Travis
Zio, mi porteresti al concerto di Travis Scott?
A pormi questa domanda è mio nipote Nicolò, un quasi quattordicenne appassionato di trap music americana. Ci penso per un po', conosco il genere, lo ascolto, ma non posso definirmi un appassionato, men che meno un fan. Rispondo comunque affermativamente, è da molto tempo che non assisto a un concerto di un certo livello. Non sono stato la prima scelta, prima di me avevano rifiutato sua sorella e sua zia. Ma non ha importanza, sono felice di accompagnarlo a un concerto di musica che attira grandi masse di giovani. Sono sempre a favore delle novità e, soprattutto, sono dalla parte dei giovani, sempre. Unico piccolissimo dettaglio: chi cazzo è Travis Scott? Seguo un po' di trap italiana, conosco gruppi hip hop d'oltreoceano dei primi anni del duemila, ma la mia cultura musicale si ferma lì. Per fortuna non siamo più negli anni 90 e basta fare una ricerca su internet per trovare tutte le informazioni che mi servono. Travis Scott è il più importante e influente musicista del genere trap. Scarico illegalmente tutta la sua musica e comincio l'ascolto: mi piace, mi piace un casino. Musica profonda, molto ben arrangiata, riflessiva, con testi di tutto rispetto. Costruisce mondi onirici, raccontando di personaggi che lo avevano shockato durante la sua dura infanzia vissuta a Houston. La lineup del concerto prevede anche le performance di Ava e Capo Plaza. Non conosco nemmeno loro e ascolto qualche brano. Non mi piacciono e lascio subito perdere. Trascorro qualche giorno prima del concerto ad ascoltare altri brani del buon Travis. Il 29 di giugno, il giorno prima del grande evento, mi metto d'accordo con Nicolò. Decidiamo che sta da me a dormire. Cena frugale, ascolto di musica trap italiana e poi un concerto allo skate park di Palazzolo sull'Oglio: Lucio Corsi. Torniamo a casa abbastanza presto, verso le 22.30. Non so di preciso cosa aspettarmi per il giorno successivo, ma sono sicuro che sarà una giornata lunga e faticosa.
La mattina del concerto ci svegliamo con calma, veloce colazione e porto Milu, il mio cane, a casa della mia ex moglie e dai miei figli. Quindi partiamo per prendere il bus. Ho preferito questa opzione all'auto, consapevole del casino che avrei sicuramente trovato per entrare in Milano, parcheggiare e poi uscire da Milano. Partenza dalle Porte Franche di Rovato alle 11.45. anche se nella mia testa era rimasta impressa un'ora diversa, le 10.45. Perciò arriviamo con grande anticipo, ci posizioniamo alla fermata in attesa del bus e solo verso le 10.55, non vedendo arrivare né altri ragazzi né soprattutto il bus, mi viene un leggerissimo dubbio (cit. fantozziana). Controllo il biglietto e mi accorgo dell'errore. Altra attesa. Entriamo alle Porte Franche, bevo un caffè, compro due bottigliette d'acqua e perdiamo un po' di tempo girovagando tra i negozi. Verso le 11.30 torniamo alla fermata del bus e nel giro di 10 minuti ci raggiungono altri ragazzi. Siamo in 11 in attesa e solo la media tra la mia età e quella di mio nipote, rispettivamente il più vecchio e il più giovane tra i presenti, rende un po' meno amaro il mio sentirmi fuori luogo. Comincia a piovere e il cielo non promette niente di buono per il resto della giornata. Con me ho solo un impermeabile tipo k way e lo zaino con i panini, la macchina fotografica e una maglietta di ricambio. Sono un po' pentito di non aver portato con me la boccetta di Lexotan. Alle 11.45 arriva puntualissimo il nostro autobus. Si tratta di un bus doppio. Una ragazza di nome Susanna ci accoglie, segna i nostri nominativi e ritira il modulo di assunzione di responsabilità di Nicolò, in quanto minore di 14 anni. Saliamo sull'autobus sulla parte superiore: è quasi tutto pieno, la fermata di Rovato è la penultima prima di Milano. I presenti sono tutti ragazzi dall'apparente età compresa fra sedici e venticinque anni, non di più. Io ho, probabilmente, il doppio degli anni del più anziano. Troviamo due posti e ci accomodiamo. Sono nervosissimo, non so cosa aspettarmi, e la sola salita sull'autobus si sta dimostrando ostile nei miei confronti sbattendomi in faccia la realtà dei fatti: Ale tu qui non c'entri un cazzo! Dopo l'ultima fermata a Bergamo arriviamo a Milano. C'è molto caos, proprio a causa del concerto. L'autobus è costretto a parcheggiare allo stadio di San Siro, non molto vicino al luogo del concerto, l'ippodromo Snai La Maura, capace di accogliere fino ad 80.000 persone. Scendiamo dall'autobus sotto una pioggia battente. Sono le 14 e faccio rapidamente due conti: è previsto che Travis Scott salga sul palco alle 21, ma penso che prima delle 21.30 non succederà, un'ora e mezzo di concerto dovrebbe essere la durata standard tra scaletta e bis, quindi mi attendono circa 9 ore di presenza. Seguiamo il flusso di ragazzi diretti verso l'ippodromo. La pioggia non ci dà la minima tregua, e mi rendo subito conto del mio errore: indosso un paio di jeans, calze e scarpe tipo All Star e fin qui quasi tutto bene. Il problema sta tutto sopra: una t shirt e l'impermeabile tipo k way che non è assolutamente impermeabile. La maglietta è già completamente bagnata, e il cappuccio non mi protegge nemmeno la testa. Sono completamente zuppo a fa un fottuto freddo. Ma non è tempo di lagnarsi. Arriviamo a qualche centinaio di metri dall'entrata e dobbiamo metterci in fila per un primo controllo del biglietto. Fuori dall'ippodromo ci controllano con i metal detector, quindi aprono gli zaini e chiedono cosa contengono. Terminati questi controlli entriamo e ci mettiamo in coda in attesa dell'apertura dei cancelli: ancora 45 minuti prima di accedere all'area del concerto. Durante questo lasso di tempo osservo la gente che mi circonda: giovani ragazzi ma non giovanissimi, perlopiù universitari che parlano degli esami appena superati, sicuramente di buona famiglia a giudicare dal loro abbigliamento griffato e molto costoso. Alle 15 aprono finalmente i cancelli e possiamo entrare. Nicolò si sta comportando perfettamente, mi sta vicino facendo attenzione a non rimanere indietro. A quest'ora non sarebbe un problema ritrovarsi, ma quando si avvicinerà l'ora del concerto di Travis Scott diventerà impossibile farlo. Il suo comportamento maturo mi rassicura, e ho davvero bisogno di rilassarmi. Ho accettato di portare mio nipote a questo concerto con entusiasmo, ma sono consapevole che potrei avere un attacco di panico in qualsiasi momento, ne soffro, e se dovesse accadere potrei vivere minuti poco piacevoli. Decidiamo di mangiare qualche panino che avevo preparato la mattina, ed esploriamo l'area intorno a noi. Siamo nel settore giallo, il cui punto più vicino al palco è a circa trenta metri di distanza. Il pit è molto ampio, forse troppo. Per fortuna ci sono due mega schermi che permettono di vedere nitidamente quanto accade sul palco. Fino alle 16.30 non succede nulla. Osservo la gente intorno a me, in realtà non moltissima. C'è qualche vecchio come me, papà di ragazzini che idolatrano Travis Scott. Permangono nella mia stessa zona, bevendo birra e fumando sigari, quasi come se tutti noi diversamente giovani fossimo attratti da quel fazzoletto di terra. Io non ho voglia di bere birra, nonostante la scelta dell'autobus fosse stata dettata anche dalla possibilità di non dovermi limitare nel bere. Il fatto è che sto letteralmente gelando. La pioggia ha diminuito di intensità, ma non accenna a smettere. Verso le 18.15 sale sul palco Ava, un dj che comincia a fare un po' di casino. Nulla che mi abbia entusiasmato, anche a causa dell'audio pessimo, veramente troppo basso. I ragazzi si fanno sentire, chiedono a gran voce di alzare il volume. Ava interrompe la sua performance e chiede quale sia il problema. Cerca di fare qualcosa, ma non si percepisce nessun miglioramento. Mezz'ora, poco più, e termina il suo show. Dopo qualche decina di minuti sale sul palco un dj di Radio 105 e fa ascoltare un mix dei pezzi trap italiani che vanno per la maggiore. Ne conosco solo tre, mentre i ragazzi che mi circondano scandiscono ogni singola parola di ogni singolo brano. Loro sono un popolo che parla la stessa lingua, io sono lo straniero. Anche Nicolò non conosce quella musica, ma lui ha tempo per rimediare se lo vorrà. Alle 19.30 è prevista l'esibizione di Capo Plaza, un rapper di 26 anni che si è fatto una buona reputazione tra i ragazzi. L'area dell'ippodromo comincia veramente a riempirsi, la pioggia sembra dare qualche attimo di tregua, scende solo qualche rara goccia. Quando Capo Plaza sale sul palco comincio a sentire la pressione degli altri ragazzi intorno a me. Al mio fianco ho una mamma che segue il figlio che cerca di andare sempre più avanti. Si sente spesso il suo nome urlato dalla madre che non vuole lasciarlo andare. I ragazzi che le stanno intorno cercano di tranquillizzarla, dicendole che non c'è pericolo, si salta e basta. Certo che frasi di questo tipo pronunciate da ragazzi che espirano il fumo della quinta o sesta canna fumata nelle ultime due ore forse non riescono a tranquillizzare una madre ansiosa. Ma c'è qualcosa di diverso in questi ragazzi, non si percepisce nessuna ostilità nell'aria, si sente solo tanta adrenalina e tanta felicità di poter condividere un'esperienza. Sui pezzi di Capo Plaza comincia qualche pogo, sempre molto educato e tranquillo. A un certo punto dal palco viene chiesto, da un ospite di Capo Plaza che penso sia Rondodasosa, di formare dei cerchi. Non so cosa significhi. Lo capisco quando vengo spinto indietro: si tratta di lasciare uno spazio libero a forma di cerchio per permettere a chi lo desidera di pogare più vigorosamente. Alla vista del cerchio e del movimento che si è venuto a creare intorno, la mamma apprensiva prende il figlio per la felpa e lo allontana. Io e Nicolò siamo a quattro, cinque metri dal punto più vicino al palco a noi accessibile. Ma a Nicolò non basta e si avvicina ancora di più, è gasato, filma tutto con il cellulare. Non sono preoccupato, sono circondato da bravi ragazzi, fumano, fanno casino, bestemmiano, ma si capisce che non si corrono rischi. Verso le 20.20 finisce di canta Capo Plaza. Anche lui non mi ha convinto. Ora resta un tempo indefinito di attesa per l'entrata sul palco del mitologico Travis. Mi guardo intorno e mi accorgo di due cose: l'ippodromo si è riempito e ho un sacco di gente dietro di me, e sono rimasto l'unico vecchio in quella zona. Compriamo due bottigliette d'acqua e ci dissetiamo. Nicolò mi chiede di poter andare ancora più avanti, ma non mi fido e non glielo consento. Dato che lui non indossa il suo k way in quanto gli basta la felpa e il cappellino, gli chiedo di prestarmelo. La taglia è una striminzita XS e io sono alto 1 metro e 88 per 83 kg. Riesco comunque a indossarlo e sento subito meno freddo. Comincia a piovere più intensamente e a far buio. Sono le 21, orario previsto di inizio concerto, ma ancora nulla. Nelle prime file qualcuno comincia ad aprire ombrelli e da dietro viene chiesto di chiuderli, in maniera goliardica e simpatica, tipo cantando“La mamma dell'ombrello è una puttana...”. Nessuno si arrabbia, anzi si comincia a scherzare incitando la gente ad aprire l'ombrello Oooooolè, a chiudere l'ombrello Ooooooolè, a buttare l'ombrello Ooooooolè! Tutti si divertono, sono solidali, sono svegli, mi piacciono. Ho scoperto una bella gioventù, ragazzi nei quali credere. Poco prima delle 21.30 si spengono le luci. Tutti impazziscono, i cellulari vengono sollevati sopra le teste e l'unico modo per vedere il palco è farlo osservando i piccoli schermi. Una lingua di fuoco si leva nel cielo e subito dopo entra il Dio, Travis Scott. Tutti cominciano a saltare, a cantare, a muoversi, sembra che tutti siano sul palco insieme a lui. Io resto fermo, non mi sembra il caso di saltare, prima di tutto perchè le mie gambe non me lo permettono dopo più di sette ore in piedi, e poi perchè è la loro festa, lui è il loro Dio, non il mio. Nicolò è sempre davanti a me, lo lascio in pace, voglio che si senta libero. Dopo mezz'ora non ce la faccio più: l'odore di erba delle canne, di tabacco delle sigarette e di qualsiasi cosa delle sigarette elettroniche (unico elemento davvero di disturbo), mischiato all'odore di sudore, adrenalina ed eccitazione cominciano a darmi alla testa. Avviso Nicolò che mi sposto un po' più indietro e lo perdo di vista. Mi fido di lui, è in gamba, so che se la caverà ottimamente, e mi fido anche degli altri. Ascolto passivamente la musica e osservo con attenzione chi mi circonda: questi ragazzi mi piacciono davvero. Dopo un'ora dall'inizio del concerto, Travis Scott torna dietro il palco. Mi aspetto che tutti si mettano a urlare il suo nome chiedendo una nuova uscita e altre due canzoni. Invece, con mio grande rammarico, assisto a uno svuotamento immediato di tutta l'area. Un fuggi fuggi generale come se fosse stata ordinata un'evacuazione. Nicolò mi raggiunge subito e ci avviamo anche noi verso l'uscita. Mi ero segnato il tragitto su Google Maps, ma l'applicazione non funziona. L'uscita si trova distante dal luogo in cui siamo entrati, ed è molto difficile orientarsi tra una marea di gente che si avvia verso ogni direzione. Seguiamo per un po' uno dei flussi, nella speranza di trovare un punto di riferimento, ma dopo qualche minuto non essendo sicuro del percorso che stavamo seguendo, decido di tornare al punto di partenza. Fortunatamente l'app decide di funzionare e nel giro di una ventina di minuti raggiungiamo il parcheggio dello stadio. Completamente fradicio e con le gambe a pezzi, l'angusto spazio che ho sul pullman mi appare come il più accogliente dei divani. Mi cambio la maglietta e mi sento finalmente asciutto. Nicolò è stanchissimo e, chinato in una posizione innaturale, si addormenta di colpo. Il pullman sarebbe dovuto partire un'ora dopo il termine del concerto, ma a causa di qualche ritardatario è partito ben oltre la mezzanotte. Susanna ci informa che appena entrati in autostrada ci fermeremo al primo autogrill per una rapida sosta. Una cosa di cui farei volentieri a meno. Uscire da Milano è un incubo, nonostante ci fossimo messi in marcia più di due ore dopo il termine del concerto. Dopo la sosta all'autogrill, che mi ha fatto ricordare di quando queste soste notturne le facevo abitualmente anch'io, e la prima fermata di Bergamo, alle 2 arriviamo finalmente alle Porte Franche. Alle 2 e 20 arriviamo a casa. Nicolò va subito a dormire, distrutto, io mi faccio due panini e guardo un film con Edvige Fenech in tv. Poco dopo le 3 cedo anch'io e vado a letto. Avevo dimenticato questa vita, avevo dimenticato quanto fosse divertente, noiosa, stancante, eccitante, frustrante, entusiasmante, sorprendente e deprimente. Qualsiasi cosa fosse, era sempre qualcosa di diverso.
Grazie Travis.















