Mi accorgo sempre più di quanto amo le prime ore del mattino. Sentire la quiete, il silenzio, soltanto gli uccellini che cantano. Un qualcosa che mi dona calma e pace da che ne ho memoria.
C’erano quelle mattine della mia infanzia, alla casa al mare, in cui mi svegliavo all’alba, mentre mio fratello e i miei cugini dormivano ancora. Sgusciavo dal letto per prima, non passavo neppure dal bagno a lavare la faccia e subito guadagnavo l’uscita. Camminavo scalza sui mattoni di cotto della veranda, cercavo la nonna. Lei si accorgeva di me all’istante e poi quella domanda, ogni mattina: “Cicicchia, e perché sei già sveglia?”. E la risposta: “Perché se no perdo tempo”. Quella voglia di mangiarmi la vita già da bambina.
Quelli erano i momenti miei e di nonna, di nessun altro. Solo io, lei, il frusciare del vento sugli alberi, l’odore di salsedine in lontananza. Lei mi preparava la colazione, io restavo a guardarla in silenzio e in quel nostro universo femminile mi sentivo al sicuro sempre.
Nelle ultime estati, quelle da adulte, in cui nonna non c’è più, quando sono alla casa al mare mi capita spesso di svegliarmi ancora al mattino presto. Abbandonare il letto e il cuscino, andare fuori. Restare poi immobile a guardare il vuoto, quell’assenza che nessuno potrà riempire mai. Non come sapeva fare lei.
Ripensavo a questo stamattina, mentre camminavo e il primo freddo in questa mia terra di Sud e sole mi accarezzava delicamente le guance e, complice la mascherina, mi appannava le lenti degli occhiali.
Pensavo pure che oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Che stare al mondo da femmina fosse difficile nonna aveva provato a spiegarmelo già quando ero bambina, però l’incanto dei miei occhi il brutto non riusciva ancora a vederlo. E invece poi...
A quindici anni, e per i due successivi, sono stata con uno che mi diceva come dovevo vestirmi, che una mattina, mentre andavamo al liceo, mi diede della poco di buono per una camicia che avevo indossato. Non potevo uscire con le amiche, figurarci avere amici maschi. Il mio telefono era sottoposto a controllo giornaliero e sistematico, la mia vecchia SIM fu sostituita da un’altra che mi aveva comprato e nella quale lui stesso aveva registrato i numeri, accertandosi che in rubrica non ci fossero nomi maschili. Ho perso quelli che dovrebbero essere gli anni più lieti di una persona in una prigione di gelosie immotivate, pressioni costanti e divieti insensati.
Associo la perdita della mia verginità al senso di vergogna e schifo, ma soprattutto al ricordo di me, quindici anni e mezzo, in pratica ancora una bambina, nuda a piangere su un letto. Lui, incazzato, m’aveva lasciata così, in una casa di campagna, per farmi sentire tutto il peso di una presunta colpa. Soltanto perché mi ero permessa di dire che non avevo perso sangue. Per questo mi sono sentita dare della puttana, perché allora chissà con quanti ero già andata, che di sicuro mica ero ancora vergine.
Il doppio degli anni è passato, ma sono ferite che sanguinano anche quando hai una maturità differente e sei in grado di vivere da sola, di bastarti e non hai bisogno di un uomo per sentirti completa.
Non sempre la violenza è fisica o, meglio, non solo. C’è una violenza che scarnifica allo stesso modo, nel profondo, ed è quella psicologica. Essere manipolata da chi millanta un grande amore, per esempio.E intanto ti intrappola in una ragnatela tessuta finemente, con perizia. Sentirsi dire con disprezzo che vuoi sempre fare di testa tua, che non ubbidisci mai, che non ascolti. Perché per certi uomini è difficile comprendere e accettare che una donna possa avere una propria personalità, che possa decidere per sé senza dover necessariamente chiedere il consenso, il parere o il giudizio di un uomo.
Non lo so cosa aspettarmi dai giorni che verranno, se avrò una storia, come sarà. Però so perfettamente cosa voglio e, soprattutto, cosa non voglio più.
E la mia indipendenza e la mia libertà non dovranno più essere sottomesse in nome di nessun fantomatico grande amore. Perché se vi dice “nessuno ti ha amato quanto ti amo io e mai nessuno ti amerà così” quasi fosse una condanna o una minaccia, be’, state certe che quello non è amore manco per un cazzo. Perché amare è lasciare liberi. Ché l’amore, quello vero, è quello che m’ha insegnato mia nonna, quando in una casa al mare, in una qualche mattina dispersa negli anni Novanta, ce ne restavamo in silenzio, ognuna con il suo mondo, ma entrambe consapevoli di esserci. Di essere.