" Non avrebbe voluto diventare un eroe, Giovanni Falcone. Perché era convinto che uno Stato tecnicamente attrezzato e politicamente impegnato potesse sconfiggere il crimine organizzato facendo a meno di tanti sacrifici individuali. Per Falcone, la responsabilità collettiva di un ufficio specializzato, di un'istituzione locale, di una Procura nazionale, avrebbe dovuto cancellare le singole personalità, le singole responsabilità e dunque la vulnerabilità dei singoli operatori dell'Antimafia: «Quando esistono degli organismi collettivi,» diceva «quando la lotta non è concentrata o simboleggiata da una sola persona, allora la mafia ci pensa due volte prima di uccidere.» Non avrebbe dunque, Falcone, voluto diventare un eroe. «Vale la pena,» gli avevo chiesto durante un'intervista televisiva del gennaio 1988 «vale la pena rischiare la propria vita per questo Stato?» E lui rispose, un po' sconcertato: «Che io sappia, c'è soltanto questo Stato, o più precisamente questa società di cui lo Stato è l'espressione.» Non eroe per vocazione, ma servitore dello Stato: questo era il giudice Falcone. "
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Dalla Nota introduttiva all'edizione 1995 de:
Giovanni Falcone in collaborazione con Marcelle Padovani, Cose Di Cosa Nostra, Collana Saggi italiani, Milano, Rizzoli.
[Prima edizione: 13 novembre 1991]














