“Pensavo al culto della quiete, coltivato con dedizione, nei secoli. Il culto della guerra era fiorito di pari passo. La Storia si deposita nei luoghi, come polvere di esistenza”
Igort, Quaderni giapponesi, Coconino Press (2015)

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“Pensavo al culto della quiete, coltivato con dedizione, nei secoli. Il culto della guerra era fiorito di pari passo. La Storia si deposita nei luoghi, come polvere di esistenza”
Igort, Quaderni giapponesi, Coconino Press (2015)
“Da una parte, infatti, le caratteristiche destinate ai più piccoli dipendono innanzitutto dalle proprietà che, di volta in volta, nei diversi regimi di broadcasting, vengono riconosciute ai bambini e ai ragazzi in quanto segmento peculiare dell’audience: soggetti da educare, cittadini da formare, utenti da intrattenere, consumatori da coltivare e così via. Dall’altra, tale programmazione appare l’esito di un ecosistema mediale complesso e articolato, parte integrante del comparto televisivo, al confine tra materiale e immateriale, educazione ed evasione, profitto e obblighi di pubblico servizio, denso di valori simbolici e affollato di interessi economici, talvolta in conflitto.”
Piermarco Aroldi (a cura di), Piccolo schermo. Che cos’è e come funziona la Children’s Television, Guerini e Associati (2015)
“Che cosa c’è nella mente degli italiani quando si evoca la parola Sud? Pino Daniele, il commissario Cattani ne La piovra, Montalbano, la Notte della Taranta, Gomorra, la soap Un posto al sole, Massimo Troisi, un primo piano di Totò Riina, “i cento passi” di Peppino Impastato, i fatti di Rosarno, il bandito Salvatore Giuliano, i disoccupati organizzati di Napoli, Mario Martone, Lemani sulla città di Francesco Rosi, Totò, Eduardo, Camilleri, Sciascia, una piazza di spaccio a Secondigliano (...) Puntare l’attenzione sulle rappresentazioni del Sud significa innanzitutto voler comprendere se il modo in cui il Mezzogiorno d’Italia è stato pensato, raccontato e tipizzato è cambiato nel tempo. Esiste ancora un problema Sud?”
Valentina Cremonesini, Stefano Cristante, La Parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo, Mimesis (2015)
“Nel 1949 Pier Paolo Pasolini fu espulso dal Partito comunista italiano per 'indegnità morale'. Il punto di partenza della vicenda sono i 'fatti di Ramuscello', che innescano l'accusa di corruzione di minorenni e atti osceni in luogo pubblico. Pasolini diventa così immediatamente un bersaglio politico: per i democristiani l'avversario da colpire, per i comunisti il pericolo da allontanare. Fondamentale nella biografia e nel percorso artistico di uno dei protagonisti della vita intellettuale del Novecento, questo caso è cruciale per capire il clima culturale e politico del dopoguerra. Due 'chiese', Democrazia cristiana e Partito comunista, impongono due pedagogie collettive distinte ma finalizzate entrambe a codificare vere e proprie regole di moralità. Il partito deve orientare le masse nella vita quotidiana, correggere i comportamenti anomali e, di fronte a gravi errori, espellere. La scelta compiuta con Pasolini è, dunque, esemplare della modalità punitiva adottata nei confronti dei 'compagni' che trasgrediscono”
Anna Tonelli, Per indegnità morale. Il caso Pasolini nell’Italia del buon costume, Laterza (2015)
“La nostra ipotesi è che il ruolo del prosumer sia espressione di una contraddizione, di un soggetto abilitato ed al contempo sfruttato, volontario ed al contempo coatto, libero e nello stesso tempo imprigionato. Prosumer come risultato di una narrazione frutto di una molteplice visione utopica la quale deriva dalla brandtopia, dalla cyberutopia, dall’ideologia californiana e dall’utopia ecologista”
Piergiorgio Degli Esposti, Essere prosumer nella società digitale. Produzione e consumo tra atomi e bit, FrancoAngeli (2015)
“accusare Grillo di fare 'antipolitica' significa travisare il suo progetto: ha trasformato gli spettatori passivi del teatrino della politica in pubblico connesso e partecipante, e al limite in autore e attore, come produttore e portavoce di contenuti, in linea con l’evoluzione del panorama mediatico”
Oliviero Ponte di Pino, Comico & Politico, Raffaello Cortina Editore (2014)
Mia rece
"non si capisce cosa sia una perfetta piattaforma tecnologica per realizzare la democrazia digitale diretta, in termini di caratteristiche che dovrebbe o non dovrebbe avere, ma anche insostenibile dal punto di vista teorico, dato che presuppone che un problema politico e culturale come la migliore gestione della cosa pubblica si possa, e anzi si debba, ridurre ai fini della sua soluzione a una questione tecnologica. Si tratta senza dubbio di puro soluzionismo"
Fabio Chiusi, Critica della democrazia digitale. La politica 2.0 alla prova dei fatti, Codice Edizioni (2014)
Mia rece
"Siamo di fronte a un fenomeno complesso in cui la parzialità di una posizione presa (pro o contro) rischia di raccontare meno della metà della storia"
Roberto Braga e Giovanni Caruso (a cura di), Piracy Effect. Norme, pratiche e studi di caso, Mimesis (2014).
#duegradiemezzo "La rete si crea soprattutto grazie alla stima che confessiamo di avere per l'intelligenza di quelli che decidiamo di includere nella nostra vita [...] Tutti abbiamo bisogno di fare rete, il perché verrà poi."
Domitilla Ferrari, Due gradi e mezzo di separazione, Sperling&Kupfer (2014)
"Men che meno ha senso parlare di Facebook e Twitter in generale, perché i milioni di persone che li usano in tutto il mondo vi fanno le cose più disparate, che sono spesso quasi del tutto inconfrontabili fra loro e in ogni caso, anche quando si possono fare comparazioni per trovare analogie e differenze, occorre sempre mettere le azioni, le abitudini, le pratiche che si prendono in esame in strettissima relazione, da un lato, al contesto geografico, socio-culturale, economico in cui le persone agiscono, dall'altro, al lasso temporale in cui agiscono: ciò che si fa su Facebook e Twitter oggi è diverso da ciò che vi si faceva un anno fa e vi si farà l'anno prossimo, il che è senz'altro vero in generale (le pratiche negli ambienti digitali cambiano con grande rapidità), ma va verificato, calibrato e riempito di senso sempre lavorando caso per caso e contesto per contesto"
Giovanna Cosenza, Introduzione alla semiotica dei nuovi media, Laterza (2014).
"Factual, reality, makeover: come cerchi concentrici questi tre termini designano dal generale al particolare alcuni dei contenuti più seguiti della televisione di oggi. Oltre a raccontare una trasformazione più o meno spettacolare, programmi come Extreme makeover: home edition o Ma come ti vesti? cercano soluzioni a problemi pratici e personali in ogni sfera dell’esperienza umana: cucina, fai da te, giardinaggio, moda e trucco, auto e animali domestici, rapporti genitori-figli. Allo stesso tempo, questi show scavano nelle paure e nelle manie della contemporaneità, diventando racconto collettivo della dialettica tra insoddisfazione e autoaccettazione, tra consegna alle cure dell’esperto e fiducia nelle proprie capacità. Questo volume esplora, secondo diverse prospettive teoriche e con un approccio multidisciplinare, il ruolo dei programmi di lifestyle e makeover nel racconto televisivo di oggi."
Veronica Innocenti e Marta Perrotta, Factual, reality, makeover. Lo spettacolo della trasformazione nella televisione contemporanea. Bulzoni Editore (2013).
"La Bit Generation si nutre e si esprime attraverso la software culture. I giovani, ‘figli dei fiori virtuali’, navigati navigatori di internet, per i quali il mutamento accelerato non è una semplice realtà, ma un dato prestabilito, sono tra i principali fruitori delle tecnologie digitali. Sempre connessi, always on, attraverso i nuovi strumenti interattivi i giovani comunicano, si esprimono e danno vita a linguaggi creativi e produzioni culturali inedite. Negli anni Sessanta, Beat esprimeva ribellione, battito, ritmo. Oggi, Bit è connessione, condivisione, partecipazione".
Lello Savonardo, Bit generation. Culture giovanili, creatività e social media, FrancoAngeli (2013)
"Il carattere "immanente" ed "esteso" dell'esperienza mediale, che tracima dai luoghi e dalle occasioni abituali del consumo, la pluralità di implicazioni e di valenze che la accompagnano e, insieme, la complessità del ruolo a cui i nuovi fruitori dei media sono chiamati, sfidano gli studi sulle audience a rinnovarsi"
Mariagrazia Fanchi, L'audience, Laterza (2014)
Nell’ultimo decennio il mondo delle celebrità è andato incontro a trasformazioni che ne hanno mutato alcune caratteristiche salienti. La diffusione di internet e l’introduzione dei reality show hanno contribuito a rendere la “carriera” della celebrità apparentemente più facile e meno legata a grandi strutture produttive. Tutto questo ha però anche dei contraccolpi: se la produzione di celebrità è diventata più frenetica ed estesa, la deperibilità della stessa, già caratterizzata da un alto tasso di obsolescenza, è diventata ancora più rapida. Molte celebrità sono entrate così nel mondo contemporaneo della precarietà: molto più facile arrivare sotto la luce dei riflettori, ancora più facile uscirne.
Oscar Ricci, Celebrità 2.0. Sociologia delle star nell'epoca dei new media, Mimesis (2013)
David Gauntlett, La società dei Makers, Marsilio (2013)
Eravamo abituati a pensarci come pubblico, consumatori, cittadini. Il paradigma comunicativo oggi è mutato: non siamo più solo “oggetto” di comunicazione ma “soggetto”. Cambia il nostro senso della posizione nella comunicazione. Nei blog, siti di social network, wiki, mondi online, costruiamo la nostra riflessività connessa e da lì produciamo, distribuiamo e consumiamo in modi nuovi le forme simboliche e i significati che ci servono per abitare il mondo. Quello che stiamo costruendo è un equilibrio sociale diverso. In discontinuità con le categorie conoscitive della modernità. E ne siamo consapevoli solo parzialmente.
Stati di Connessione, FrancoAngeli (2012).