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Tu, sottomessa, inizierai a vivere quando ti troverai di fronte alla scelta di essere carbone o diamante. In entrambi i casi, ricorda, sarai dipendente da qualcuno. Il carbone sporca le tasche, le mani. Viene gettato per terra, e, poco a poco, gli angoli verranno smussati. Se sceglierai di essere diamante sarai un pregio per il tuo padrone, il quale passerá giornate intere a lucidarti, a togliere l'impercettibile strato di polvere che ti si appoggia addosso, giorno dopo giorno. La linea tra sottomessa e padrone è labile. Sei tu, diamante, che hai bisogno delle sue cure, o è lui ad aver bisogno di te?
Yes, I’m thinking about you.
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Dimmi cosa ci faccio io nel tuo mondo. Nemmeno il colore dei miei capelli assomiglia a quelli che vedi tu in sogno di notte. Né i fianchi, né il modo di fare. Non c’é nessuna somiglianza con quello che immagini tu.
E allora dimmi e spiegami perchè. Sono un rimpiazzo? Un ripiego temporaneo? Qualcuno con cui ingannare il tempo?
Breve storia triste di barchetta e Signor Pericolo
Barchetta era di carta Bianca La sua vita era un programma Da cinque minuti. Signor pericolo era alto Delle braccia E parole che sanno solo stringere. Si incrociarono In una corrente Ascensionale. Signor pericolo circondò Barchetta, lei si lasciò Stringere. Chi sei tu? E chi sono io? In questo vortice Di pensieri?
Sono un camaleonte in mezzo a questa giungla. Mi adatto, cambio colore. Passo inosservata.
Il mio istinto di autoconservazione mi impone di non aprirmi troppo. Non lascio il collo scoperto per chi ha l'occhio da predatore.
Immagina un pomeriggio in Agosto, il ronzio del frigorifero in sottofondo. Immagina trentasette gradi, e una ragazza stesa su un divano in pelle bianca.
Immagina e guarda questa ragazza, alta un metro e sessantatré, i polsi fragili, occhi e capelli colore delle foglie che cadono ad Ottobre dall'acero giapponese. Un volto armonico e ben bilanciato, una piccola increspatura sul labbro superiore.
Non aveva il rossetto.
Immagina questa ragazza, quasi nuda, che si stende sul divano di pelle bianca. La sensazione pelle contro pelle le piace, la rinfresca. Non appoggia la testa sul cuscino, rimane li, non un muscolo contratto, a guardare il soffitto e a respirare lentamente. Inspira, espira. Inspira, espira. Si accompagna con il ronzio che viene dalla cucina. E da quello che viene da fuori, un rumore attutito dalle finestre.
Immagina il suo corpo totalmente abbandonato alla forza di gravità. Stesa, su quel divano, con i palmi delle mani verso il pavimento. Come se qualcuno dovesse arrivare da un momento all'altro per vivisezionarla, come su uno di quei tavoli di metallo lucente che si usano in sala operatoria. Inizierebbero dal cuore, per vedere se quando si prova qualcosa cambia colore, aumenta di grandezza. Con una netta incisione le aprirebbero il petto, nello stesso punto in cui ci si appoggia per riposare, cercare conforto, iniziare a baciare.
Immagina quel punto definito, in mezzo ai seni bianchi di una ragazza ventenne, e il tuo occhio che si avvicina per vedere da vicino, per esplorare. La tua mano sostiene un bisturi che all'inizio sembrava una piuma, pronta ad agire con leggerezza e precisione. Mentre adesso è martello e incudine e profondità.
Il camino è acceso, in casa c’è quella temperatura perfetta che mi permette di camminare a piedi scalzi.
“Fammi un po’ di posto, li”
E così lui si sposta di qualche centimetro. Non mi dice niente, ma so che mi sta studiando. Mi stendo, pancia in su e braccia lungo il corpo, come se dovessi prendere il sole. E infatti il calore del camino mi scalda. Non ci diciamo niente. Io mi distraggo pensando a cosa dovrò fare domani, dove dovrò andare, che orari rispettare. Penso che magari domani non prenderò tre caffè, e che andrò a letto presto. E se prenderò tre caffè non metterò lo zucchero. Mi perdo pensando mentre guardo il soffitto. Lui si gira, lentamente. Mette la sua mano sul mio fianco sinistro e mi avvolge. Chiude gli occhi. Il legno bruciato fa un buon profumo in casa, e arriva fino alle camere da letto al piano superiore. Domani probabilmente dovrò sistemare quel quadro che ormai da qualche settimana pende da un lato. Chissà dove ho messo i chiodi, di sicuro l’ultima volta che li ho usati non era per aggiustare qualcosa. Mi giro, ma solo con la testa, e non sono comoda. Non gli dico niente, ma lui sa che lo sto studiando. “Scegli me”, gli dico con gli occhi. Ma lui non mi sta guardando.
non fidarti mai di me domani non ci sarò più sono uno che crede di volare e finisce per scappare per non strisciare o stare al passo del mondo non fidarti siamo uomini sbagliati noi confondiamo la fantasia e la menzogna e sognamo solo fuori dalle lenzuola abbiamo una strada che ci chiama sempre e un cuore che non sa aspettare mai fuoco nei polmoni e alcol nelle ferite che portiamo come vestiti di gala e non sai mai quanto sono vere e quanto romanzate non fidarti non ti amerò per sempre e finchè lo farò sarà peggio per entrambi e qualcuno pagherà il biglietto per vederti così bella da lontano come il mare da bambino persa in fondo alla mia voce alle mie poche note incerte alla nostra illusione suicida che non sia tradire tradire a carte scoperte non fidarti mai di me tieniti gli scherzi con la neve le risate fuori scuola i disegni sulla schiena i sogni sopra la soglia di povertà due nuvole a forma di dogana un viaggio affanculo e uno a lisbona una lettera a un grillo, una a una sirena una telefonata senza il coraggio di andarsene una favola sotto stupefacenti, l'amore per gli ultimi in fila una pausa al posto di una rima un errore al posto di una certezza uno schiaffo ai ventanni, una carezza i miei danni, la tenerezza di chi non si sa trovare mai ma perdersi tra speranza e vendetta fuoco, carta e cenere con in mano solo una canzone per ogni scusa non mi cambierai non provarci e non fidarti ti farò solo del male più di quanto faccia a me scoprire così tardi di essere molto peggio di tutto quello che ho da lasciare
Era la calma dopo sei giorni di concerti e poco sonno. Ci incontrammo sotto a al tendone grigio, di fianco alla mia tenda. Quel lunedì mattina era colorato da un miliardo di piccolissime gocce di pioggia, come su una di quelle tele impressioniste che si conservano nei musei. L’avevo conosciuto qualche giorno prima, mi aveva scritto su un tovagliolo di carta se poteva avere il mio numero. Quel lunedì mattina aveva addosso una felpa, un po’ troppo grande, con le maniche che gli coprivano le mani. Ho sempre pensato che fosse qualcosa di sensuale. Io sono fissata con le mani, ma lui non lo sa ancora. Quel lunedì mattina, V. aveva gli occhi stanchi ma non li staccava mai dai miei. Eravamo seduti su una panchina, io con il mio impermeabile blu sembravo una bambina di sette anni, con lo sguardo perso sui quadrati che le tende avevano disegnato sul terreno. Ero immersa in una situazione irreale.
Connessione Wifi, computer acceso. Due minuti di silenzio, e altri novantotto pieni di parole. “E’ stato strano, sai, quando ci stavamo guardando.”
Cosa mi stai facendo? A che gioco stiamo giocando?
Nel mio pensarmi unica sono una generalizzazione dell’universo femminile.
Quella mattina mi disse che se ne sarebbe andata, ma era la quinta volta che me lo diceva e io ormai sapevo cosa aspettarmi. Se ne sarebbe andata, certo, ma sarebbe ritornata. Ritornare per modificarmi, scavarmi e modellarmi a suo piacimento, come se fossi un pezzo di fragile terracotta nelle mani di un’abile vasaia. Sarebbe tornata per farmi credere ancora una volta di essersi sbagliata. Ma non sapeva nemmeno lei che il suo destino era lo stesso delle onde sulla sabbia, che vanno e vengono ritmicamente, ma senza rimanere per più di un istante sullo stesso granello di sabbia.
Che senso ha? Dove si va a finire?
(Guarda qui, sono tutti i miei punti deboli.) Mi fai ancora effetto come la prima volta. Chissà perché te l’ho permesso.
Il taxi aspettava all'incrocio, ed io correvo sulle strisce pedonali per non fare alzare il tassametro quando A. mi prese per il braccio, mi girò e mi baciò li in mezzo alla strada. Sarebbero potute arrivare delle macchine, ma in quel momento sembrava che il mondo intero si fosse fermato a guardarci, come nei film in slow-motion.
Ti penso raramente.
In punta di piedi