La residenza padronale di Myvat è immensa. I leoni misurano la propria importanza nella grandezza delle loro dimore, nello splendore dei propri giardini e nella quantità dei loro schiavi. Il loro metro di giudizio non è, e non vuole essere, morale. Ciò che hanno, ostentano. Ciò che amano, possiedono. Kaisentlaia ha imparato a parlare e a muoversi con la stessa grazia di una leonessa purosangue e a guardare gli schiavi delle famiglie meno influenti con la medesima sommaria indifferenza che si riserva agli animali più deboli. Il disgusto è una risposta emotiva che non riserva a gente più in basso di lei nella catena alimentare. È l'esempio vivente del motivo per cui gli schiavi devono essere marchiati su una zona tanto visibile del corpo. Se non fosse per l'eclissi di sole che ne corrompe la pelle, rischierebbe di dimenticare il proprio posto nella gerarchia. Vale a dire fuori da essa.
«Lai.» il richiamo sussurrato contro l'orecchio, la ridesta dalle sue fantasie. Stesa tra le lenzuola candide del letto di Azari, si lascia lambire la pelle dalle labbra gonfie del Suryade. La carnagione ambrata della schiena nuda è la superficie ideale delle attenzioni dell'uomo, intento a tracciare un percorso colmo di deviazioni imprevedibili. Ha la fretta di un amante con un piede già fuori dalla porta, gli occhi azzurri si spostano frenetici nell'adorazione di un corpo che ha voluto per sé fin da quando le forme infantili di Kaisentlaia si sono trasformate nelle curve di una donna. «Ashalik.» è la risposta automatica che attraversa le labbra della mezzosangue, quasi troncata dai denti di Azari che la puniscono per quell'appellativo. Padrone. Quando la guarda, gli occhi si muovono in una maniera giocosa che la irrita immensamente, ma nasconde l'impulso di staccargli a morsi il lobo dell'orecchio, lambendolo solo con la lingua in delle scuse modeste. «Azari.» si corregge, cercandogli la mascella con i polpastrelli della mancina, nel voltarsi interamente con il corpo, permettendo - perché non potrebbe fare altro - che quello di lui le pesi addosso. «La tua famiglia si starà chiedendo dove sei.» lo stuzzica, ben sapendo quanto quelle parole incideranno sulla prossima espressione del Leone. Puntualmente la bocca si irrigidisce in una posa di disappunto, il mento si solleva come se la stesse sfidando apertamente. Ma non è lei l'oggetto del suo sguardo, e per un momento Kaisentlaia si permette di sentirsi compiaciuta. «Non sono affari che li riguardano.» è la risposta piccata che lei stava aspettando, come in un copione prestabilito. Le palpebre calano parzialmente sugli occhi, imitando una languida modestia contrita che non possiede «Perdonami, ho parlato senza pensare.» non c'è nulla che un Suryade apprezzi di più che la consapevolezza di essere superiore. Anche quando sostiene di amarti. Quando le dita di Azari le toccano il volto, sa già che vedrà su quello di lui la morbidezza di un'espressione d'intesa, di chi crede di essere il solo a poter accorrere in tuo soccorso. Lo detesta. «Non è colpa tua, Lai.» in fondo, gli schiavi non sanno come pensare da soli. Di questo, Azari, ne è profondamente convinto. Così come è certo che riuscirà a sposare la mezzosangue, solo perché è quello che vuole. E di questo, purtroppo, ne è convinta anche lei.
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Gli schiavi sono stati allineati nella sala da ricevimento della residenza, è stato detto loro di rimanere immobili e non parlare. L'obbedienza non è un'opzione e Kaisentlaia si ritrova a tenere la schiena dritta in attesa di qualcosa, senza avere la minima idea del motivo per cui si trovi là. Azari sfugge il suo sguardo interrogativo, quindi è l'attenzione della propria sorella che va a cercare subito dopo. Ithimea scuote appena la testa, la mascella serrata ne contorce i tratti in una severità che manifesta raramente e gli occhi si spostano verso le porte d'ingresso da cui si insinua l'aria ricca di fragranze dell'esterno, alla quale si accompagna dopo qualche minuto l'entrata a passo sicuro di un uomo su cui si concentra in un solo istante l'interesse dei presenti. Non si tratta della prima occasione in cui lo vede, né della prima volta che ne percepisce l'aura così diversa da quella dei Leoni a cui è abituata. Meno asfissiante, tanto da averla portata a chiedersi se non esistano delle creature il cui sangue è puro per tre quarti. Ne studia la figura con parziale interesse, le gambe lunghe fasciate in pantaloni stretti, il giustacuore di pelle che ne copre parzialmente il petto largo. La stessa fisionomia dei suoi pari, la muscolatura delicata e ben definita delle braccia, le linee del tatuaggio che ne tratteggia la pelle e la carnagione abbronzata. È solo in ultimo che ne studia il viso, soffermandosi sulla piega arcuata delle labbra in una manifestazione di superiorità che, lei, non capisce. Cosa mai può avere questo Leone da permettergli tanta sicurezza? «Sef, la tua nomina a Vesuraja rende onore a questa famiglia.» ...Vesuraja, lui? Kaisentlaia torna a guardarlo, mantenendo per sé stessa la sorpresa nel sentire le parole pronunciate dalla madre di Azari. Abbassa la testa, assumendo la posizione di sottomissione che ci si aspetta da tutti i servitori. Tuttavia non può fare a meno di cogliere lo sbuffo sprezzante che Sef rivolge alla donna «Quella parola è già abbastanza logorata sulla Terra, Sahiri. Non farmi sanguinare le orecchie usandola a sproposito nei miei riguardi.» l'accento caldo di Artheser non le impedisce di cogliere una cadenza singolare, ma non è quella su cui si sofferma. Non ha mai sentito nessuno così inferiore, all'apparenza, rivolgersi alla Capostipite con una tale impudenza. Deglutisce, tormentandosi il labbro inferiore coi denti per impedire ad un istintivo sorriso di affiorare. Non alza gli occhi e non può vedere il rossore di rabbia che si espande sulla faccia di Sahiri «Naturalmente, Sef.» morde, tra i denti, lasciando emergere la sua irritazione. I passi di Sef si avvicinano alla fila di schiavi, studiandoli con aria annoiata. Può vedere le punte dei suoi stivali intromettersi nel suo spazio visivo, superarla. Tornare indietro. Due dita coperte dal guanto di pelle la costringono con morbidezza a sollevare il mento. Gli occhi dell'uomo si puntano sulla sua faccia, rigirandole il viso con la stessa delicatezza risoluta. Il suo ordine gestuale assomiglia ad una carezza ingannevole. «È lei?» chiede, ma non è a Kaisentlaia che si sta rivolgendo, e sembra conoscere già la risposta alla sua domanda. «È lei. Una delle nostre schiave più preziose.» il soffio crudele che esce dalla bocca di Sahiri si manifesta in parole che dovrebbero inorgoglirla. Sente solo un brivido di terrore correrle lungo la schiena, invece. Sgrana gli occhi, puntandoli sul viso di Sef che sorride in una piega feroce della bocca, prima di girarsi repentinamente verso la Capostipite «Un dono gradito, Sahiri.» questi sono i Leoni. Questa facciata di parole cortesi che nascondo significati più profondi, più taglienti. Lo sente nella cadenza denigratoria con cui il Vesuraja sfuma abilmente la sua voce, lo vede negli occhi di Sahiri che si induriscono contemporaneamente, prima che sia lei ad abbassare il viso. Qualcuno, oggi, ha vinto in uno scontro invisibile. E non è lei.
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Ad un mese dal suo trasferimento ad Artheser, Kaisentlaia ancora non può dire di avere inquadrato Sef. Ha occupato il suo tempo ingoiando il risentimento che le cova ancora dentro, all'idea di essere stata ceduta come una bestia da soma ad un nuovo padrone, seguendolo senza rimostranze nella dimora in cui adesso risiede stabilmente. Sempre che Sef non decida di liberarsene senza preavviso. Non è disposta a scommettere sul suo futuro più di quanto non abbia già fatto, con scarsi risultati. Osserva dalla balconata in pietra la vista su tetti della città. La nuova residenza è di gran lunga meno estesa di quella di Myvat. I lunghi corridoi dal colonnato aperto sono ancora quasi completamente spogli dei manufatti di cui i Leoni amano circondarsi per dimostrare la propria ricchezza. Il Vesuraja non sembra avere il tempo per occuparsi dell'arredamento né sembra avere alcun interesse a farlo. Le ha ordinato di occuparsi della tenuta e di scegliere un numero sufficiente di servitori, senza fornirle ulteriori indicazioni. L'unico che non sia stato visionato da lei è Vash, un umano il cui aspetto rozzo è stato sciacquato via con abbondanti secchiate di acqua fredda e che le è stato assegnato come secondo. Un umano.
Quanto vorranno insultarla ancora, i Leoni?
Sef sparisce per lunghi periodi, senza che nessuno conosca i suoi spostamenti. Questa è una delle rare serate in cui la sua presenza può essere avvertita nelle stanze superiori della casa. Kaisentlaia può essere stata sferzata dagli eventi che si sono abbattuti su di lei, ma non manca di voler dimostrare il suo valore. Il desiderio di libertà non si è acquietato. Prepara con cura un vassoio di frutta e un bicchiere del nettare ambrato che Sef sembra favorire, disponendo tutto con l'attenzione ai dettagli che le è naturale. La porta chiusa dello studio del suo Ashalik non le impedisce di bussare con delicatezza al battente, attendendo il permesso che non tarda ad arrivare. Sospinge l'anta con una spalla, i movimenti eleganti le permettono di richiuderla senza che l'ordine sul vassoio venga alterato. È abituata ad essere ignorata dai Leoni, e non può dissimulare la sorpresa di trovarsi gli occhi del Suryade addosso. Seduto alla sua imponente scrivania, tiene il mento appoggiato sulle mani unite, il viso lievemente inclinato mentre studia la schiava con apparente curiosità, prima di spostare la sua attenzione sul vassoio «Non ti ho mandata a chiamare.» il tono della voce non è accusatorio, ma pigramente divertito, e la sprona a credere che le sia concesso rispondere «Se avessi avuto bisogno di un ordine per prendermi cura del mio Ashalik, sarei una servitrice mediocre.» si concede di adottare un tono appena seducente, avventurandosi con cautela in quel campo. La risata del Suryade è bassa e di breve durata, ma quanto basta per lasciarle capire che sta procedendo nella direzione giusta. Le fa segno di appoggiare il vassoio, mentre lui comincia ad alzarsi in piedi «E cosa ti fa credere che il tuo Ashalik abbia bisogno di qualcuno che se ne prenda cura?» la domanda arriva nel momento in cui lei gli gira le spalle per potersi privare del vassoio. C'è qualcosa che stona, nel tono usato da lui. Ma non riesce a capire o a coglierlo abbastanza velocemente. Quando torna a guardarlo, Sef ha già superato la scrivania, ma sembra mantenere le distanze senza entrare nello spazio personale della schiava, se non con la voce dalla cadenza così intima. «Non volevo offendere, Ashalik.» si sposta una ciocca di capelli dietro l'orecchio, abbassando lo sguardo e giocando la parte della schiava modesta, ignorante. L'unica pecca nel suo copione, è che non può guardarlo nel momento in cui le giunge la replica, e deve basarsi unicamente sulla sfumatura della voce per capire come proseguire «Ti sembro offeso?» un guizzo di sorpresa. Troppo intenso per essere reale, ma per qualche motivo Sef lo sta enfatizzando. «Non mi permetto di decidere della reazione del mio padrone.» sa di stare partecipando ad un gioco pericoloso. Sef non è Azari. Questa è l'unica cosa di cui sia certa. Ma non si aspetta la severa delusione che accompagna le parole successive del Suryade «Puoi andare.» non è una concessione. È un ordine. E solo una schiava mediocre non lo rispetterebbe.
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Monitora lo stato dei lavori nel giardino florido che immerge la struttura in un costante odore speziato, gradevole. Sono passati altri due mesi e non ha osato fare altri tentativi con l'Ashalik senza prendersi il tempo di studiarlo, per quel poco che riesce a vederlo. Lui adotta un atteggiamento impeccabile, freddo ma cordiale. Non sembra trattarla diversamente, quasi come l'incidente - di cui ancora non ha capito completamente le meccaniche - non avesse mai avuto luogo. Le manca Ithimea. Per quanto sua sorella sia stata accolta tra i Leoni come loro pari, non è abituata a non sentirne la confortante presenza e la voce delicata che la invita alla prudenza. Ha ricevuto due visite da parte sua, e sono state entrambe di breve durata. Può capirne il motivo. Sarà lei a sposare Azari. L'amarezza di Ithimea è più profonda della rabbia di Kaisentlaia. In fondo, non ha mai davvero amato il Leone. E sa che l'unione non sarà felice, ma è raro che le unioni tra Suryadi lo siano, in fondo. È con questa consapevolezza che trova posto su una delle panche di pietra bruna preziosamente intagliata, unendo le ginocchia e poggiandovi le mani sopra, rimanendo immobile come un decoro. Avverte i passi di Vash ancora prima che l'uomo le si sieda accanto. L'umano non ha la minima capacità di assumere un portamento aggraziato o quantomeno discreto, la sua presenza è sempre ingombrante e rumorosa, ma ha imparato a sopportarla. «Un soldo per i tuoi pensieri.» è lui ad aprire la conversazione, portandola a guardarlo con aria perplessa «Un altro dei detti che stai collezionando dalla Terra, Bashatrak?» chiede, ben sapendo quanto gli sia pesante quel non-nome. L'uomo espira in un fiotto dalle narici, ma le dedica un sorriso pieno e orgoglioso, poggiando le mani sul bordo della panca, dietro di sé e alzando la faccia verso il cielo luminoso «Li imparo sempre più in fretta.» si vanta, inarcando un sopracciglio e tornando a guardarla. Lei imita un sorriso vago, supponente «I miei pensieri valgono più di un tuo... soldo.» commenta, tornando a studiare il giardino. Alla risata grassa di Vash segue un lungo silenzio rilassante. Per quanto l'umano possa essere incline a indagare sulla vita di coloro che conosce, sembra anche essere in grado di capire quando accettare di rimanere nell'ignoranza. La sua compagnia è ancora ingombrante, ma comincia ad esserle familiare. Dopo qualche minuto Kaisentlaia torna ad alzarsi in piedi. Sente lo sguardo di Vash su di sé per il resto del tragitto. Si chiede se è questo che provasse Azari quando lei fingeva di esserne attratta. Il potere su qualcuno di inferiore può dare così facilmente alla testa.
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Sef continua a essere un enigma impenetrabile. Ha presentato lei e Vash al suo branco sulla Terra. Quando gli ha versato da bere, ha sentito i suoi occhi addosso. E quando è rimasta al suo fianco durante la riunione, il Leone ha toccato il monile che le si stringe in spire dorate sul braccio destro. Lui sa. Non capisce come, ma sa. Le dita che le hanno accarezzato il braccio erano gentili, ed il suo sguardo interrogativo. Il contrasto con la mancanza di rapporto che hanno avuto in questi mesi basta per farla indugiare sulla soglia della sua camera da letto. Non comprende se Howard - come lo chiamano sulla Terra, ha scoperto in quell'occasione - voglia qualcosa da lei. Sa solamente che se continua a cercare la chiave per la mente del Suryade, si ritroverà a fissare a lungo una porta chiusa. Sospira, aprendo quella decisamente più materiale che la separa dalla stanza riccamente decorata di tessuti e mobilio lucente, compreso il grande letto che ospita i sogni di Sef. Sempre che quell'uomo sia in grado di sognare qualcosa. Ha presieduto spesso alla sistemazione della camera dopo le rare notti che l'uomo ha trascorso là e le lenzuola sfatte sono l'unico segno tangibile che il Leone, ogni tanto, dorma. Osserva la piega perfetta che hanno adesso, mentre nella stanza regna sovrano il silenzio che si estende all'intera tenuta. Inspira profondamente, cominciando a privarsi dell'abito velato e lasciandolo scivolare verso il pavimento. Accosta il letto come se fosse un avversario, piuttosto che un alleato nel suo piano. Lo solca con un ginocchio che affonda nel materasso morbido. È di nuovo la sua precisione per i dettagli a prendere il sopravvento. Si copre fino alla vita con il lenzuolo, lasciando che siano i lunghi capelli ad occultarle solo parzialmente i seni. Non sa quanto a lungo rimanga in quella posizione che la fa assomigliare a una delle donne ritratte nei dipinti per alimentare l'ego degli uomini che le guardano, ma quando comincia ad avvertire la presenza del Vesuraja ben oltre la porta, si ritrova a sopprimere l'istinto di balzare fuori dal letto e rivestirsi in un battito di ciglia. Inumidisce le labbra piene, senza staccare gli occhi dalla maniglia che si abbassa, il battente che si apre. Sef fa due passi in avanti, lasciando che la porta si richiuda dietro di sé. In principio, Kaisentlaia crede che il Suryade semplicemente non si sia accorto della sua presenza. Lo segue con lo sguardo, inarcando le labbra in un sorriso breve perché crede di averlo trovato distratto, di aver scoperto un momento in cui il Leone è visibilmente vulnerabile, ed è qualcosa che può sfruttare a suo vantaggio. Schiude le labbra, pronta a richiamarne l'attenzione al momento immersa su un aggeggio terrestre che ne illumina il viso. «Cosa credi di stare facendo, Kaisentlaia?» la voce del Vesuraja è piatta e non ha alzato gli occhi verso di lei. Ad esserne sorpresa è la schiava, ma stavolta riesce a mascherare la fiamma di agitazione che le smuove lo stomaco. «Mi chiedevo se accettassi un soldo per i tuoi pensieri, Ashalik.» mormora, mimando un lieve divertimento privo di imbarazzi. Howard solleva finalmente il viso per guardarla. Posa il bizzarro congegno su una delle superfici di legno, avvicinando il letto e osservando interamente la figura di Kaisentlaia, disposta su quelle coperte come le vivande su un vassoio. Il pensiero lo porta a sorridere, ma questo lei non può saperlo, e scambia il sorriso per un incoraggiamento. «O forse qualcosa di più prezioso?» continua, sollevando una mano per spostare i capelli sul retro della spalla, offrendosi senza pudore agli occhi del Leone. Quando lui continua semplicemente a guardarla, in attesa, si ritrova a ricambiarne lo sguardo con sempre minore sicurezza interiore. Punta le ginocchia contro il materasso, il lenzuolo cade giù dai fianchi mentre lei fronteggia col petto la stazza imponente del purosangue «Lo prendo per un sì.» sporge le mani in avanti, cercandogli il torace e poggiandovi pienamente i palmi, avvertendo il calore dell'uomo attraverso il tessuto leggero della mezza tunica. Lui continua a non parlare, quindi si prende la libertà di insinuare le dita sui nodi che tengono legati i due lembi dall'incrocio irregolare, cominciando a scioglierli lentamente, ondulando sulle ginocchia e mascherando il nervosismo da trepidazione. Sta per portare le mani al di sotto del tessuto aperto per cercare contatto diretto con la pelle dell'uomo, ma si ritrova i polsi serrati da quelle di lui «Cosa credi di stare facendo, Kaisentlaia.» stavolta non c'è una nota interrogativa, ma la voce assume una sfumatura morbida che ancora una volta la confonde, per quanto cerchi di non darlo a vedere «Sedurti, Ashalik.» almeno ottiene una reazione, per quanto questa si riassuma solamente in un sorriso tagliente «Come hai sedotto Azari?» sapeva che prima o poi Sef avrebbe fatto quella domanda. Per questo scrolla le spalle con noncuranza «È uno dei miei compiti.» ancora prima che le parole abbiano finito di scorrerle tra le labbra, si rende conto dell'errore madornale che ha fatto. Non fanno parte del suo canovaccio, sa che i Leoni vogliono essere desiderati e sono disposti a credere facilmente che sia così. Il sorriso di compiacimento di Howard la trapassa come un pugnale e la porta a credere che il suo errore sia frutto di un gioco mentale a cui non sapeva di stare partecipando, stavolta. «Vuoi essere una donna libera, e non sapresti neanche cosa farci con la tua libertà.» le parole la portano a scattare indietro con le mani, senza trovare resistenza nella presa di quelle dell'uomo, che di contro muove qualche passo indietro prima di spalancare la porta che dà sul corridoio fiocamente illuminato. «Rivestiti, Kaisentlaia.» il fatto che la voce presenti ancora quella sfumatura morbida è quello che le rimarrà più impresso in seguito. Quello e lo sguardo basso di Vash, quando supera la soglia a testa alta e si accorge che l'uomo era stato a guardia della stanza per tutto il tempo.
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«Sahiri non è mai stata nota per la sua intelligenza.»
Sono le prime parole che sente quando va a rimboccare il calice disposto sul tavolo del patio esterno della tenuta, dopo essere stata richiamata di proposito. A pronunciarle è una Leonessa dai capelli scuri, l'aura selvatica è un contrasto di luminosità e gelo terrificante. Lei e Howard sono seduti al tavolo, il Vesuraja ha un bambino sulle ginocchia e sopporta pazientemente il calpestio dei piedi sulle proprie cosce, quando questi ne reclama l'attenzione «Sef, guarda!» dice, in linguaggio terrestre, mostrando all'uomo il seme di uno dei frutti che stava mangiando poco prima. Kaisentlaia si aspetta di leggere disinteresse nello sguardo del Vesuraja, che invece raccoglie il seme delicatamente e lo rigira su sé stesso come se fosse un oggetto mistico, prima di restituirlo al bambino «Questo è perfetto. Vuoi piantarlo?» chiede, adoperando invece il linguaggio del Continente, il tono serio non preclude la familiarità nella voce e osserva il suo piccolo interlocutore come se gli stesse proponendo una sfida. Sfida che viene prontamente accolta in un annuire altrettanto serio del bambino «Vash. Hyram vuole piantare un seme nel giardino. Assicurati che nessuno lo disturbi.» l'umano scrolla divertito la testa, muovendosi dalla sua posizione più distante per obbedire al pacato ordine del padrone, cogliendone il semplice sottinteso. Solo quando i due si sono allontanati di qualche metro, Sef torna a rivolgersi alla donna mora «Non è l'intelligenza l'unica cosa in cui pecca.» replica, come se non ci fosse mai stata un'interruzione al discorso. Kaisentlaia si fa indietro, ma entrambi i Suryadi non sembrano badare alla sua presenza. Sa che se Howard volesse mantenere il discorso privato, l'avrebbe già congedata. La sua mansione attuale è di calibro inferiore rispetto al suo ruolo abituale. In cinque mesi ha imparato che, nonostante l'illusione di rilassatezza che si respira nella tenuta di Artheser, Howard è in grado di manovrare l'intera servitù molto più subdolamente di quanto non facessero a Myvat. Nessuno di loro si trova in un luogo specifico senza che sia lui a volerlo. Anche quando sembrano avere piena libertà di movimento. Se Kaisentlaia si ritrova sul patio a reggere una brocca, è perché Howard ha un secondo fine. Ne è quasi certa. «Proporti un'unione con una schiava glorificata è un'offesa per noi. Accettare di farla sposare al suo stesso erede è follia.» continua la donna, la voce pacata non dissimile nella cadenza da quella di Sef. E ora Kaisentlaia è assolutamente certa che questa conversazione fosse destinata anche alle sue orecchie. L'Ashalik sorride sottilmente «La cerimonia è stata uno strazio, non ci hanno messo cuore.» gli occhi seguono con pigro interesse i movimenti di Hyram nel giardino soleggiato «Peccato per il terribile incidente.» sospira, poggiando la schiena alla sedia. La carnagione di Kaisentlaia ingrigisce. È da tempo che non ha notizie di Ithimea, né di Azari. Non da dopo il matrimonio. Ogni tanto ha creduto di sentire l'aura della sorella nella tenuta, ma è sempre stato un soffio flebile, uno scherzo dell'immaginazione. La donna al tavolo sposta lo sguardo con leggera irritazione verso il Vesuraja «Stai aspettando che ti chieda "quale incidente"?» chiede, la tonalità suona sempre più simile a quella di Howard, man mano che la schiava ci fa caso. Ed è il Leone a portarsi una mano al cuore, atteggiandosi a ferito «Sarebbe stato gradito. Lo sai quanto ami una conversazione fluida ma ricca di colpi di scena.» all'occhiata poco impressionata da parte della donna, sospira profondamente «Sahiri ha accettato perché Ithimea era incinta. E Azari ha ammesso la paternità. Non che non ci sia voluta una spintarella.» le mani di Kaisentlaia si stringono sulla brocca, cerca di modulare il respiro di conseguenza. La Leonessa inarca - ed è così simile a Sef - un sopracciglio «Era?»
Howard allunga un sorriso tremendo prima di continuare, abbassando il busto per raccogliere Hyram nel momento in cui il bambino gli corre incontro a braccia alzate «Ithimea voleva solo innalzare il suo status unendosi ad Azari e io non avrei mai permesso al tuo primo nipote di nascere da una schiava glorificata, non credi?» lo dice come se non fosse nulla. Come se non fosse assolutamente nulla. Kaisentlaia rimane immobile sul posto, pallida. Il bambino indica un punto del giardino, per poi guardare l'Ashalik con vago sospetto «Non c'è ancora niente, Sef.» l'uomo ride pigramente «Hai piantato un seme, no? Qualcosa c'è già, devi solo avere pazienza.»