Capitolo Terzo. L'appuntamento si avvicina.
Pur avendo perso tempo, impegnate nel collezionare una delle figure peggiori che io ricordi, arrivammo alla fermata dell’autobus (non ricordo la linea, e, quando ho chiesto a Lele, mi ha risposto: “Beh mica mi posso ricordare sempre tutto!”, con il quale si è guadagnata un mio sguardo molto scettico) in ampio anticipo, che è un eufemismo per dire che ci arrivammo con più di un’ora di anticipo. Stanche e assonnate ci accasciammo su una panchina davanti alla fermata, fissando il cielo. Ricordate l’allerta meteo? Per chi si fosse collegato solo ora: Nel giorno del sopralluogo era prevista una pioggia apocalittica, che avrebbe fatto polpette della nostra millenaria città. Per una settimana i telegiornali non avevano fatto altro che riempirci la testa con la previsione della catastrofe imminente, e quindi noi, da brave cittadine, ci eravamo vestite da cosacche, ed eravamo pronte per la nostra personale spedizione in Russia.
Esattamente come la prima, anche la nostra spedizione fallì miseramente, scontrandosi con l’evidente realtà del sole brillante sopra di noi, e con il fatto che alle 9 di mattina ci fossero quasi 30 afosissimi gradi. Alla fermata, tanto per fare conversazione, mi girai verso Leleonora, e dissi:
“Caldo oggi eh? Mi sa che ogni tanto i telegiornali sbagliano”
“I telegiornali sbagliano di sicuro” sbuffò lei “ma oggi farà freddo, ho controllato sul meteo.it” e si rintanò nel pile.
“Sei proprio sicura di voler tenere anche il pile?” dissi allora io. A questa domanda si girò, con tanto di fascia per capelli e pile e giacca a vento.
“Si sono sicura. Farà freddo. Faresti meglio a rimetterti la sciarpa”
“Tu! Tu, starai sudando. Io sto benissimo.” Per chi di voi incontrasse mai Lele: MAI, mettere in dubbio qualcosa che ha letto dal meteo.it. Per lei, è una specie di Bibbia metereologica.
Quindi: stanche, assonnate e sudate (nel caso di Lele- ma non l’avrebbe mai ammesso) sedevamo scompostamente su una panchina. A quel punto, piombò su di noi una palletta di carta argentata, che dopo averci colpito, rimbalzò fino al centro della strada. Mentre io ancora cercavo di capire quale strano tipo di mostro alieno ci avesse colpito, Lele scattò su dalla panchina, avvicinandosi con passo furtivo all’oggetto ignoto.
“Direi proprio che è una palletta di carta argentata. Quella che i bambini delle elementari fanno dopo aver mangiato il panino che la madre gli ha dato per merenda.”
“Si, te lo stai inventando” commentai io, sventolandomi con la cartina.
“No, è proprio una palletta di carta argentata”
“E quella cosa della scuola elementare e le madri?”
“Dietro di te c’è una scuola elementare, e un sacco di bambini che fanno ricreazione”
Dopo essermi girata e aver visto che (effettivamente) aveva ragione, abbastanza colpita da abilità deduttive tanto sviluppate di prima mattina, ero pronta ad archiviare per sempre l’accaduto, ma Lele stava già organizzando la sua vendetta. Dopo aver raccolto la palletta di carta argentata iniziò a guardare sospettosamente verso la scuola elementare. Da lì venivano gli allegri schiamazzi dei bambini, e fra questi, sentimmo delle bambine che chiamavano una certa Sonia, chiedendo della sua palletta di carta argentata.
Ora, per quanto riguarda me, sono quasi sicura che la bambina si chiamasse Sonia, ma quando l’ho chiesto a Lele, per scrupolo, ha detto che per lei non si chiamava assolutamente Sonia. Allego un elenco di nomi che mi ha comunicato:
Non-lo-so-ma-di-sicuro-c’aveva-il-culone (non molto politicamente corretto –lo ammetto- ma per quanto mi riguarda, sono solo una povera biografa)
Ad ogni modo, a un certo punto, senza alcun preavviso nella silenziosa mattinata, si sentì una spaventosa voce gridare:
“Sonia!! Riprenditi la tua palletta di carta! Non si buttano le cartacce!!”
Mi girai di scatto per vedere Leleonora tirare la palletta con una forza che non avrei creduto avesse verso la scuola e la povera Sonia. Sonia era una bambina di circa otto anni, con una tuta rosa e i capelli a caschetto castani, che terrorizzata dalla voce (a Lele era uscita la sua migliore voce da Non-Approvo-Quello-Che-Hai-Fatto) e dal fatto che la palletta era ritornata verso di lei, scappò il più velocemente possibile verso la sua classe, tentando di rientrare dalla la finestra, ma era talmente agitata che nemmeno riusciva a scavalcare, cosa che Lele non tentò nemmeno di non sottolineare, esclamando “Guardala! Nemmeno riesce a entrare da una finestra! Da una FINESTRA!”
Quando tutto si fu calmato, scosse i capelli e si mise di nuovo seduta vicino a me, come se nulla fosse successo. Io, nel frattempo, la guardavo:
“Hai appena tirato una palletta di carta argentata addosso a una bambina?”
“Se lo meritava. Non si tirano le cartacce per terra e addosso alle persone. E poi ci lamentiamo dell’inquinamento?”
In quel momento apparve, come in un miraggio (ebbene sì, faceva così caldo) il nostro piccolo autobus. Credo da qualche parte di avere un’evidenza fotografica di quel momento, ma non riesco più a trovarla (che fosse un miraggio veramente?)
Dopo dieci tranquilli minuti di autobus, ancora più accaldate, visto che la giornata si stava facendo man mano rovente, scendemmo alla nostra fermata. Ed è a questo punto, che me ne uscì con una frase che, se avessi saputo prima che avrebbe condotto a un’esperienza premorte niente male, non avrei detto.
“Allora, che ne dici di quel famoso cappuccino?”
“Direi che ce lo meritiamo”
Ci avviammo lungo una via di periferia deserta, alla ricerca di un bar. Alla fine della strada, che portava a una specie di piazzetta, quindi, alla fine della storia, non portava a niente, insomma, c’era una specie di ristorante (bar? casa di qualcuno? Ancora ci interroghiamo) che sembrava aperto.
“Magari dentro c’è un bar” mi disse pensierosa Lele “io entro e vedo. Oh che sarà mai!”
Piccolo appunto: Se c’è un aggettivo che mi viene pensando a Leleonora, quello è coraggiosa. Nessuno può dire che le sue scelte (di vita, di cibo, di quello che volete insomma) siano state prese seguendo la massa o “per comodità”. Ma prima che iniziate a sentire i violini o inizino a cariarvisi i denti (odio essere melensa, soprattutto nei complimenti), non è sempre una cosa positiva. E’ coraggiosa e io l’ammiro moltissimo per questo, ma ogni tanto mi faccio prendere la mano nel seguire le sue coraggiose idee e per poco non rimango spiaccicata sotto un autobus (leggerete fra poco).
Quindi, senza paura, entrò a chiedere se per caso quello fosse un bar. Io rimasi a guardare sospettosamente dalla porta, quindi non so niente di quello che vide all’interno. La vidi solo tornare velocemente e mi disse:
“Andiamocene. Non so cosa sia questo posto ma di certo non è un bar”
Sconfitte, tornammo sulla strada principale. A quel punto, all’ interno di un benzinaio, vedemmo finalmente un bar. Il bar in quel momento sembrava perfetto (eravamo molto affamate), ma a ripensarci adesso sembrava essere uscito direttamente dagli anni 70. Con tanto di barista con camicia a righe color malva, banco antiquato e mattonelle color senape.
Ad ogni modo, una volta presi i due cappuccini, comprate un pacchetto di caramelle e una bottiglia d’acqua (iniziava a fare molto caldo) Lele si rivolse al barista chiedendo:
“Scusi, mi servirebbero delle batterie per la macchinetta, lei le ha?”
Il barista la guardò ad occhi spalancati (probabilmente nel suo revival anni 70 non aveva ancora saputo dell’esistenza delle macchinette digitali e vendeva rullini) e con un cenno del capo le rispose:
Se la tua attività di trova su una curva, in una strada sconosciuta ai più di un quartiere dove chiaramente i tuoi interlocutori non sono mai stati, “più avanti” non è un’indicazione accurata.
Quindi uscimmo dal bar alla ricerca di un negozio che vendesse batterie. E sfido tutti voi a dirmi quale sia il negozio adesso alla vendita delle batteria. Il ferramenta? Il giornalaio? Un bar? Insomma, eravamo abbastanza spaesate. Ma Lele non è un tipo da farsi abbattere così velocemente (Coraggiosa e tenace. E non teme la morte. Ho fatto bene a tenermela) quindi prese una direzione a caso e iniziò a camminare.
Mentre camminavamo lungo la strada notammo, da fini urbaniste quali di sicuro siamo, un piccolo dettaglio della configurazione della carreggiata da non sottovalutare. Non c’era marciapiede (Noi del campo lo chiamiamo percorso pedonale, ma mi sono involgarita per voi.). Non c’erano nemmeno delle strisce alla fine della strada. Quindi in pratica si camminava contro gli edifici sperando di non essere centrate dalle macchine.
Io non sono coraggiosa come Lele, e in questo caso, sono sicura me ne darà atto anche lei, è stata una fortuna. Infatti già dopo un paio di minuti, capita l’antifona, mi schiarii la voce e le dissi:
“Lele, non sarebbe il caso di tornare indietro?”
A cui lei mi rispose: “Come sei fifona, dobbiamo trovare le batterie e stiamo già facendo un sopralluogo no? Nel nostro progetto inseriremo molti percorsi pedonali! Abbiamo già camminato in posti senza marciapiedi, insomma.”
Mentre dicevamo questo, eravamo arrivate in punto in cui la strada faceva una curva molto stretta. D’un tratto, spunto dalla curva un autobus enorme che mancò me per pochi centimetri e Lele, che era davanti a me, per un millimetro circa.
Quella che si dice, un’esperienza premorte.
Dopo esserci guardate sconvolte, Lele mi guardò e mi disse, facendo la disinvolta:
Erano quasi le 10 e 30, ed eravamo già scampate dagli artigli della nera signora una volta. Non male, per una giornata ordinaria.