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Capitolo 2: Il primo quarto di miglio.
La rivalità tra Enzo e Daytona divenne il motore dell'officina. Daytona decise di stabilirsi a Roma per un periodo, affascinato non dai segreti della Scuola Moretti e dalle corse clandestine.
Daytona legò subito con Bubba mentre Enzo si ritrovò presto catturato dal carisma e dal fascino di Maria, la sorella minore di Daytona. Maria era una ragazza bellissima e determinata, che non si lasciava incantare dai soldi del fratello né dalle scuse dei piloti. Tra lei e Enzo scattò una scintilla immediata, complicando la vita del nostro meccanico.
La situazione precipitò quando una gang locale, guidata da uno spietato criminale della malavita romana, decise di dare fuoco all'officina di nonno Mario come avvertimento per non aver pagato il pizzo sulle scommesse. Durante l'attacco, Bubba cercò disperatamente di salvare gli attrezzi storici di Mario, rimanendo gravemente ferito nel crollo di una tettoia.
Vedere Bubba in un letto d'ospedale e l'officina danneggiata scatenò la furia di Enzo. Non era più una questione di corse: era una guerra per la famiglia.
Per risolvere la questione, Enzo e Daytona organizzarono un mega evento di corse clandestine nella zona industriale di Roma, un quarto di miglio ad altissima tensione dove il vincitore avrebbe preso tutto, e lo sconfitto avrebbe lasciato la città per sempre.
Il quarto di miglio nella zona industriale si era concluso nel caos. Daytona, grazie ai suoi agganci, aveva avvertito la squadra dell'imminente retata dell'FBI, permettendo a Enzo di fuggire. Ma per Enzo non era finita. Prima che la polizia bloccasse tutto, era riuscito a rintracciare il capo della gang che aveva ferito Bubba, speronando la sua auto in un inseguimento stradale spaventoso e consegnandolo, a modo suo, alla giustizia della strada.
Ora, però, Enzo era un ricercato. Per evitare l'arresto, dovette fuggire da Roma, lasciando l'officina e nonno Mario. Si rifugiò nel profondo sud Italia, tra le strade costiere e i tornanti della Calabria, dove il mare si infrangeva contro le rocce e la legge sembrava un concetto lontano.
Lì, Enzo rimise in piedi una rete di contrabbando di carburante e pezzi di ricambio per sopravvivere. Non era solo: al suo fianco c'era Ethan "Il Riccio", un pilota locale dalla parlantina veloce e con un talento innato per far sparire le auto nel nulla. Ethan divenne il secondo pilota ufficiale di Enzo, aiutandolo a muovere i carichi lungo la costa.
Daytona, sentendosi in colpa per aver portato i guai in officina, decise di seguirlo nel sud assieme a sua sorella e trovare Enzo. La resa dei conti avvenne sulle strade costiere sospese sul mare, dove la Charger nera di Enzo ed Ethan "Il Riccio" si trovarono braccati dalle gazzelle della polizia e dagli elicotteri.
In un finale mozzafiato, Daytona usò la sua auto per bloccare la strada ai federali, permettendo a Enzo e al Riccio di superare il confine marittimo su un motoscafo hi-tech preparato per l'occasione. Maria fu costretta a fuggire a sua volta con lui , diventando un latitante, mentre Daytona, rimasto a terra, decise che era il momento di sparire dai radar e tentare la fortuna in Asia.
NASCAR NIGHTS: LA BALLATA DI ENZO MORETTI
Capitolo 1: Le origini della Scuola Moretti
Il sole picchiava duro sull’asfalto di una Roma periferica, dove l'odore di gomma bruciata si mischiava a quello del caffè espresso dei bar all'angolo. Lì, in un'officina che sembrava ferma agli anni '70, nonno Mario portava avanti la leggendaria "Scuola Moretti". Non era una scuola vera e propria, ma un'officina clandestina dove i giovani piloti imparavano a sentire il motore prima ancora di toccare il volante.
Enzo Moretti, il nipote di Mario, era cresciuto lì dentro. Aveva lo sguardo duro, le mani costantemente sporche di grasso e un'attitudine alla guida che ricordava un mix letale tra Dominic Toretto e la determinazione di Rocky Balboa. Guidava una Dodge Charger nera del '70, un mostro a trazione posteriore ereditato da suo padre, capace di far tremare i vetri dei palazzi a ogni colpo di acceleratore.
Al suo fianco c'era Bubba, il suo migliore amico d'infanzia. Bubba era un gigante buono, un meccanico dal talento d'oro ma con la battuta sempre pronta e una sfortuna cronica che lo cacciava costantemente nei guai. Se Enzo era la mente e il braccio al volante, Bubba era l'anima dell'officina, capace di alleggerire la tensione anche un secondo prima di una corsa clandestina.
Un giorno, in officina si presentò un ragazzo americano con l'aria di chi pensa di poter comprare il mondo: Maximilian "Max" Steiner, per tutti ormai solo "Daytona". Max era un pilota d'élite della NASCAR, arrivato in Italia per una serie di esibizioni europee. Portava con sé i soldi della sua ricca famiglia, una boria insopportabile e una tecnica di guida chirurgica, abituata ai circuiti ovali e ai rettilinei perfetti.
«Ho sentito dire che qui dentro si nasconde il pilota più veloce di Roma», disse Daytona, lanciando le chiavi della sua Mustang modificata sul banco da lavoro di Enzo. «Vediamo se sapete solo cambiare l'olio o se avete il fegato di sfidarmi.»
Enzo alzò lo sguardo, si pulì le mani con uno straccio viscido e sorrise. La sfida era accettata. Quella notte, sul lungo rettilineo della Via Cristoforo Colombo, la Charger nera e la Mustang di Daytona si sfidarono in un quarto di miglio che fece epoca. Fu una gara brutale. Daytona usava la precisione millimetrica dei professionisti, ma Enzo guidava con il cuore e l'istinto della strada. Al traguardo, le due auto passarono talmente vicine che fu impossibile stabilire un vincitore. Ma tra i due era nato qualcosa: un rispetto profondo, cementato dalla gomma bruciata.