Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine

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Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine
Volevate forse soffrire per causa mia? In questo caso - non ci riuscirete.
Sappiate allora che la posta di ogni mio gioco sono sempre stata io stessa: fino all’immortalità della mia anima. E ho perso sempre io: con gli altri ho sempre perso me stessa, ma siccome quel me era la mia anima immortale, per l’altro era troppo, e spesso la posta in gioco restava sul tavolo - oppure veniva gettata via - col gomito - sotto il tavolo. Eccovi la mia risposta al gioco. Si può soltanto avere paura della serietà del mio gioco.
Marina Cvetaeva, Deserti luoghi
"Inutile, cercare di togliersi un'abitudine con la volontà; si smette solo quando si arriva al punto di saturazione, alla nausea e all'esasperazione. Si trionfa solo di ciò che si odia, in realtà, dopo averlo amato."
- Emil Cioran, Quaderni 1957-1972
Volevate forse soffrire per causa mia? In questo caso - non ci riuscirete.
Sappiate allora che la posta di ogni mio gioco sono sempre stata io stessa: fino all’immortalità della mia anima. E ho perso sempre io: con gli altri ho sempre perso me stessa, ma siccome quel me era la mia anima immortale, per l’altro era troppo, e spesso la posta in gioco restava sul tavolo - oppure veniva gettata via - col gomito - sotto il tavolo. Eccovi la mia risposta al gioco. Si può soltanto avere paura della serietà del mio gioco.
Marina Cvetaeva, Deserti luoghi
Ennio Flaiano #ilfascismo
“Sia chiaro, per saggezza intendo la capacità di agire in armonia coi miei errori preferiti.”
— Ennio Flaiano, La saggezza di Pickwick in Diario notturno
“Arriviamo delusi a ogni età della vita, perché potremmo fare (anzi ci viene offerto) ciò che ci sarebbe piaciuto in un'età precedente. Oggi rifiutiamo ciò che ieri ci avrebbe lusingato. Tutto insomma, arriva tardi. Non parliamo poi della morte, che arriva quando non ci interessa più.”
— Ennio Flaiano, dal Diario degli errori
Vivere è una serie ininterrotta di errori, ognuno dei quali sostiene il precedente e si appoggia sul successivo. Finiti gli errori, finito tutto.
[263]
Ennio Flaiano, Diario degli errori
«Spero di impiegarmi a Milano, uno dei prossimi mesi, in qualche banca o azienda. È inutile continuare a farsi illusioni o sperare in chissà chi. Non appartengo alla categoria di persone che ottengono aiuti o appoggi. E ormai è tempo che metta la testa a posto. Di questo passo finirei al manicomio, e molto presto. Spero di arrivare a una specie di atonia tranquilla e imbecille che mi permetta di soffrir meno. Non chiedo niente altro»
Eugenio Montale
«Il dolore è passato. La vita lo ha trasformato in qualcos’altro; dopo averlo provato, dopo aver singhiozzato, lo si nasconde agli occhi del mondo come una mummia da custodire nel padiglione funerario dei ricordi. Passa anche il dolore provocato dall’amore, non credere. Rimane il lutto, una specie di cerimonia ufficiale della memoria. Il dolore era altro: era urlo animalesco, anche quando stava in silenzio. È così che urlano le bestie selvatiche quando non comprendono qualcosa nel mondo – la luce delle stelle o gli odori estranei – e cominciano ad avere paura e ululare. Il lutto è già un dare senso, una ragione e una pratica. Ma il dolore un giorno si trasforma, la vanità e il risentimento insiti nella mancanza si prosciugano al fuoco purgatoriale della sofferenza, e rimane il ricordo, che può essere maneggiato, addomesticato, riposto da qualche parte. È quel che accade ad ogni idea e passione umane»
Sándor Marái, “Il gabbiano”
“Nessuno vuole – nessuno può capire una cosa: che sono del tutto sola. […] A nessuno sono indispensabile, a tutti simpatica. […] Nessuno sa come mi sento vuota tra la gente! Da quando ero piccola ho desiderato solo una cosa: ammazzare, scacciare – il giorno: nell’infanzia con un libro, poi con la scrittura, ora con quello che capita, qualsiasi mezzo è il migliore. Ascolto la gente attentamente, rido, rispondo, m’infiammo, – ma tutto questo in superficie, appena un po’ più in profondità – il vuoto. […] È freddezza il mio “non ho bisogno di nessuno”? – No, io stessa ne soffro, amo così tanto amare. – Non riesco ad amare!”
— Marina Cvetaeva, Taccuini 1919-1921, Voland Edizioni.
Volevate forse soffrire per causa mia? In questo caso - non ci riuscirete.
Sappiate allora che la posta di ogni mio gioco sono sempre stata io stessa: fino all’immortalità della mia anima. E ho perso sempre io: con gli altri ho sempre perso me stessa, ma siccome quel me era la mia anima immortale, per l’altro era troppo, e spesso la posta in gioco restava sul tavolo - oppure veniva gettata via - col gomito - sotto il tavolo. Eccovi la mia risposta al gioco. Si può soltanto avere paura della serietà del mio gioco.
Marina Cvetaeva, Deserti luoghi
Carefree (1938) dir. Mark Sandrich
Fred Astaire and Rita Hayworth ~ You’ll Never Get Rich, 1941
Fred Astaire as Ted Hanover
Marjorie Reynolds as Linda Mason
Holiday Inn (1942)
YOU WERE NEVER LOVELIER (1942) dance routines » “I’m Old Fashioned”
Definition of sexual tension - refer above.