Gianluca Morozzi per Di Tutto Resta un Poco
Chi sei Marika fragile
Eccola qua la soluzione!, pensa Marika.
Si catapulta fuori dai venticinque-trenta minuti di sonno che ultimamente le sono abituali, e la sua mente di colpo è lucida, le idee sono chiarissime. Dormire mezz’ora spesso regala soluzioni logiche a un problema complicato e in apparenza insormontabile.Il problema che l’ha tenuta sveglia nel letto con gli occhi sbarrati nel buio, mentre l’orologio segnava le tre di notte e poi le quattro di notte e poi le cinque, adesso è risolto.
La soluzione è: uccidere La Strega.
Era così semplice, alla fine.
Marika si alza dal letto con un mezzo sorriso. Ora che sa come riprendersi Lauro, è molto più serena. Davvero. Perché si è tormentata per tutto quel tempo? Perché ha annullato tutti quei concerti, perché si è messa a dipingere quei quadri, perché ha perso il sonno fino quasi a diventare pazza?
Bastava uccidere La Strega.
Ci voleva tanto poco.
Non che i suoi quadri non siano belli, pensa osservandoli dagli angoli bizzarri della casa in cui li ha appoggiati in modo precario. Quello con l’ometto col gufo gigante, il primo della sequenza del sesso orale in contesti quantomeno bizzarri, non è davvero bello? Certo che è bello. Quasi quanto quello in cui Paperino uscendo da una botola viene strangolato da Topolino. O quello dell’impiccagione con tucano meteoritico. O la crocifissione con fionda e orsacchiotti. Sono belli, davvero i suoi quadri.
Cioè, le sembravano orribili fino alla sera precedente, quando il problema sembrava non trovare una soluzione, ma ora che la soluzione ce l’ha, tutto le pare luminoso e bello.
Marika fa colazione con un goccio di caffè e mezzo biscotto di farro -per uccidere La Strega le servirà tutta l’energia possibile- e poi va a informare Mimì della decisione appena presa.
“Mimì, ho deciso. Uccido La Strega e mi riprendo Lauro. Era facile. Ciao ciao, vado a eliminarla e torno.”
Mimì, come sempre, non dà alcuna risposta. Né dà segno di averla ascoltata.
I primi dubbi sorgono quando Marika mette piede in strada. Fuori, sul marciapiede, con la gente, le auto, gli autobus, il rumore, i clacson…
Cavolo, sembrava un’idea così bella un attimo prima, al risveglio, in casa sua… era così logico, così ovvio… La Strega si era presa il suo –come chiamarlo?- fidanzato, e per riprendersi il fidanzato lei doveva uccidere La Strega. Matematico.
Be’, ma ucciderla in che modo, prima di tutto?
Marika s’incammina pensando a questo trascurabile particolare pratico.
Mica può aspettarla fuori dalla palestra e strozzarla: Marika ha la muscolatura e la struttura fisica di una mozzarella, mentre La Strega sembra uno degli All Blacks. A parte la sesta misura di reggiseno, i capelli fucsia sparati in ogni direzione e quella bocca che da sola potrebbe risucchiare tutto il petrolio nel Golfo del Messico. Lo scontro fisico, basta guardarle, è inverosimile.
Accoltellarla? Marika è uscita di casa senza neppure un’arma. E poi il sangue le fa schifo, la impressiona….
Oh, quanti problemi pratici. Sembrava un’idea così bella, al risveglio!
Un chiodo! Ecco. Un chiodo abilmente collocato sotto una gomma del suo SUV. La gomma si buca, il SUV esce di strada, La Strega muore orribilmente tra le fiamme. Marika non si deve sporcare le mani né vedere la scena. Ecco, perfetto. Questo sembra un piano migliore. Con qualche piccola, piccolissima lacuna, d’accordo, ma ci sono venti minuti da fare a piedi per arrivare alla palestra. I dettagli verranno messi a punto strada facendo.
Oh, era tutto così perfetto, prima che arrivasse La Strega! Lauro era così dolce, così comprensivo, così tenero… era così bello stare sul divano a darsi i bacini per tutta la notte…
Certo, anche lui aveva le sue fissazioni, d’accordo. Per esempio, aveva la mania di fare domande assurde.
Tipo, la centesima o duecentesima volta che Marika si era rifiutata di fare l’amore con lui, anzi, di togliersi qualunque capo di abbigliamento collocato sotto la cintola, Lauro l’aveva guardata incredulo e aveva detto “Ma senti, puoi dirmelo. Hai avuto dei traumi da piccola? Hai subito molestie?”
Lei lo aveva guardato perplessa, aveva risposto “Molestie? Io? Ma quando mai!”
Che strano tipo, Lauro. Del resto, scriveva libri di fantascienza.
Marika aveva provato a leggerne uno ma non ci aveva capito niente, con tutte quelle storie di universi paralleli, raggi laser e –com’è che si chiamavano?-, ah, sì, doppelganger. Figurarsi. Doppelganger! Cosa diavolo è un doppelganger?
E poi, quando Marika gli aveva confidato alcune delle sue fobie, tipo, il terrore dei pesci, Lauro aveva rilanciato.
Aveva detto “Ha qualcosa a che vedere con, cioè…”
“Cioè cosa?”
“Con, voglio dire…”
“Vuoi dire cosa?”
“Con, ehm, la paura deee, uh, dell’organo sessuale maschile, o…”
“Cosa c’entra un pesce con, be’, quella cosa lì?”
“No, sai, a livello simbolico…”
“Livello simbolico? Un pesce è un pesce. Rappresenta un pesce.”
(Scrittori di fantascienza. Che gente.)
“Comunque, se vuoi saperlo” aveva aggiunto lei “è stata colpa di mio cugino.”
“Tuo cugino? Nel senso che, non so, uhm, te l’ha fatto vedere o…?”
“Cos’è che mi ha fatto vedere?”
“Niente. Vai avanti.”
“Ascolta. Quando andavo a scuola mia mamma mi metteva sempre nella cartella una banana. Lei non voleva che mangiassi delle schifezze per merenda, e allora mi dava una banana. Be’, ti ho detto che vivevo in un paese di mare, no? Un giorno mio cugino mi aveva fatto uno scherzo, aveva rubato un pesce appena pescato e me l’aveva ficcato nella cartella. Così, quando avevo infilato la mano nella cartella, anziché la banana, avevo toccato quella cosa viscida. E avevo tirato fuori un orrendo pesce, boccheggiante, mezzo morto, che mi guardava con gli occhi sbarrati.”
“Tutto qui?”
“Tutto qui.”
“E da allora hai il terrore dei pesci.”
“Sì. E delle banane.”
“E c’entra qualcosa col fatto che non vuoi che facciamo l’amore?”
Lei si era rabbuiata, lo aveva guardato con aria di rimprovero, a braccia incrociate.
“Ma guarda che sei proprio strano, Lauro. Cosa c’entra lo scherzo di mio cugino col fare o non fare l’amore?”
Uomini, aveva pensato. Non capiscono proprio niente. Poverini.
Marika gira a destra puntando dritto verso la palestra, ancora ben determinata a portare a termine la sua missione. Va bene, non ha un chiodo con sé, ma questi sono dettagli ancora secondari.
L’importante è non incontrare cose brutte lungo il percorso. Cose brutte, bruttissime, tipo AAAAAAAAAAAAAH I PICCIONI!
I passanti possono assistere a una scena abbastanza surreale.
C’è questa ragazza che cammina rasente al muro, una ragazza che sarebbe anche carina se non pesasse, tipo, nove chili, e non fosse bianca come la calce e non avesse la faccia di una che ha dormito l’ultima volta quando ancora c’erano le lire, che d’improvviso caccia un urlo acutissimo fissando con orrore un innocuo piccione che le vola davanti senza aggredirla o disturbarla, del tutto indifferente alla sua esistenza.
Un attimo dopo l’elfo dei boschi insonne è scappato via velocissimo con la testa tra le mani.
Marika se ne sta appoggiata a un cartellone pubblicitario a riprendere il respiro, aggirata da tutti come una drogata. Guarda il cielo terrorizzata, come se il piccione dovesse piombare giù in picchiata per cavarle gli occhi. Ha il terrore dei piccioni ancor più di quanto ne abbia dei pesci.
Poco a poco, sempre ansimando come un mantice, ricomincia a camminare.
Ora, l’importante sarebbe proseguire il percorso senza incontrare qualcuna delle altre cose che le fanno paura.
Tipo, un pescivendolo con la merce esposta.
O un fruttivendolo con dei caschi di banane in bella vista.
Oppure AAAAAAAAAAAAH UN UOMO PELOSO IN CANOTTIERA!
L’uomo peloso in canottiera –un impiegato delle poste in ferie, impegnato a innaffiare le piante nel proprio giardino- può a quel punto assistere a un’altra scena surreale: uno scheletrino femmina che passa davanti al suddetto giardino, si blocca paralizzata davanti al suo cancello, guarda verso di lui, si tappa la bocca con una mano, cerca un angolo riparato con occhietti disperati, si butta tra due cassonetti dell’immondizia e, inequivocabilmente, vomita.
Gesù, pensa l’impiegato delle poste continuando a innaffiare le piante, Poveri ragazzi, come vengon su strani.
Marika si pulisce la bocca con il dorso della mano, si rialza tremante, si allontana un po’ debole dai cassonetti, e continua il suo percorso. Ormai ha perso il senso di quella pericolosissima camminata per la città –in casa, oh, come si sta bene in casa!, o a dipingere, oh, come si sta bene a dipingere!-, non ha più neppure bene in mente come procurarsi un chiodo, o cosa fare esattamente alle gomme della Strega.
No, è difficile, troppo difficile uscire in città. Troppa folla. Troppe cose. Troppe orribili, orribili pesci. Troppe banane, troppi uomini pelosi in canottiera, troppi piccioni. Ora manca solo un AAAAAAH UN BARBONE CHE MI GUARDA! Marika rientra in casa pochi minuti dopo, distrutta, ancor più pallida del solito.
“Mimì” singhiozza “non ce l’ho fatta, non ho ammazzato La Strega, non ce l’ho fatta, c’è tanta roba brutta là fuori, ho visto un piccione, e un uomo peloso in canottiera, e un barbone, lo sai che io ho paura dei barboni, Mimì, come faccio ad ammazzare La Strega?, dimmi tu, Mimì…”
Mimì non risponde e non fa segno di aver capito. Pochi cactus nani, in effetti, risponderebbero alla loro padrona o darebbero segno di aver capito.
Mimì si comporta come tutti i cactus nani battezzati con un nome di donna: ascolta in silenzio, e serena vive la sua vita da cactus.
Eccola qua la soluzione!, pensa La Strega. Era così semplice. Come ho fatto a non arrivarci prima? Troppo lavoro, pochi integratori, e poi il mio cervello non funziona a dovere. Anche quello stronzo di Lauro che non risponde, lo sa benissimo che quel cazzo di iPhone deve tenerlo acceso - stronzo, stronzo, stronzo -, che poi se non risponde io ho paura che sia con la violinista anoressica che parla con le piante, cretina, nana, come faceva a pensare di poter stare col mio Lauro?, cosa ci trovava in lei quel cretino?, non gliela dava neanche, almeno, questo è quel che mi racconta lui, sarà vero o non sarà vero?, magari scopavano dalla mattina alla sera e lui a me racconta che non gliela dava neanche pitturata, cazzo, è vero, e io che ci ho creduto, e io che dicevo Oh, io te la do quanto e quando ti pare bello mio, non me ne frega un benenamato cazzo se devi finire il capitolo del tuo romanzetto, ciccio, sono in casa tua e noi adesso facciamo quel che si deve fare, ma ti pare?, hai ‘sto bel pezzo di femmina qui in casa tua e devi perdere tempo a scrivere le tue boiate? - con rispetto parlando, eh -, quelle storie lì dei marziani che vanno sulla Luna o cose così, no, no, adesso si tromba, bello mio, non son mica come la violinista di ‘sto cazzo che non te la faceva vedere neanche disegnata, io te la faccio vedere e ti ci faccio una foto e te la appendo sul letto così quando sei da solo ti ricordi bene come son fatta, bello mio, e adesso invece mi viene il dubbio, cazzo, se non è vero che la nana non gliela dava?, ah, ma comunque ho avuto la genialata in questo momento, ah, che testa che hai, Sandra, era così facile, Lauro mi ha detto che la deficientina ha il terrore dei barboni, no?, e allora, quell’ubriacone che ho pagato stamattina per aggirarsi intorno a casa della nana e controllare se per caso andava da Lauro mentre io ero qua al lavoro, ecco, lo pago il triplo, gli dico di stare seduto dalla mattina alla sera davanti a casa della mentecatta, quella mette il naso fuori, vede che c’è un barbone, se ne torna subito in casa, sì, sì, certo, così son sicura che la cretina non se ne va dal mio Lauro, ma perché spegne il telefono quel demente?, va bene, mi ha detto Oh, Sandra, io devo lavorare, l’editore vuole il romanzo entro due giorni, io spengo tutto, mi chiudo in casa, devo pensare solo alle mie cazzo di astronavi e ai miei cazzo di marziani, va bene, non ha detto così, il cazzo di astronavi e i cazzo di marziani ce li ho messi io, comunque, cazzo, io son qua che lavoro, faccio un lavoro vero, questo è un centro fitness con i contromaroni e non azzardatevi a chiamarlo palestra e io sono una personal trainer con i contromaroni ma io sono anche una donna innamorata e gelosa, gliel’ho anche detto alla signora Boldrini prima di sbatterla a correre sul tapis roulant per farla star zitta, signora Boldrini, le ho detto, lei mi vede come la sua personal trainer tutto d’un pezzo ma io sono anche una donna gelosa e innamorata, e…
Oddio.
Ma da quanto tempo è sul tapis roulant, la signora Boldrini?