Cronache a distanza dalla città-che-non-c'è-più
Ne La casa degli spiriti di Isabel Allende, uno dei miei “romanzi adolescenziali”, la voce narrante femminile racconta che ci fu un terremoto così violento che in famiglia iniziarono a riferirsi a qualsiasi evento come “prima” o “dopo” il terremoto.
Mi è rimasto impresso questo dettaglio perché io non ricordo quasi mai le date della mia biografia, ma in famiglia abbiamo uno spartiacque proprio come la famiglia Del Valle inventata dalla Allende.
Tutto nella mia vita si divide tra prima e dopo l’agosto 1995. L’anno, il mese, i giorni in cui le nostre esistenze non sono state le stesse. L’anno, il mese, i giorni in cui ci è stato chiaro che non aveva più senso chiedersi se restare o tornare: altri avevano deciso per noi. L’anno, il mese, i giorni dell’Operazione Tempesta in Krajina, la provincia triste in cui tutti e quattro siamo nati, “nello stesso ospedale” come dice papà con un fil di voce che ti spezza in cuore.
Come sempre quando c’è qualche aggiornamento sulle dilanianti vicende delle guerre iugoslave 1991-1995 e in particolare su Oluja (il nome in serbocroato dell’operazione militare), oggi ho rivissuto quel momento in cui tutto si è rotto irreparabilmente, come un giocattolo di plastica scadente.
Oggi è arrivata la notizia dell’assoluzione del generale croato responsabile dell’Operazione Tempesta, che non voglio nemmeno nominare. In Croazia molti sono in preda al delirio collettivo e festeggiano in piazza con altari fuori dalle chiese (?!), le bandiere di dieci metri e altre follie che mi racconta in diretta un amico italiano che vive in Dalmazia.
Non mi interessa più di tanto l’esito del processo. A che serve, ormai? Quella vicenda è sparita dalla memoria collettiva europea, e interessa pochi politologi e slavofili. Knin è scomparsa dalle mappe delle agende mediatiche, se mai c’è stata, poi.
Persino i miei amici più cari continuano a non capirci quasi nulla, in quel casino tremendo che è stata la dissoluzione della Iugoslavia, la mia patria amatissima che non mi ha mai costretta a schierarmi: o di qua o di là. Ogni tanto mi chiedono un ripasso, ma poi prevale -giustamente- l’impressione che di quella guerra hanno avuto in anni di racconti giornalistici approssimativi: guerre etniche, guerre di religione, serbi cattivi, Srebrenica, l’assedio di Sarajevo, criminali di guerra (serbi), Kosovo (che è vicenda del 1999, ma sta’ a guarda’ al capello).
La Krajina non se la fila più nessuno, se mai se l’è filata qualcuno, poverina. E io li capisco, e so che non ci posso fare niente, e mi incazzo un po’, ma soprattutto soffro molto, perché io ho perso la mia casa, i miei amici, la città dove sono nata che non sarà mai più la stessa, ho perso tutte le foto della mia famiglia, il vestito da sposa di mia madre, ho perso il posto fisico in cui poter tornare. Prendi una città, toglile i 4/5 (i quattro quinti!) dei suoi abitanti, sostituiscili con dei profughi o sedicenti tali di altre regioni e poi dimmi se quella è la stessa città. Può essere mai?
Quindi secondo me c’è poco da festeggiare. E hanno poco da festeggiare pure i croati (sono croata anche io), trovo fastidioso quel loro “proud to be croat” come se il resto del mondo fosse composto di imbecilli imbelli senza senso della patria. Per giunta, cosa ci sarà da essere fieri di un paese sfigato che non conta niente, che non sfama i suoi figli né gli dà lavoro, corrotto fino al midollo, mai ripresosi da una guerra fratricida (sì, la chiamo fratricida, e lo è stata: letteralmente). Davvero, non c’è molto da esserne fieri. Ma neanche questo mi interessa più di tanto. Festeggino, si sentano fieri, chissenefrega. Del resto, io non festeggio quando vince la nazionale italiana di calcio, non sono fatta per parteggiare in modo acritico, si vede.
Le uniche riflessioni che posso fare sono personali, intime, profonde, dolorosissime ma anche liberatorie. Posso solo pensare che è inevitabile, a vedere le piazze piene per la liberazione di un criminale, ricordarmi di quei momenti in cui la vita si è fermata un attimo e poi è ripartita su tutt’altro binario, come una locomotiva impazzita. Posso solo pensare che sono felice di aver combattuto una personale battaglia contro questa follia e di averla -a modo mio- vinta. E di questo, sì, sono molto orgogliosa e fiera.
Rifiuto categoricamente di essere incasellata dove non voglio. Decido io chi sono. I documenti, i tre passaporti che ho avuto, la dura condizione di apolide (sì pure quella: un limbo), i mille permessi di soggiorno rinnovati non mi descrivono, sono solo pezzi di carta. In teoria dovrei essere una Croatian Serb (non so perché, ma in inglese mi suona ancora più assurdo). Ma io con queste cazzate non voglio avere niente a che fare. Non ci sono mai neanche stata, in Serbia. E trovo grottesco che oggi i giornali di tutto il mondo scrivano “festa in Croazia, sgomento in Serbia” e nessuno abbia chiesto il parere dei poveracci che erano nelle colonne infami di trattori e carretti e si sono fatti Knin-Belgrado a piedi come nemmeno nel medioevo.
Questo vuol dire che io rinnego il passato della mia famiglia, la religione ortodossa dei miei bisnonni, l’origine probabilmente montenegrina risalente al XVII secolo su per giù? Ma nemmeno per scherzo. La chiesa della Santa Trinità che sovrasta il villaggio di mia nonna è un luogo della mia infanzia tanto quanto la cooperativa (SFRJ!) poco distante dove compravo le caramelle con l’amato cugino. Non mi vergogno di nulla, ma perché mai dovrei andarne particolarmente fiera? Che orgoglio c’è nell'avere su di sé un portato di tradizioni che non hai scelto ma che hai semplicemente acquisito alla nascita come il colore dell'iride?
Sono nata iugoslava, nazionalità che mi andava benissimo. Non ho mai saputo chi dei miei compagni di giochi fosse serbo o croato, non era importante, ed era bellissimo. Ho saputo che casino era la mia città dal punto di vista “etnico” solo a guerra iniziata. E -mi vergogno un po’ ad ammetterlo ma credo sia umano e comprensibile- finché Knin non era stata direttamente coinvolta nella guerra, “protetta” dall’assurda autoproclamata Republika Krajina, era stato devastante assistere allo smembramento della mia patria e alle atrocità specie nella sventurata Bosnia, però ci illudevamo in famiglia che ci fosse ancora, lontana ma in qualche modo reale, la possibilità di un ritorno. Un nòstos* come quello di Odisseo dopo la guerra di Troia e le infinite peripezie.
La nostra vita in Italia sarebbe stata -forse- solo una parentesi piacevole in un continuum di vita sulla sponda est dell’Adriatico, il vero mare nostrum. Certo, sapevamo che la guerra avrebbe lasciato tracce profonde e orribili, come infatti è stato. Ma se la città è sempre lei, in qualche modo si può ripartire. Invece la città in cui tutti siamo nati non esiste più. E se non è questo un crimine contro l’umanità, cosa lo è?
Tanto tanto tanto avrei ancora da dire, ma oggi sono stanca, basta così.
* nòstoi sono i racconti dei "ritorni" degli eroi reduci dalla guerra di Troia verso le rispettive partie (le varie città greche): si può dire che l'Odissea sia il nòstos più famoso, ma non è l'unico.