A Caccia della prossima Rivoluzione Musicale
Articolo tradotto da El Pais
Daniel Ek ha tutto chiaro vedendo le statistiche che gli passano tra le mani. La chiave risiede, spiega il cofondatore di Spotify, nel facilitare l’accesso agli utenti e il modo di scoprire musica. Nell’ultimo anno, la sua piattaforma ha registrato 4.500 milioni di ore di riproduzione via streaming. Con questo metodo la musica non si può scaricare, ma solo ascoltare. Non è nemmeno un mezzo equivalente alla radio, perché le canzoni che si ascoltano sono dirette a una sola persona, che può selezionarle, mentre in un broadcast normale queste arrivano a migliaia di ascoltatori alla volta. Ma musica e tecnologia sono sempre state legate alla vita del creatore di Spotify: a quattro anni gli regalarono una chitarra, a cinque un computer. Il suo sogno non è che la gente ascolti musica, ma far sì che la gente crei la musica a proprio modo. Alla ricerca, come lui stesso dice, di un cambiamento culturale.
Il logo di Spotify, fonte commons.wikimedia
Daniel Ek riceve El Pais Semanal nel suo fiammante quartier generale a New York. “Mi hanno consigliato di spostare tutto nella Silicon Valley, però qui c’è un gran movimento e c’è molto talento nascosto da tirare fuori”, commenta. L’ufficio tipo loft occupa tutto un piano di un antico edificio nel quartiere Chelsea, a pochi isolati da dove Google manteneva la sua precedente sede newyorkese.
Lo spazio è il riflesso dell’ ambizione di questo imprenditore svedese che creò la sua prima compagnia a 14 anni. Adesso che gli anni sono 30, è a capo di una delle più grandi rivoluzioni nell’industria musicale dall’introduzione del vinile. Google non sembra essere un problema per questo giovane dai capelli rasati. Nemmeno Apple o Amazon, nonostante la mole di utili che accumulano in bilancio. Come successe con Groupon, pioniera nel portare la frenesia del social verso le offerte locali, la minaccia risiede nelle società che emergono all’improvviso.
Di fronte a questo panorama, qual è la chiave per sopravvivere? “Il trucco sta nel combattere costantemente per migliorarci, per innovare”, afferma Daniel Ek. “Se l’utilizzatore sa che il servizio migliora, rimarrà con te. Importante è ugualmente essere il primo ad arrivare sul mercato con un modello. Per qualsiasi compagnia su Internet, il modo per vincere è offrire in modo costante un’esperienza migliore”.
- Essere più piccoli aiuta?
- Non facciamo navi speciali o invii con droni. Quello che facciamo è assicurarci che la gente abbia la migliore musica per qualsiasi momento della sua vita, questo è il motivo per il quale esistiamo. Abbiamo più tempo per respirare e dormirci sopra alle nostre idee.
Daniel Ek, Ceo di Spotify. Fonte: soundctrl.com
Daniel Ek si impegna ad evitare comparazioni tra il suo servizio e quello che fa Pandora, la società che vuole ridefinire la radio in un mondo connesso grazie ad Internet. Pandora è leader negli Stati Uniti, dove 240 milioni di persone ascoltano la radio al volante, in casa o a lavoro. Ha 72 milioni di users attivi, rapportati ai 24 milioni di Spotify. Il suo forte è il settore mobile. L’ 80% delle 1500 ore di musica riprodotte in questo paese via streaming sono consumate attraverso i dispositivi wireless. E in questo supera Youtube. Solo Google e Facebook ricavano di più con la pubblicità su mobile rispetto a Pandora. Spotify, che sbarcò negli USA nel luglio 2011, rimane un po’ indietro. Il lancio di iTunes Radio da parte di Apple non sta arrestano però la crescita del suo business. Dominic Paschel, vicepresidente di Pandora, crede che siano servizi complementari.
Il consumatore, come ricorda Daniel Ek, è quello che sceglie alla fine. Il modello di commercio di queste nuove aziende digitali è semplice. Cercano di aggregare quanta più gente possibile all’ecosistema e far sì che si colleghino per tutto il giorno al servizio, perché così la pubblicità si diriga verso di loro a discapito di televisione e radio tradizionali. Così spiega il fenomeno Mike Lazerow, uno degli imprenditori più famosi del mondo tecnologico, conosciuto per aver creato Buddy Media.
Dietro ogni ascolto c’è una persona. Per questo la chiave passa attraverso il porre il consumatore al centro del servizio e creare connessioni tra gli utenti, per poi raccogliere tutti quei dati e unificarli per generare più entrate. In altre parole, più che compagnie sono piattaforme che aggregano centinaia di milioni di persone attaccate ai loro dispositivi. Comunque, come segnala Eric Sheridan, analista tecnologico di UBS, la competenza in Internet è caratterizzata da cicli di vita.
“La questione della scoperta di nuova musica non è ancora ben risolta”, secondo Daniel Ek. “In Spotify abbiamo fatto un grande sforzo durante l’ultimo anno nell’ambito di entrate e ricerca di mercato. In funzione della musica che ascolti, possiamo ricordarti quali concerti ci saranno. Stiamo anche creando vie per facilitare agli artisti il caricamento di immagini, perché crediamo che debba essere un’esperienza audiovisiva”.
Allora ci saranno video su questa piattaforma? “L’esperienza della musica è sempre stata veicolata dal suo formato”, risponde Daniel Erk. “Nella concezione originale del vinile dovevano esserci solo due canzoni. Con le audiocassette si passò a sei, e nei primi CD, una quindicina. Con Internet è diverso, perché non è un’esperienza basata solo sull’audio. E’ un mezzo interattivo e visivo. Ma non so ancora quale sia il formato giusto. Ci sono momenti in cui vuoi ascoltare musica senza distrazioni. E’ anche certo che quando offriamo musica dal vivo è molto meglio se si può vedere. Quel tipo di video già lo registriamo. E’ il primo passo”.
L’idea di emulare la radio su internet non è nuova, anche se ora come ora Apple e Google ne sono i principali titolari. AOL e Yahoo! fecero un primo tentativo, però fu con Napster che il mondo della musica diventò digitale. La torta è succulenta. Insieme a Spotify e Pandora ci sono Slacker Radio, Rhapsody, Turntable.fm, MOG o Rdio.
La radio ha sempre convissuto in parallelo con gli altri supporti. Adesso vogliono rompere questa barriera. Il potere di queste società è in una formula matematica che è quella che aiuta a scoprire nuova musica. Daniel Ek pensa che sia senza dubbio il miglior momento per i fans. Nel cafè, seduti in banchi multicolore, un gruppo di editori guarda Twitter e naviga per la comunità di Spotify, cercando idee per creare nuove liste con cui saziare questa passione. La spinta di piattaforme come Spotify spiega anche come le vendite di musica digitale siano potute diminuire del 6% nel 2013 negli Stati Uniti, secondo dati di Nielsen SoundScan, fino alle 1.260 milioni di unità (canzoni uniche). E’ la prima volta che succede in un decennio, dalla creazione di iTunes. Nel caso degli album, si è mantenuto stabile sui 118 milioni di download in meno. In quanto ai servizi di musica streaming, questi registravano lo scorso inverno una crescita del 24% comparato col primo semestre del 2012. Come segnalano dalla Music Business Association,questi dati evidenziano che l’industria deve cambiare il suo modo di produrre, pubblicizzare e distribuire la musica.
Daniel Ek crede che la competenza sia buona, perché dà visibilità al business. Questo potenziale è quello che portò fondi come Technology Crossover Ventures a investire su Spotify come fece su Netflix, la compagnia che sta cambiando negli USA il modo di trattare la televisione. E’ uno dei fondi con più visione nella Silicon Balley. Il valore di Spotify si calcola che si aggiri sui 4000 milioni di dollari. Il suo direttivo non ha intenzione in questo momento di far cassa né vendere la compagnia a una più potente.
- Lei è riuscito a tenere vivo l’interesse degli investitori, ma ad un certo punto vorranno risultati …
- Stiamo crescendo rapidamente e siamo in una buona posizione per continuare a farlo. Quando diciamo che abbiamo pagato mille milioni di dollari agli autori, questo significa che l’ingresso è maggiore. Tutto ciò attrae la gente verso la compagnia. Se non ci fossimo espansi ad altri paesi, adesso cercheremmo solo la rendita. Non è solo raggiungere benefici. Quando hai un’opportunità, come adesso con il telefono cellulare, devi investire. Questa è la nuova rivoluzione industriale.
Un momento, in ogni caso, in cui il consumatore si ritrova disperso, utilizza diverse piattaforme e non vi presta molta attenzione. “Sono d’accordo circa il fatto che la lealtà del consumatore è una cosa diversa”, interviene Daniel Ek. “Per questo bisogna lottare per guadagnarsela, ed è difficile. La gente non solo consumerà qualcosa perché è il miglior prodotto, ma perché crede di comprare il futuro”.
- Non crede che siamo troppo abituati al tutto gratis?
- Sì, è una vera sfida. Quando dicevo creando Spotify che sarebbe andata a offrire musica gratis e che dopo una parte avrebbe pagato, non mi credevano. Mi ci volle molto tempo a convincere le case discografiche. Abbiamo provato che è un mercato che è richiesto dal consumatore. La gente paga quando il servizio le piace e quando sa che lo andremo a migliorare.
Tutte le compagnie in Internet si trovano con il dubbio di trovare un equilibrio tra innovazione, entrate e margine di profitto. Spotify spende quasi la tre quarti delle sue entrate con le case discografiche per la riproduzione dei contenuti. Sono accordi come quelli che Netflix firma con gli studi cinematografici. Solo iTunes genera più profitti.
E questo aspetto del mercato è anche frutto di controversie, nonostante Daniel Ek insista che il modello benefici gli artisti. Non si dichiara sorpreso per il fatto che alcuni artisti lo accusino di pagare poco. Ma nemmeno accetta le loro argomentazioni. Spotify, spiega, vende l’ accesso alla musica, non la proprietà. Ossia, un milione di ascolti non significa milioni di download.
Lo scorso Giugno, David Lowery, cantante e chitarrista dei Cracker Camper Van Beethoven, pubblicava un post sul suo blog The Trichordist in cui rivelava che la sua canzone Low gli aveva fruttato 12 dollari per 116.300 ascolti. Invece per le 18.800 riproduzioni via radio tradizionale, aveva ricevuto 1.375 dollari. Con questi prezzi, artisti come Thom Yorke, leader dei Radiohead, o Peter Gabriel dicono basta, mentre Black Keys e Aimee Mann prendono le distanze per timore che queste piattaforme si mangino le vendite dei nuovi dischi.
- Alla fine, senza il prodotto non sei nessuno. Come trovare un equilibrio?
- Il 70% che paghiamo agli artisti è un giusto compenso. Pensiamo che la maggioranza del denaro che riceviamo debba andare a loro. Ma noi non li paghiamo direttamente, facciamo tutto tramite le case discografiche. Mantenerci con il 30% del ricavato mi pare anche giusto.
Se i conti non quadrano per gli artisti consacrati, per i debuttanti è ancora più complicato. Il collasso che vive oggi l’industria discografica, con le vendite ai minimi, fa che tutto ciò sembri molto più drammatico. Come dice Jay-Z, siamo nel “selvaggio west”. Ma come scrivono dalla Future of Music Coalition, una cosa è il mercato della musica, un’altra è quello delle case discografiche. Solo il 6% delle entrate che generano gli artisti arriva da vendita di dischi. E’ con i live che si fa cassa.
Come conclude Daniel Ek, che l’ascoltatore scopra un nuovo lavoro è un fattore chiave per il successo dell’artista emergente. I grandi non devono più convincere i fans perché vadano a vederli in concerto. Tuttavia, come Pandora, Spotify ne ha bisogno per attrarre nuovi utenti.
Dario Chaifouroosh - @dariochai