Ho immaginato... invece era il #FertilityDay
Io ho immaginato una cosa.
Ho immaginato un Ministro, un Ministro donna, una Ministra, insomma, nell’Italia del 2016. Sul suo tavolo arriva un report con i dati sulla natalità italiana, e non sono buoni. Il Ministro è sensibile all’argomento, sia per formazione culturale, sia perché ha da poco avuto due gemelli, a un’età che anche oggi, che l’età media delle madri si è alzata (è tutto scritto nel report) è considerata avanzata. In più, sapete, il ministro è Ministro della Salute, è competente in materia. In teoria, però, perché in realtà non ha una formazione medica, nemmeno scientifica, nemmeno universitaria, ma pazienza. È ministro, così si mette alla ricerca di qualcuno competente. Qualcuno che possa darle qualche consiglio di indirizzo per la campagna del Ministero che il Ministro ha in mente. Ma, ho immaginato, non deve essere stato semplice come sembra a dirlo.
I Ministri, ho immaginato, anche a giudicare da molte delle scelte che fanno, non devono essere circondati da persone che dispensano molti buoni consigli. Finiscono per dare tutti ragione al Ministro, cosa che al Ministro piace, di solito, perché è una bella carezza per l’ego. Però non è affatto utile quando si ha bisogno davvero di sapere che cosa sarebbe meglio fare.
Ho immaginato, perciò, che il Ministro si sia guardata intorno, fuori dalla porta del suo ufficio. Non capita spesso, ma a mali estremi, estremi rimedi.
Giovani madri a portata di mano non ce ne sono, perché prima di assumerti, capita che ti chiedano se hai intenzione di avere figli, se sei sposata, se sei fidanzata. Certo, ci sono anche quelle che non sono assunte, che hanno tipi diversi di collaborazione, ma, a parte che spesso e volentieri lo chiedono pure a loro, in ogni caso è difficile che a loro sia venuto in mente di fare figli, perché, notizia bomba, quei tipi di lavoro (prestazione occasionale, voucher, freelance, rimborso spese, ecc. ecc.) non garantiscono la stabilità minima e le entrate sufficienti per pensare seriamente di avere un figlio. Quelle che l’hanno fatto comunque, spesso e volentieri (22,5%) non sono riuscite a tenersi il posto di lavoro.
Gli insegnanti, le maestre e i maestri, che spesso sono madri e padri a loro volta, e che di difficoltà nel fare, crescere, mantenere ed educare i figli ne sanno, da entrambe le parti della barricata (come genitori e come educatori) potrebbero anche essere una buona fonte di spunti, ma ho immaginato – e il Ministro si è chiesto perché – che abbiano tutti sbattuto giù il telefono quando hanno sentito: “Chiamo dal Ministero….”, prima che si riuscisse a spiegargli che era il Ministero della Salute e non il Miur.
I medici, che in genere in campo medico ne sanno, ho immaginato non abbiano convinto appieno il Ministro. Ce n’era qualcuno con delle idee precise e dettagliate sul rapporto complesso e a volte doloroso tra le donne e la maternità, e la sua negazione o impossibilità. Però, mannaggia, erano tutti medici abortisti, e per quanto il Ministro sia sensibile all’argomento, come dicevamo, a tutto c’è un limite, che poi i medici obiettori si offendono.
Ci sarebbero stati i sociologi, o gli psicologi, ma quella è roba di cui il Ministro non si fida troppo. Va bene la formazione umanistica, che ti apre la mente, ma è stato tanto tempo fa, bisogna essere realistici.
Un tentativo con intellettuali e opinionisti il Ministro lo ha fatto comunque, ho immaginato, perché non si sa mai. La rete è un mondo sconfinato, pieno di blog, di gente che ci scrive sopra, avranno pure qualcosa da dire, vista la mole di parole riversata. In alcuni casi poi pubblicano anche dei libri. Purtroppo, ho immaginato, il Ministro ha fatto un giro sui siti che la nipote e le sue compagne di classe le hanno appuntato sul post-it proprio nel mezzo di uno dei seguenti edificanti momenti:
- la modella nel vicolo della pubblicità delle scarpe;
- si può dire “Sindaca”? E “femminicidio”? E “petaloso”?
- quanto fa ridere dire “mestruazioni” in pubblico.
Posso capire che si sia scoraggiata e abbia cominciato a dubitare che la campagna come la voleva lei avrebbe mai visto la luce.
Ed è a quel punto, ho immaginato, che il Ministro ha avuto l’intuizione geniale.
«Farò lo stesso la campagna», si dice. «La farò male. Ma male male male. Male che non ci si potrà quasi credere. Per quanto riguarda la comunicazione, ci metterò delle immagini brutte. Le più brutte che mi procureranno. Visto che queste cose piacciono (l’ho visto andando in rete) ci metterò anche degli inside-jokes, così poi quelli che ne sanno li scoprono e tirano su un casino, tipo quello del sito spagnolo con le foto degli omosessuali. Ci metterò dei luoghi comuni, pure offensivi. Ci metterò la clessidra, perché tic-tac, tic-tac. Il meglio però sarà il testo del progetto, quello con il marchio del Ministero. Lo infarcirò di stereotipi nostalgici, di imperativi di ispirazione totalitarista, di maiuscole insensate (“Fertilità”, ovvio, ma anche “Prestigio”), di ragionamenti ottusi e di terribili cose tipo questa: “La crescita del livello di istruzione per le donne ha avuto come effetto sia il ritardo nella formazione di nuovi nuclei familiari, sia un vero e proprio minore investimento psicologico”.
A quel punto, tutti si scaglieranno contro la campagna, mi manderanno lettere aperte, faranno post, scriveranno articoli. I blog saranno incandescenti. E tutti saranno pieni di idee e di consigli e di dati e statistiche utilissime. Avrò solo l’imbarazzo della scelta fra tutte le proposte che mi arriveranno. Però dovrà essere davvero terribile, perché altrimenti non si faranno avanti. Non li voglio timidi, devono essere proprio incazzati. Come ciliegina sulla torta, ci vuole un hashtag. Brutto. Che dia l’idea di qualcuno che si improvvisa socialmediacoso, che fa proprio incazzare tutti, ma che richiami anche qualcosa di famigliare. Ma brutto. Con un tocco di inglese maccheronico che fa tanto comunicazione de’ noatri. Come dici, Franceschini? #VeryGravida? Eh, ma così si capisce che è una provocazione. Però, però… ce l’ho! #FertilityDay. Con questo li stanerò tutti».
… che cos’è che dite? Che ho troppa immaginazione?