Depretis