(…) Ma là
dove il campo inciampa nel mandorlo,
ecco, un animale è balzato
da ieri a oggi attraverso le foglie.
E noi ci fermiamo, al di fuori del mondo.
Il fulmine, Yves Bonnefoy, da Ce qui fut sans lumière
Camminare, camminare e pensare, è una cosa che accomuna molti degli scrittori da me amati, da Walser a Bernhard, e non so dire con esattezza da dove sia nato il mio sentire come uno scorrere parallelo tra la pittura di Marco Bettio e la poesia di Bonnefoy.
Forse le immagini ricorrenti legate alla natura, il loro apparire limpido e improvviso; o perché tra le parole in uno e le immagini nell’altro c’è come un’ aria, come un respiro sospeso. La parola in Bonnefoy quasi galleggia sulla soglia dell’invisibile, così i personaggi di Marco Bettio si palesano sospesi su un fondo grigio così potente nella sua neutralità.
Ogni visione, poi, è come chiusa nella propria unicità incisa in questa atmosfera rarefatta.
Senza fretta. Il dispiegarsi delle cose. Lo scorrere della parola, lo scorrere delle immagini.
Un rumore di passi, muoversi di vento, foglie e rami, figure improvvise come apparizioni. Tutto ha un’energia intensa, profonda, rispettosa.
Ecco, forse è proprio qui il legame più stretto che mi appare: il rispetto che nasce dall’empatia con quanto ci circonda, dal profondo senso di appartenenza, di tutela garbata.
E come una camminata è concepita Una piccola cosa politica, che prende il nome da una delle tele esposte: una capra nera che ha sulla sua groppa una piccola scimmia. Un accadimento inverosimile quello di incontrare una tale coppia, eppure lungo la mostra, attraverso paesaggi scabri, se ne palesano molti di questi equilibri improbabili.
I paesaggi sono tappe necessarie, riferimenti provvisori da cui ripartire. Forse perché la natura non ha bisogno del pensiero, esiste al di là di questo.
L’attrito palese, cercato e dichiarato nei personaggi che animano questo teatro folle e razionale insieme, è come una responsabilità di cui farsi carico e che ci porta a considerare con sguardo ampio questi eventi inusuali, a pensare che possano trasformarsi in un’occasione nella quale trovare un nuovo equilibrio. In questo senso l’attrito è anche strumento del procedere, mezzo che trasforma la visione in intuizione e la scelta di questa differenza in non indifferenza, trasformandosi in Una piccola cosa politica.
Patti Campani