L’opera di diCorcia è un buon esempio di come i generi in fotografia siano a volte permeabili, labili, discutibili.
Philip-Lorca diCorcia (nato nel ’51) inizia a lavorare quando la tradizione della “fotografia di strada in presa diretta” di stampo giornalistico o artistico è in crisi di credibilità: destrutturata dalle fondamenta da grandi innovatori come Friedlander, messa in questione dalle avanguardie concettuali, che dubitavano fortemente dello statuto di verità della fotografia da reportage e della sua affidabilità come rappresentazione del reale, resa obsoleta dall’affermarsi definitivo di altri media come la tv, sembrava impossibile, come racconta Jeff Wall, «fare qualcosa di meglio» o anche solo rifare per l’ennesima volta le stesse cose dei Grandi Maestri. Occorreva trovare altri territori, altri approcci.
Nei suoi lavori diCorcia pare impegnato proprio ad attraversare i confini tra i generi e le specie producendo ibridi. In Hustler, ad esempio, si accosta con stile documentaristico alla prostituzione maschile lungo il Santa Monica Buolevard a West Hollywood, ma poi allestisce per ogni ritratto un set che restituisce immagini dal sapore decisamente cinematografico, dolenti e sognanti nello stesso tempo.
Pochi anni prima, in Streetwork, produce uno dei lavori più influenti per la fotografia di strada. Eppure ecco come costruisce i suoi set “reali-preparati”: «Quando arrivo in un posto, prima stabilisco il punto di ripresa. A partire da quello, piazzo una batteria di flash sui lampioni o sulle facciate dei palazzi vicini, sincronizzati con la mia fotocamera con un segnale radio. Testo le luci con una Polaroid. Poi fotografo tutto quello che passa».
E anche: «Io non cerco di catturare sul fatto un cliché né di creare una messa in scena cinematografica come su un set. Io cerco di eliminare i cliché. Io catturo dei momenti in cui non accade niente. Non mi interessano i fatti».
In Heads poi costruisce invece un meccanismo semi-automatico con un intento che può addirittura sembrare polemico: una X tracciata su un marciapiede, una fotocamera fissa con un potente teleobiettivo puntata poco sopra la x, flash nascosti su un ponteggio e attivati da un radiosegnale: il risultato, dopo due anni di lavoro, è una galleria di 16 ritratti “street” da far impallidire per potere evocativo ed emozionale il più vitalistico amante della “fotografia immersiva a una spanna dal soggetto”.
E in A Storybook Life, che raccoglie scatti fatti nel corso di vent'anni, allestisce e prepara normali situazioni di vita della classe media in cui pare tuttavia voler sorprendere scene di solitudine e desolazione degne di Edward Hopper. O di John Cheever, perché l'intenzione di costruire storie è del tutto esplicita: «The disparate photographs assembled here - scrive infatti nel libro - were made over the course of twenty years. None of them were originally intended to be used in this book. By ordering and shaping them I tried to investigate the possibilities of narrative both within a single image and especially in relation to the other photographs. A Storybook Life is an attempt to discover the possibilities of meaning in the interaction of seemingly unrelated images in the hope that content can constantly mutate according to both the external and internal condition of the viewer, but remain meaningful because of its inherent, but latent content. The conscious and subconscious decisions made in editing the photographs are the real work of A Storybook Life».
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