IL SEGRETO DEL MONASTERO - “Dirò tutto alle figlie di Dio”. Questa frase tuonante ruppe il silenzio mafioso che si venne a creare tra Suor Itria e il Reverendo di quel monastero che affacciava sulle campagne di un borgo qualsiasi, qualche ventennio fa. Il Reverendo strinse le mani, sfoderando due pugni secchi sulla scrivania e le ordinò di ritornare alla sua stanza e di meditare a cosa andasse incontro nel “dire tutto alle figlie di Dio”. Non una parola in più. Suor Itria andò via dall’ufficio del sacerdote. Non fece neanche caso alla Madre Superiora che transitava in quell’andito. Non si accorse di lei neanche dopo averla urtata con la spalla ed averla fatta sobbalzare. Fuggì via come, al calar della sera, fuggono via le ombre. Ritornò nella sua stanza, la cosiddetta “cella” che, secoli prima, era appartenuta ai frati che avevano costruito quel luogo di preghiera, di meditazione, di silenzi. E quanti silenzi furon abilmente celati tra quelle pareti, quanta omertà, quanta vigliaccheria mai trapelata tra il volgo che, frettoloso, neanche ascolta più quelle antiche campane di bronzo suonare. La Superiora si affacciò presso l’ufficio del Reverendo, il Padre Spirituale. “Padre”, disse, “che è successo a Suor Itria?”. “Deve essersi ammalata alla testa”, rispose secco quello. “Mi ha raccontato fatti incredibili che non possono essere accaduti qui dentro”. La Madre tacque, serbando in cuor suo l’amara preoccupazione. Osservava i pugni ancora ben stretti di Padre. Lui, seduto alla sua scrivania, osservava distrattamente verso la finestra, con mille pensieri tra la testa. “Va isolata e curata.”, aggiunse poi con voce tremante. “Può essere un pericolo per la stabilità della Casa del Signore”. “Sarà fatto”, fu la risposta della Madre Superiora. Il Reverendo si prese la briga di rinchiudere la suora nella sua stanza. Solo lui poteva, così, visitarla. Sperava in un suo ripensamento. “Non deve dir nulla”, pensava ogni giorno che passava. Ogni mezzogiorno le faceva portare dalle inservienti di quel luogo sacro un tozzo di pane ed una minestra. Null’altro doveva esser lei dato e nessuno doveva intrattenersi a parlare con lei. Passarono le settimane e nessuna delle altre suore di quel monastero vide Suor Itria. Padre aveva studiato tutto alla perfezione. Rinchiuderla in quella cella e farla passare per pazza agli occhi delle altre sorelle era un modo per tutelare quel qualcosa che nessuno seppe mai. Forse. Accadde un giorno, dopo mesi di reclusione forzata della suora, che il Reverendo dovesse recarsi a celebrare una Via Crucis presso un borgo distante da quello ove aveva sede il suo monastero e delegò una delle suore di quel posto per portare il cibo, “a mezzogiorno, solo a mezzogiorno”, a Suor Itria. Partì con la preoccupazione nella mente. “Dammi un pezzo di carta, ti prego”, sbraitò questa alla sua consorella inserviente, non appena fu in quella stanza. Un odore nauseabondo di chiuso, di muffa e sporcizia, tappò le narici a quella. Osservò la stanzetta: un lettino bianco ad uso delle infermerie di quel periodo, delle lenzuola urinate, le pareti ingiallite, sporche, ammuffite ed appena un poco di luce che trapelava dalle inferriate di una finestrella di quell’ultimo piano, ove Suor Itria era reclusa. “Non sono pazza!”, le diceva, strattonandola per un braccio. Quando la luce del sole, alto nel cielo, toccò il volto di Suor Itria, la suora che aveva osato entrare in quella stanza trasalì. Era magrissima, bianca, con le guance scavate e due enormi occhiaie violacee che le contornavano gli occhi. Le sue mani erano gelide e, in quegli attimi, gelido fu anche il cuore di quella suora che, posato su uno scrittoio di legno il vassoio, scappò via, spingendo verso l’interno della stanza Suor Itria che tentava di fuoriuscirne e richiudendo quella porta infernale con tre girate di chiave. Ad ogni girata era un grido sempre più disperato di quella che, dall’interno, si dimenava ancora in tutta la sua rabbia. Le altre suore accorsero alla base di quella rampa di scale, attendendo, silenziose ma spaventate, la discesa della consorella inserviente. La scrutarono in viso e notarono ch’era visibilmente scossa. “E’ pazza davvero. Mi ha aggredito, voleva uscire e gridava contro di me”, disse quella alle altre che, come in una coreografia, si portarono le mani alla bocca, all’unisono, quasi a voler celare lo stupore ed il timore suscitato da quella testimonianza. Passarono altri mesi e le giornate erano inframmezzate dalle urla provenienti da quell’ultimo piano, ogni giorno a mezzogiorno, quando il Reverendo portava a Suor Itria del cibo. “Non una parola, devi guarire!”, urlò. Suor Teresa, ch’era l’inserviente che era stata aggredita qualche mese prima, udì quelle parole rivolte a Suor Itria dal Reverendo. “Non una parola”, pensò. “Non una parola su cosa?”. E questo tarlo iniziava a farsi sempre più puntiglioso nella sua mente. Alle preghiere mattutine si fece sempre più distratta e cupa in volto, tanto da suscitar le malelingue di alcune sue sorelle che iniziarono a pensare che anche lei fosse stata colpita da qualche malattia alla testa o dal diavolo tentatore. Accadde, poi, che una mattina Suor Teresa non si presentò alle preghiere nella cappella del monastero, suscitando turbamento in chi, come le altre consorelle, erano abituate a vederla mattiniera nella preparazione silenziosa dell’altare. Suor Teresa, in realtà, era di fronte a quella porta di legno, nell’ultimo piano di quel monastero. Si avvicinò, a passi lentissimi, a quell’uscio. Prese coraggio e bussò. Dall’interno non giunse risposta. Ribussò ancora una volta e rimase in attesa. Ancora nessuna risposta. Quando fu per ribussare la terza volta udì, dall’interno, dapprima un cigolio e, successivamente, mentre avvicinava l’orecchio al legno per tentare di distinguere i rumori, un enorme scarica di colpi si abbatté su quella porta, spaventandola. Suor Itria, dall’interno, batteva calci e pugni alla porta, gridando come una disperata: “Fammi uscire! Sto morendo qui dentro, ti prego!”. Teresa, lì fuori, tremolante e in preda al panico si inginocchiò, facendo sgusciare sotto la porta alcuni pezzi di carta che, la sera prima, aveva strappato da alcuni libri della biblioteca, ove erano solite riunirsi le monachelle per qualche ora di studio e meditazione. I fogli furono letteralmente strappati via dall’uscio dalla stessa Suor Itria che ebbe solo il tempo di dire un quasi commosso e flebile: “Grazie”. Suor Teresa, invece, si era già rifugiata nella sua stanza, correndo come una forsennata e chiudendosi dentro dopo aver girato, anch’essa, la chiave nella serratura. Passarono altri giorni ed i giorni divennero mesi ma, di Suor Itria, nessuna novità. “Sta ancora male”, diceva Padre a chi osasse chieder di lei. Dopo qualche altro mese, la porta di Suor Itria fu aperta ed ella riprese a passeggiare per gli anditi del monastero, con la sola imposizione di Padre e Madre Superiora ch’essa non parlasse con alcuno per espiare, per sempre, il male che l’aveva sopraffatta. Vi era, nella parte vecchia di questo monastero, una stanza che affacciava sulla via del borgo. Una grande finestra la illuminava. In questa, una macchina da cucire, alcuni tavoli e delle sedie di legno e paglia ove, le consorelle, sedevano per trascorrere il tempo libero, quando non erano affaccendate in opere di spirito. Tutti conoscevano questo luogo come “Laboratorio”, posto, come detto, nella parte più antica del monastero, in un angolo di questo. Un lungo grido disperato giunse, una di quelle mattine, da quel laboratorio. “Aiuto! Aiutatemi!”, era il latrato similmente umano che proveniva proprio da quella stanza. Quando alcune consorelle arrivarono al punto da cui giungevano queste urla disumane, la scena che si trovarono di fronte era tragica. Padre era inginocchiato per terra e, di fronte a lui, una suora perdeva del sangue. Tutto, intorno, era sporcato da quel liquido. Tra le chiazze di sangue, nel pavimento lercio, un paio di forbici da cucito con pezzi di pelle sopra le due lame aperte. Le consorelle gridavano dalla disperazione. “Chiamate i soccorsi, subito!”, ordinò il Reverendo con un tremante imperativo e con il volto stravolto dal dolore. Appoggiò la schiena della suora alla sedia di paglia e, in quell’attimo, la testa di quella, si voltò in modo automatico verso destra, lasciando scoprire a tutte le presenti chi quella monaca fosse: Suor Itria. La Polizia e le ambulanze arrivarono in poco tempo ma, per la suora, fu tutto inutile. Defunta. Il caso fu archiviato come “incidente”. Una delle preoccupazioni maggiori fu quella di non parlare di suicidio all’interno di un luogo sacro. Si raccontò che quella povera donna, mentre era dedita nel cucire, inciampò, conficcandosi le forbici nello stomaco e ricadendo, poi, sulla sedia. Fu un evento tragico che scosse tutto il monastero. La vita di tutte quelle consorelle si fece cupa e la “pazza”, così fu soprannominata in vita Suor Itria, non venne mai dimenticata né, tantomeno, rinominata. Qualche anno dopo la morte del Padre Spirituale, del Reverendo, Suor Teresa chiese un incontro privato con la Madre Superiora. Le confidò che, anni prima, si era introdotta nell’ufficio del Reverendo, riuscendo a leggere alcune righe di un non precisato testamento che trattava di argomenti inenarrabili. Anche a Suor Teresa fu intimato il silenzio assoluto per il bene della Casa del Signore. Anche lei venne isolata da tutte le consorelle. Silenziosa e mesta, ogni sera fregava tra le mani, nella sua stanza ed alla luce di una candela, alcuni pezzi di carta, ingialliti da qualche ventennio, o forse più. Erano avvolti in un foglio semitrasparente sul quale era riportata la dicitura: “Testamento spirituale”. Otto pezzetti di carta, alcuni illeggibili in molte parti, indirizzati al Padre Spirituale di quel monastero dalla defunta Suor Itria. Suor Teresa conosceva bene quei pezzi di carta. Era stata lei stessa a strapparli ai libri della biblioteca ed a farli passare sotto la porta della consorella, quando quella era in stato di reclusione, di isolamento per la “guarigione”. Li apriva uno ad uno, stando attenta a non distruggerli. “Gesù perdonami. Non sento di essere in grado di disimpegnare una carica nella Azione Cattolica. Vi prego dire una parola sospetta sul mio conto come avete fatto altre volte, in modo che non pensino più che io possa essere chiamata a far la dirigente. Se non vi ricordate altro, direte magari quanto avete detto a quella Superiora, in modo che anche loro possano dire: non la vogliamo perché ammalata di testa, vi ringrazio di cuore. Ho l’anima triste, non mi giova manco il sentir parlare di cose per le quali ho sofferto, soffro. Dio perdoni me e tutti quelli che sbagliano”. Suor Teresa piangeva nell’aprire, ogni sera, anche il secondo biglietto: “Ringraziate il Signore per il cambiamento che si è degnato operare in me nei riguardi di non dire e svelare cose che non dovevo dire. So di aver detto nulla sulle misericordie di Dio e godo di ciò. Nel foglio che vi dissi bruciato, che sono riuscita a bruciare prima di farlo leggere, avevo pasticciato delle mie fantasie. Ho avuto altre prove che veramente ho cambiato e ricordo che questo era stato da Voi desiderato quando mi avevate detto: Santa Teresina non aveva mai detto nulla. Godo e ringrazio il Misericordioso Gesù e anche Voi che tanto bene mi avete saputo guidare”. Le lacrime, ogni sera, inondavano lo scrittoio di Suor Teresa alla lettura di queste parole. “Cosa mai doveva nascondere Suor Itria?”, si chiedeva. “Quale segreto così devastante conosceva per finire rinchiusa nella cella di un monastero?”. E se lo chiedeva scartando l’altro biglietto. “Quanto non mi è stato concesso quando la concessione mi avrebbe fatto piacere, adesso intendo rinunziarlo per punirmi di quanto ho una volta desiderato”. Girava quel biglietto celeste e, nel retro, una scrittura fitta fitta che diceva: “Nelle rinunzie che sento di fare oggi vi è anche quella che Voi non veniate mai più a trovarmi. Lasciatemi pure come sono, pazza. E se qualche volta mi permettessi ancora chiamarvi, non datemi ascolto. Se dovessi morire, se il Signore mi chiamasse da qui, potete fare la carità, se vi fosse fatto sapere, pregare un sacerdote qualsiasi, non ho preferenze. Per gli ultimi sacramenti, se sarò degna riceverli, dico che per venire Voi sia solo segno di non aver trovato nessun altro disposto a fare quella carità. La mia dipartita si ricordi come la dipartita di un pidocchio, io non sono meno inutile e schifosa. Perciò il mondo, perdendo me, non fa che il guadagno di non avermi più a dar noia. Non si dica una parola su di questa miserabile. Si chieda perdono per quanto ho fatto di male, come di vero cuore io domando perdono in questi ultimi (per oggi) desideri. A quanti ho offeso, Dio mi usi pietà, e mi perdoni tutto il Mondo. I miei ultimi desideri sono questi, si abbia per testamento spirituale. Desidero essere meno impertinente per l’avvenire. Dio mi perdoni”. Suor Teresa piangeva copiosamente, sentendo la sofferenza di questa sua consorella. Suor Itria portatrice di segreti inenarrabili, suor Itria reclusa, suor Itria suicida, morta per incidente o, piuttosto, uccisa? Quei fogli reclamavano giustizia e pace per quell’anima. Ma anche quella sera, come tutte le altre, Suor Teresa chiuse a chiave la sua stanza, non prima di aver rinchiuso, in un cassettino, quei foglietti. E avvenne così tutte le sere, per sempre. Forse. [g.s.]











