It is a fault to wish to be understood before we have made ourselves clear to ourselves.
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@ilmomentoingiusto
It is a fault to wish to be understood before we have made ourselves clear to ourselves.
Simone Weil
Se non ho più preso in mano la penna è perché ho pensato che comporre un verso fosse simile a sistemare un cuore fermo che boccheggia tra il cicalare di macchine al litio e le pupille indagatrici dei camici interessate più alla mano del chirurgo che a quelle bianche, ormai morte, del paziente.
Ma comporre versi è più simile a danzare. Meno gli altri si accorgono di te, meno tu ti rendi conto di te stesso. E allora l’orecchio può concedersi di fare ciò per cui è stato fatto. Vibrazioni, coclea e muscoli solidali nel loro essere stati tratti dallo stesso limo da cui emersero le nebulose e le galassie possono concedersi pace e operare per una cosa per cui nessuno pagherà, ne stimerà un valore, ne caverà fuori la cura che guarirà la vita: danzare; scrivere poesie.
Se questo testo durerà e qualcuno, un giorno, per una cronica penuria di scrittori, volesse malauguratamente prendersi la briga di analizzarlo, come si farebbe col sangue di un anemico, e, prendendo un po’ troppo sul serio il proprio mestiere, volesse trovarlo sciatto, tecnicamente manchevole, abbozzato, sbozzato, oppure completo ma in definitiva “davvero davvero pessimo”, sappia che non è davvero un testo quello che sta sfilettando, ma l’ancheggiare avvinazzato di un tizio all’alba del secolo che ha appena smesso di fumare l’ennesima sigaretta dopo il pasto del mezzodì e per digerirlo meglio ha avuto voglia di ballare.
Quando una lucciola di fuoco scintilla nel palmo carezzevole della notte e nei sogni inizia ricorrente ad apparire il presagio del teschio di Dio che sghignazza, sputacchiando sangue accanto alla lampada sul comò preparati: è tempo di rilassare i muscoli
Filtra dalle imposte lieve il profumo di petricore e so già che la brezza che adesso culla le tende di casa è solo un prendere fiato del vento Urlerà e strazierà le mie orecchie fesse e io capirò soltanto l’ombra di un abisso senza carne
Non ho ricordi di nessuno che mi spieghi cos’è che fanno le mosche e i moscerini quando i tifoni li sorprendono. Ingenuamente credo che subito capiscano quanto sciocco sarebbe provare a sfidare la faccia di cuoio dei monsoni con i poveri muscoli delle loro povere ali, e allora di botto smettano di volare. Semplicemente mollano freni e comandi e lasciano che la rosa intera dei venti sbatacchi loro per la grassa e vuota casupola della terra finché di nuovo non sia bonaccia.
E allora poca roba è il miglioramento di sé, il fare e il disfarsi dei desideri quando la radio annuncia tempesta e tu sei già lì che galleggi nell’aria spessa, tra gli scirocchi e gli sciroccati. Meglio invitarne uno a parlare con te e farsi raccontare cos’ha fatto per trovarti e cosa c’è di divertente da fare in questa nuova provincia del Sahara.
"come mai a un miglioramento materiale non corrisponde un miglioramento spirituale."
formamentis
Dosso Dossi, Ascensione (particolare)
Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall'alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito. Gv 3, 7-8
Si tratta di un dono grande e vivo, che implica la responsabilità di non poter più fondare le scelte sulla paura di perdere o di sbagliare qualcosa, ma sul desiderio di donare e di spendersi anche se le circostanze non fossero ottimali o fossero, persino, avverse.
Imparare dal vento
"È come albero piantato lungo corsi d'acqua, che dà frutto a suo tempo"
Ho fatto un incubo: in città negli anni venti del nuovo millennio, madri che portavano i figli a scuola sopra macchinoni sovradimensionati, gli antifurti inseriti, ammiccamento degli indicatori di direzione, poi palestra, shopping, estetista, polpastrelli che toccavano schermi tattili intralciati dalle unghie, i mariti gran emiri dei reparti consegne e spedizioni, gli auricolari bluetooth nelle orecchie, dentro ditte che non producevano niente, solo molestie. Poi la divisione del lavoro delle moderne società occidentali: i neri operai, gli egiziani le pizze, i sudamericani i corrieri, i filippini i mestieri, i rumeni i muratori, le ucraine le badanti, i cinesi i baristi, i venditori di paccottiglie: lampade a led che si spegnevano, rubinetti che saltavano, ciabatte che prendevano fuoco. E i figli degli italiani studiavano, andavano all'università, viaggiavano, studenti fuori sede, poi si laureavano, senza imparare un tubo. Non era colpa loro, era la società, soltanto che questa società produceva un'umanità guasta, cattiva, vuota, spaventata, sterile, senza glutine. Ma, come detto, era solo un incubo.
"Ireniche paci nel mondo che non si va d'accordo manco tra parenti, tra vicini, tra preti, e ancamò facciamo gli appelli per la pace, assomiglia più a una vanità questo amore per l'umanità."
formamentis
- Uno crede di riuscire a spiegare qualcosa, e ogni volta è sempre peggio.
- La spiegazione è un errore ben vestito, - disse Oliveira.
- Prendi nota.
Julio Cortázar, Il gioco del mondo
van gogh Day: Landscape with Snow, February 1888. Oil on canvas,
(foto dal web) - uno - Quella maledetta macc hina da scrivere rimaneva ferma, immobile. Si, lo sapeva che le macchine da scrivere gen
Ed eccomi qua. Ogni promessa è debito ed io mantengo le promesse.
È arrivato il momento di 'pubblicare' i miei racconti frutto di oltre 40 anni di faticoso (e inutile) 'lavoro'.
Ho iniziato con questi tre:
"Il metabolismo dei glucidi" (prima parte; le altre nei prossimi giorni), che è quello che potete raggiungere al link qui sopra; una storia tra fantasia e fantascienza, ispirata e dedicata al maestro Isaac Asimov;
"Evelina Marì": raccontino breve da una storia vera (come suol dirsi), vissuta un giorno d'estate dello scorso anno;
"Il mondo di Menico": altro raccontino breve ispiratomi dalla vista di uno stupendo panorama sulla pianura di Crotone, ammirato due anni fa durante una visita al castello di Caccuri.
Con gli ultimi due ho cercato di vedere la realtà in modo poetico e velatamente malinconico. Il primo, invece, risale ad una quindicina di anni fa e nasce dalla volontà di dedicare un breve scritto al Maestro della Sci-Fi.
Leggete pure, senza aspettarvi niente di che... Vi chiedo solo non di rebloggare il post (il che comunque mi farebbe piacere, ma non ne vale la pena) ma di suggerirmi profili, nella vostra cerchia, di scrittori della domenica (o del lunedì, martedì... ) che come me condividono le loro cose. Mi piacerebbe avere una rete di 'scribacchini' di cui far parte.
E ora, vi lascio alla lettura.
Angusta casa è l'anima mia perché ti possa accogliere: e Tu amplificala. Cade in rovina, e Tu riparala. Ha ben di che disgustare i tuoi occhi: lo confesso, lo so. Ma chi altri potrebbe mondarla?
Sant' Agostino, Le Confessioni, Capitolo V
M'è tornata quella specie di depressione per cui mi sembra tutto inutile e vano, la vita mi sembra inutile e vana, questo nascere e morire, questo accadere sempre uguale delle cose, non ci trovo alcun senso, proprio com'è scritto nel Qoelet, un pezzo di nichilismo incastonato nel mezzo della Bibbia (Ecclesiaste, "il radunante"), l'ho scoperto solo di recente (ecco perché sul Qoelet ci si era fissato tanto Ceronetti). Però devo dire che questo pensiero della vanità della vita non mi pesa come mi pesava una volta, semplicemente lo prendo per quel che è: se la vita è inutile allora che lo sia, ti fa considerare meglio tutti questi dementi che si agitano tanto per niente e che tra un po' saranno solo polvere.
non è per niente, è per aver salva la vita che si agitano, ci agitiamo, perché non sappiamo, abbiamo dimenticato o non crediamo davvero profondamente di averla già salva