https://www.annabusa.it/tilane-biblioteca-990033-brand/
Tilane biblioteca: un sottile filo rosso, aggrovigliato. Sembra un gomitolo riavvolto oppure ali di farfalla o una clessidra. Da scoprire :)
let's talk about Bridgerton tea, my ask is open

祝日 / Permanent Vacation
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Kiana Khansmith

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Keni
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⁂
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@biblioemma
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Tilane biblioteca: un sottile filo rosso, aggrovigliato. Sembra un gomitolo riavvolto oppure ali di farfalla o una clessidra. Da scoprire :)
Throughout our history, we've see that when we come together in civil, honest conversations based on facts and science, history and truth, we find commonality.
Residents of the hilly Mothakkara village in Kerala’s Wayanad district had no easy access to books at the library. Then Radhamani took matters into her own hands.
To stay true to their mission during the coronavirus pandemic, libraries should offer more digital services.
L’uomo che creò gli ebook
“Le persone ragionevoli si adattano al mondo. Le persone irragionevoli cercano di adattare il mondo a se stessi. Ogni progresso, quindi, dipende dalle persone irragionevoli”.
Michael Hart (8 marzo 1947 – 6 settembre 2011)
Oggi un post diverso dal solito, nei giorni in cui dall’Italia non è possibile raggiungere il sito del “Gutemberg Project” poche righe per ricordare Michael Hart.
Tra le centinaia di milioni di utenti del web, probabilmente non saranno in molti a sapere chi sia stato uno degli uomini, che con il suo lavoro e le sue intuizioni ha influenzato enormemente quello che oggi chiamiamo Internet.
Padre degli ebook, visionario, futurista, amanuense del ventesimo secolo, cyber-hippie, libertario, illuso, sono solo alcuni degli aggettivi che venivano utilizzati dai giornali statunitensi per descrivere e commemorare l’ideatore e fondatore del “Progetto Gutenberg” la prima “Biblioteca Digitale” del mondo.
Tutte definizioni calzanti, ma a noi piace ricordarlo come un giovane studente al lavoro la sera della festa del 4 luglio del 1971 nel Centro di Calcolo dell’Università dell’Illinois, che frugando nel suo zaino in cerca di un panino, si trovò tra le mani una copia della “Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America”. Forse complice una birra di troppo o i fuochi d’artificio, concepì una delle idee che nel corso degli anni avrebbero reso migliore la nostra società: seduto davanti al suo computer, digitò in una notte i circa 10.000 caratteri del testo, creando e condividendo il primo ebook della storia.
Da quel primo libro, passò i successivi quaranta anni a cercare volontari, fondi e partner che lo aiutassero a realizzare, non tanto una biblioteca digitale, ma l’idea di una fonte di conoscenza sempre e comunque disponibile a tutti e per tutti; idea che generò una moltitudine di programmi analoghi in altre paesi: vi consigliamo di dare un’occhiata a LIBERLIBER con il suo progetto Manuzio
e per gli amanti della storia del nostro territorio a DigitaMI.
Oggi in quasi tutte la nazioni del mondo, migliaia di persone si dedicano al “Progetto”, realizzando non solo ebook – oltre 60.000 in decine di lingue – ma anche migliaia di audiolibri.
I numeri di cui parliamo non sono nemmeno paragonabili a quelli stratosferici (milioni di oggetti) di realizzazioni più recenti come Internet Archive o Google Books, ma credo che questi ultimi, figlio diretto il primo, indiretto il secondo non avrebbero mai visto la luce senza i semi piantati da Michael in quella notte di luglio di tanti anni fa.
Che cosa possiamo dire d’altro, se non che fu uno di quelli, di quei tanti, che negli anni in cui stava nascendo Internet, provarono a coniugare l’idea di progresso scientifico e condivisione culturale. Uno di quelli cui le biblioteche e non solo devono molto.
Grazie Mr. Hart ovunque tu sia.
Ps. Prima di lasciarci qualche consiglio di lettura : “Il carattere della parola. Dai graffiti a internet” di Claudio Benzoni, il racconto del lungo e non finito viaggio della parola scritta, “I tweet di Cicerone” di Tom Standage che si descrive da solo con il suo sottotitolo “I primi 2000 anni dei social media”, per finire con Seth Stephens-Davidowitz e il suo “La macchina della verità” una visione sulla “verità” e la percezione della rete.
Buona lettura
Libri in trasferta seguono bibliotecaria viaggiante.
Zines! @ the Library
More and more room to selfpublishing at the public library. Check-out the embrional catalogue here, and more info about the project here.
DT is dead.
Should we talk about this?
How might we... Ripensare la biblioteca con l'aiuto del design thinking
ah, è uscito.
Libri senza parole: a spasso fra i Silent Books che piacciono anche ai grandi
Ebbene si, quello che vi proponiamo oggi è un percorso di lettura fra libri senza parole . Strano, vero? I silent books – libri silenziosi, senza parole, appunto – nascono per i bambini. E, ai bambini, permettono di sviluppare la fantasia, di imparare a leggere le immagini, di farsi trasportare dalla magia di un racconto. Qui gli adulti sono solo “spalle”, accompagnatori che stimolano i bambini a guardare, a soffermarsi su alcuni particolari, invitandoli a dare la loro interpretazione di ciò che vedono, a parlare. Ma ci sono anche silent books per adulti. Si tratta di albi illustrati complessi e affascinanti. Con immagini che, non solo stimolano la fantasia, ma sono poesia per gli occhi: vere e proprie opere d’arte con una storia da raccontare.
Capolavori appartenenti al genere sono L’approdo, del premio nobel Shaun Taun e Fiume lento di Alessandro Sanna, due opere molto diverse, unite dalla profondità con cui raccontano un viaggio. Ovviamente senza proferir parola.
L’approdo ci parla del dramma dell'emigrazione in una serie di tavole sognanti e, contemporaneamente, realistiche, surreali e terribilmente attuali. Senza una parola di troppo, senza che una sola frase venga sprecata. Fiume lento - che ha vinto il prestigioso premio Andersen per il Miglior Albo illustrato nel 2014 - è, invece, il racconto di tempi e momenti di vita differenti sulle rive del fiume Po, che esonda, che viene navigato, che “assiste” alla festa del paese. Sono tavole delicate e piene di poesia.
Susy Lee, autrice e illustratrice coreana molto amata e affermata, nel suo La trilogia del limite ci spiega passo passo come sono nati i suoi celebri albi illustrati. Quali i ragionamenti, le considerazioni, i dubbi e le revisioni che hanno caratterizzato la genesi dei suoi lavori.Cosa accadrebbe se le componenti fisiche del libro diventassero parte della storia? E se il libro stesso diventasse parte dell’esperienza di lettura? Questa è l’idea comune che lega Mirror, L’onda e Ombra. Tutti e tre hanno il loro fulcro nella piega centrale del libro, che diventa specchio su cui riflettersi, confine tra realtà e fantasia, limite psicologico, ingresso in un’altra dimensione.
Anche Orizzonti, di Paola Formica, racconta una storia di fuga e di migrazione: l'attraversamento del deserto, la spiaggia da cui partono le barche arrugginite, gli sguardi impauriti nella notte buia sull'oceano, l'infinito blu del mare, e poi di nuovo un'altra spiaggia. Oltre l’albero, di Mandana Sadat ci porta invece in un viaggio d’iniziazione, sviluppando la storia del rapporto di diffidenza e poi di complicità tra una vecchia e una bambina. Flotsam, di David Wiesner, è invece - in immagini - un viaggio per immagini. Che è anche un viaggio d’esplorazione, di magia e condivisione.
Ci sono poi svariate versioni di celebri fiabe, reinterpretate e riproposte. Fra queste spiccano le due versioni di Cappuccetto rosso di Juanjo G. Oller e di Beatriz Martin Vidal. Quest’ultima, con il suo meraviglioso Little Red, ci apre le porte di un viaggio di ricerca introspettivo.
Un viaggio è anche quello di Alice nel paese delle meraviglie, nella versione di Suzy Lee, viaggio che si snoda fra giochi d'ombre, illusioni spaziali e citazioni artistiche. Un libro fatto di immagini nelle immagini e storie nelle storie, che iniziano in un improvvisato teatro con orchestra e spettatori, proseguono in un mondo nascosto fra oggetti quotidiani e terminano sospese nell'intervallo fra illusione e realtà. Nel suo intenso bianco e nero, questo libro è un'insolita avventura visiva attorno alla celebre frase di Lewis Carroll: “Tutta la nostra vita non è forse che un sogno?” .
Il bello dei silent books è che sono libri democratici: permettono di superare le barriere linguistiche e favoriscono l’incontro e lo scambio fra culture diverse. In ognuno di loro è racchiusa una storia scritta apposta per noi che non vede l’ora di essere narrata. Sono una promessa quasi infinita di storie, di ascolti, di magia.
Vi salutiamo dunque con la storia di uno strano incontro, che diventa scambio ed arricchimento: l’incantevole La strega e lo spaventapasseri, di Gabriel Pacheco, dai tratti delicati e poetici.
more than words.
Because we deserve checked news.
stay foolish. stay open.
Ultimamente si è tanto parlato - ad esempio qui e qui - dell’apertura a chi, quando, quanto, come e perchè delle biblioteche pubbliche, ancora tanto se ne parlerà a breve - Stelline 2017 sarà interamente dedicata alle strategie di condivisione in biblioteca - e c’è chi di ‘cose open’ ne ragiona da anni, provando anche a sfidare l’ambiente bibliotecario più conservatore con proposte di open libraries su scala nazionale. E se anche in terre lontane e spesso mitizzate pare abbiano esattamente i nostri stessi problemi, probabilmente questo tema ci accompagnerà come bibliotecari ancora per diverso tempo. Anche la sola scelta delle parole - apertura, accoglienza, inclusione, integrazione - denota diversi approcci possibili a questo tema e forse proprio in questo ordine si potrebbe pensare ad uno sviluppo di servizi bibliotecari che, dando per assodata la porta aperta per tutti, si muovano su terreni inesplorati verso la condivisione di conoscenza e quindi la crescita personale e di comunità.
Ma in biblioteca non entrano solo persone, bensì ancora tanti libri. E l’apertura - e poi l’accoglienza, l’inclusione, l’integrazione - si fa anche attraverso le copertine che esponiamo, le storie che raccontiamo, i romanzi che proponiamo, le letture che consigliamo, le informazioni che diamo, che spesso sono specchio di una sola fetta di cultura e società. E’ come sempre una questione di scelte perchè se è vero che in una biblioteca non può starci tutto, è vero ache che può e dovrebbe esserci qualcosa di diverso. Se la filiera del libro ci porta a fare scelte obbligate e mainstream, allora è giunto il momento di interrogarci non solo su come accogliere e includere minoranze e persone svantaggiate e offrire loro servizi inclusivi, ma anche come aprirci a culture minori (nel senso di meno conosciute) e alternative. Questo è il motivo per cui da quasi un anno è stata avviata la collaborazione sperimentale con una Fanzinoteca, grazie a cui si prova a dare spazio all’editoria indipendente e all’autoproduzione, con vere e proprie prove di catalogazione e classificazione dei materiali e un progetto di connessione tematica della collezione ai documenti tradizionali. C’è qualcosa anche su Wikipedia, s’intende, ma il resto è ancora in progress.
Mi è sempre piaciuta l’idea della biblioteca aperta a lungo, con spazi accoglienti e servizi gratuiti per tutti... ma se ci aprissimo anche a chi è senza ISBN?!
dicembre, tempo di numeri
per chi l’ha visto e per chi non c’era
Quel fatidico lunedì di due settimane fa in Sormani io non c’ero, ma ho intuito l’importanza e la densità del seminario organizzato dal team di MLOL dal mio sedile di italotreno grazie al live twitting e alle foto inviate in diretta da amici e colleghi. Ho trascorso le due settimane successive guardando e ascoltando le registrazioni degli interventi utilmente messe a disposizione on-line e appuntandomi pensieri e interrogativi qua e là su foglietti volanti. Provo a dargli una forma.
Una premessa prima di cominciare: non ho mai amato la matematica e le formule matematiche (Giulio Blasi mi perdonerà) e c’è un motivo attitudinale se ho scelto una formazione umanistica e faccio la bibliotecaria, ma in questo mio allontanamento dalle discipline scientifiche c’è più un senso di inferiorità che di disprezzo. Trovo che la matematica e soprattutto l’analisi matematica siano alla base delle nostre vite quotidiane - oggi più che mai vista l’interazione costante con le macchine - e penso che ne sappiamo troppo poco, soprattutto noi bibliotecari. Non voglio generalizzare, ma da un mero punto di vista formativo e di curricula universitari in Italia il concetto di Library and Information Science come evoluzione della tradizionale Biblioteconomia è ancora di là da venire e forse per questo in apertura del seminario si è definito ‘di nicchia’ il tema della giornata. Virginia Gentilini ci spiega perchè i dati - e i dati aperti i particolare - non debbano essere un tema per pochi e come invece siano di fondamentale importanza per la teoria e la pratica bibliotecaria, ma rimane il fatto che non siamo abituati a confrontarci in modo sistematico con numeri e dati strutturati, tant’è che la figura del bibliotecario da banco ‘io conosco il mio utente e mi basta così’ è ancora attuale e non sufficientemente demonizzata. Un primo elemento di valore del seminario nasce quindi proprio da questo approccio sperimentale: cominciamo a parlare di cose difficili e che conosciamo poco.. ma parliamone. C’è bisogno di farlo più spesso, di lavorare più spesso fianco a fianco con professionisti di altri settori e/o con bibliotecari che studiano ambiti ancora oscuri e poco frequentati, quale è indubbiamente il machine learning.
Personalmente ho voluto ascoltare gli interventi da un punto di vista ben preciso, quello di una bibliotecaria che si occupa quotidianamente di venire incontro ai bisogni informativi e ai desideri di lettura degli utenti al banco di una piccola biblioteca di una grande città e che al contempo opera all’interno di un sistema bibliotecario più ampio in coerenza col quale si trova a fare delle scelte di definizione del servizio e delle politiche documentarie. A ciò si aggiunge l’interesse per le pratiche di design thinking e user-centered design applicate alla progettazione di spazi e servizi della biblioteca: si tratta di metodi che pur operando su scale dimensionalmente più ridotte rispetto a quelle dei big data - ma anche di dataset bibliotecari di piccole/medie dimensioni quali quelli mostrati da Marco Goldin - hanno un estremo bisogno di essere connessi ai dati per assumere completezza e significatività. Mutuando termini usati durante il seminario in relazione alle possibilità offerte dai dati, anche le conversazioni con gli utenti per valutare e co-progettare un servizio, ovvero le transazioni di informazioni e la condivisione di conoscenza all’interno della comunità sono azioni che non possono prescindere da una preventiva analisi quantitativa e qualitativa della biblioteca. Si dovrebbe inoltre parlare di come i dati una volta raccolti e analizzati andrebbero formalizzati, comunicati e raccontati, ma rischio di divagare troppo (un esempio di lavoro ben fatto sebbene molto sintetico si trova qui). Ad ogni modo sono proprio questi i temi che fanno della biblioteca ‘un organismo che cresce’, non tanto per le dimensioni dei dati che le biblioteche al contempo generano e immagazzinano, ma per la crescita della loro complessità, per le ricadute sul mondo reale e per la conseguente necessità di una visione e di una strategia ad ampio respiro per la loro gestione.
Alla luce delle varie proposte di utilizzo dei dati portate dai partecipanti al seminario e prendendo a spunto la sollecitazione di Andrea Zanni, mi sono immaginata davanti a una grande ‘macchina che impara’ e ho cercato di focalizzare quali interrogativi rilevanti per il mio lavoro quotidiano avrei voluto sottoporre alla sua attenzione, per capire in definitiva come funziona e come potrebbe funzionare meglio l’interazione tra utenti e biblioteca. In ordine sparso: quante persone entrano ogni giorno in biblioteca? quali i percorsi che le portano ad accedervi? quali i flussi di movimento/occupazione dello spazio interno ed esterno della biblioteca? quante le interazioni con il catalogo? quante e di che tipo le interazioni con i bibliotecari al banco? quante connessioni all’hotspot wi-fi e in quali orari? quanti prestiti giornalieri? su quali sezioni del patrimonio? quanto incide la disposizione delle collezioni nello spazio fisico? chi ha letto cosa e quando? quanto incidono le manifestazioni culturali e i temi trattati sull’effettiva richiesta di documenti al prestito? quali connessioni esistono con il mondo della scuola? e con le politiche culturali del comune? quali sezioni del patrimonio sono inattive e da quanto tempo? quali sezioni del patrimonio sono utilizzate solo periodicamente? quali titoli sono maggiormente richiesti? rispecchiano i trend editoriali? quando e da chi viene letto cosa? Ma soprattutto.. perchè?!? Dopo aver pressochè svuotato la mente di domande per la macchina mi rimangono alcuni dubbi per chi le usa: riusciranno i numeri da soli ad aiutarci a definire i bisogni dell’utente? Se anche le conversazioni sono documenti come possono i numeri aiutarci a veicolare al meglio l’informazione? C’è una sostenibilità a lungo termine di questo utilizzo di dati transazionali? Interpretare e predire comportamenti al fine di incanalare successive azioni dell’utente è una finalità di servizio? Per quanto mi riguarda offrire spazi di serendipità in biblioteca è fondamentale, sono convinta che se venisse a mancare la possibilità di scoprire qualcosa di cui non si è alla ricerca verrebbe meno uno dei motivi per cui le biblioteche sono tanto importanti.
Tutto questo pensare mi ha riportata al periodo di formazione in Danimarca presso il Dokk1 di Aarhus dove ho lavorato all’interno del team di progetto Smart Library, che fa proprio dell’analisi quantitativa e qualitativa dei dati (spesso aperti) di utilizzo della biblioteca il suo punto centrale. Quando sono arrivata la mia tutor e i componenti del team stavano lavorando su come connettere in modo significativo i dati che i sistemi presenti in un edificio come il Dokk1 raccolgono ogni giorno (e notte) sugli utenti, per disegnare una sorta di mappa della biblioteca dal punto di vista del suo utilizzo e per identificare quali partner potessero essere interessati a questi dati per eventualmente riutilizzarli (anche in modo profit). Erano giunti ad un punto in cui i numeri praticamente parlavano da soli, eppure la sensazione che il punto di vista umano mancasse era molto forte. Per questo motivo mi è stato chiesto di svolgere un’operazione se vogliamo molto semplice, quella di osservazione partecipata di uno spazio preciso dell’edificio, posto al confine o comunque in stretta connessione tra biblioteca e centro servizi al cittadino. Il team aveva già in mano una mappa quantitativa dei flussi di accesso all’area e di utilizzo dei servizi allo sportello, ma non riusciva a capire i dettagli dei movimenti degli utenti all’interno dello spazio e le azioni svolte dalle persone (studio, lettura, incontro, relax, etc..). Nonostante tutti i dispositivi tecnologici a disposizione è stata necessaria la presenza di una persona per (aiutare ad) interpretare i dati. Questo caso si riferisce prevalentemente a dati di utilizzo dello spazio e del servizio informativo della biblioteca più che dei suoi contenuti documentari e dice poco delle preferenze di lettura degli utenti, ma penso possa rappresentare un esempio interessante per chi si approccia a delineare quali dati bibliotecari sottoporre al machine learning e come. E perchè, sempre e comunque.
Spero che si trovi un modo per aprire sempre di più i canali di conversazione tra chi si occupa di raccogliere e analizzare dati, chi si occupa di strutturare il servizio bibliotecario e chi si occupa di erogarlo. Perchè se i numeri non parlano da soli, nemmeno i bibliotecari.
An ode to the one of the few remaining urban spaces where anyone can sit, read, and think, for free.
inspiration.
https://cardiesandtweed.wordpress.com/2016/11/19/being-a-librarian-in-a-post-truth-society/#more-862
(via Being a librarian in a post-truth society)