“Tutto ciò che ha imparato gli suggerisce di fuggire; tutto ciò che ha sempre sperato lo invita a restare.”
📖 Jude St. Francis è un ragazzo dal passato oscuro che appare in un college e in un dormitorio di New York privo di famiglia, addirittura senza un’etnia certa.
Dei suoi tre amici più stretti Willem, Malcolm e JB sono quasi subito riassunte l’infanzia e la giovinezza, ma Jude è un enigma e lo resterà a lungo. Ascolta volentieri, ma di sé non parla mai. Al contrario degli altri, non sembra interessato a relazioni romantiche e non dichiara il proprio orientamento sessuale. Il danno alla spina dorsale e gli occasionali attacchi di dolore alle gambe sono il risultato di un incidente in auto, che Jude menziona soltanto per rispondere a una domanda diretta e senza fornire ulteriori dettagli, che del resto nessuno osa chiedergli.
La reticenza di Jude è così decisa e assoluta da suggerire almeno i contorni del suo enorme segreto, e per qualche tempo tanto basta per scoraggiare la curiosità dei suoi amici.
📌 Quasi ogni persona che entra nella vita adulta di Jude contribuisce secondo le proprie possibilità a farlo sentire amato, curarlo e consigliarlo, nella speranza che la somma di questi sforzi sia sufficiente per tenerlo insieme. L’alternativa, cioè abbandonarlo ai suoi demoni, non è contemplata: “diagnosticare un problema e non cercare di sistemarlo”, riflette Willem, “sembrava un sintomo non solo di trascuratezza, ma di mancanza di senso morale”.
Viene considerato un libro difficile da leggere, non per la mole, ma perché fa male vedere, come una persona a cui vuoi tanto bene, autodistruggersi, è come se Jude fosse in cima ad un precipizio, e tu fossi costretto a guardare, senza dire nulla per fargli cambiare idea, dato che ormai ha una consapevolezza di sé completamente distorta, a tal punto che, qualsiasi cosa tu dica o faccia, il tuo pensiero non sovrasterà mai il suo.
Durante la lettura ho notato una cosa in Jude, alle persone a cui vuole bene, quando succede qualcosa, dice “Mi dispiace tanto” ma non si scusa per quello che ha fatto o per quello che dice, è come se si scusasse perché respira, perché vive.











