but it’s your heart, not mine, that’s scarred.
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@loverdoser
but it’s your heart, not mine, that’s scarred.
contaminazioni
I threw you the obvious
and you flew with it on your back.
A name in your recollection
down among a million same.
Difficult not to feel a little bit
disappointed, passed over
(…)
You don’t see me.
(…)
Here I am expecting
just a little bit too much from the wounded
but I see, see through it all
See through, see you
'Cause I threw you the obvious
to see what occurs behind
the eyes of a fallen angel, eyes of a tragedy
Oh well, oh well
Apparently nothing
Apparently nothing at all
Fernando Pessoa, The Book of Disquiet
ormai a te, e al noi che siamo stati un tempo non ci penso praticamente più
Trascorro le mie giornate impegnata in tutt’altro: mi concentro su di me, gli obiettivi a breve e lungo termine e tutto quello che devo ottenere e guadagnarmi e realizzare e implementare e correggere e approfondire e creare
però a volte, nelle ricostruzioni, quelle che servono a fornire degli esempi
mi ritornano in mente alcuni aspetti di quello che eravamo prima
mi ritornano in mente alcune frazioni di secondo, che poi sono sensazioni, intorno ai quali aleggia un’aura eterea
Fotogrammi sparsi dai contorni un po’ sbiaditi e un po’ ricostruiti che tuttavia conservano intatti la loro essenza primaria
e provo una profonda tristezza.
Non è mancanza
nemmeno vera e propria nostalgia
è solo che ormai quel fuoco si è spento del tutto, persino le sue ceneri si sono disperse nel vento
ma il ricordo che un tempo quella fiamma ha arso così forte da imprimersi così vividamente nella mia memoria non fa altro che dimostrarmi
ancora una volta
che non ci sono garanzie.
Mi sembra di scorgere, dietro quei toni caldi e le immagini sgranate, una sconcertante realtà che mi fa terribilmente paura:
a volte gli attimi di connessione più intensa, pura e totalizzante con un altro essere umano
non sono altro che contingenze
degli accidenti
eventi fortuiti dettati dalle circostanze, dall incontro causale di fattori vacui ed intrinsecamente mutevoli
che possono essere spazzati via in un secondo lasciando solo uno spazio vuoto
in cui pare non essere accaduto mai nulla.
Non mi manchi più e non desidero più che tu possa occupare il ruolo che hai occupato un tempo
eppure
ancora non riesco a venire a patti con l’idea che quegli istanti siano stati nient’altro che degli incidenti di percorso
tanto casuali da non avere, in fin dei conti, nessun peso specifico
A volte capita che - mentre sono indaffarata nel portare a termine i miei programmi giornalieri, oppure nell’ imparare ad esprimere al meglio ciò che penso, nel cercare di acuire quanto più possibile il mio sguardo e ampliare quanto più posso la mia conoscenza delle cose al fine di soddisfare quel bisogno insaziabile di guadagnarmi il mio stesso rispetto e la mia stessa stima - io mi fermi e rimanga da sola con una piccola parte di me che velocemente cresce e mi sovrasta. La mia amigdala si mette a scalpitare, indomita, e mi ritrovo a sentire questa strana sensazione di disagio, di nodo in gola, di fatica e insoddisfazione, a volte di rassegnazione e mancanza di speranza e mi dico - è un momento, domani sarà passato e nemmeno te lo ricorderai - e la maggior parte delle volte va così, passa davvero e a qualche ora di distanza nemmeno mi riconosco più in quel malessere senza nome. Tuttavia, nel frattempo, l’amaro rimane e allora ricorro a tutti i miei assi nella manica per cercare di tenerlo a bada fino a che non si esaurisce.
È proprio in questi intermezzi che mi metto a fare questa cosa strana: mi tuffo di nuovo in tutti i miei vecchi dispiaceri. Mi metto a ripensare all’ ultima cosa che mi ha fatto davvero soffrire, e da lì ripercorro con la mente, con il corpo e con ciascuno dei miei sensi ogni immagine, pensiero e sensazione legata al momento prima che tutto naufragasse provocandomi quella specifica sofferenza. Mi faccio del male con il ricordo degli ultimi momenti felici che hanno preceduto il naufragio, e qualche volta mi ritrovo a versare qualche lacrima, sentendomi a metà tra il tremendamente triste e lo sconcertata per la scenetta che metto su. A volte mi appre proprio così, come una messa in scena che faccio con me stessa, perché, d’altronde, quei dispiaceri ormai sono passati, perché a pensarci bene nemmeno lo so perché sto piangendo. A volte mi sento ridicola, a volte mi domando se siano davvero passati. A volte poi mi dico di sì, e mi dico che forse non è così assurdo usarli in questa maniera strumentale, almeno mi ritornano utili.
Io so adottare un acuto sguardo scientifico solo in retrospettiva, quando tutto è ormai finito, ma sul momento sono come un analfabeta di fronte ad un trattato. Mi rifugio in quello che conosco, forse perché mi fa meno male e meno paura rispetto all’idea di addentrarmi nella realtà. Forse perché non sono affatto capace di addentrarmi nella realtà. Ma, qualsiasi sia il nome che dò a quelle lacrime, qualunque siano i pensieri a cui ricorro per farle scorrere più fluidamente, non riesco mai a scacciare dal petto quel lieve imbarazzo, come se stessi facendo qualcosa di assolutamente innecessario e, ad essere franchi, ridicolo.
Ho questo profondo pudore nei confronti delle mie reazioni emotive negative, e quanto più calde e irrazionali ed inspiegabili sono, tanto più cresce la mia esigenza di nasconderle il più possibile e scacciarle via quanto prima. Non so quando l’ho imparato che bisogna avere vergogna della tristezza e delle lacrime, perché non è assolutamente ciò che credo. Ho scelto di formarmi per dedicare la mia vita proprio a questo: alle cose che non fanno star bene le persone, a tutto quello che è istinto e irrazionalità, puro e assoluto affetto. Eppure, per me non vale: io non piango, non mi arrabbio, non mi mostro stressata, o in difficoltà, o vulnerabile, o bisognosa di aiuto e di sostegno. Posso esplicitare le mie emozioni negative soltanto quando ne parlo in terza persona, quando le racconto, le analizzo e le catalogo, e le inserisco in una più complessa trama concettuale che mi permette di attribuirgli un senso. Solo quando creo la giusta distanza tra me, cioè la parte ragionevole ed adeguata che è in grado di ridimensionare e attribuire il giusto valore alle cose, e loro, posso ammettere che pur esistono. Ché la mia parte ragionevole lo sa che molto spesso quel sentire non ha basi, ha la controargomentazione a portata di mano, non c’è nemmeno bisogno che ci provino gli altri.
Non ho mai desiderato la vicinanza di nessuno nei miei momenti di reale apertura e vulnerabilità, non mi è mai piaciuto farmi vedere spogliata delle mie difese, e quelle rarissime volte che è quasi successo, il disagio ed il rimprovero dentro di me sono sempre stati enormi. Ho appreso- non so quando, non so come e non so perché- a celare quanto meglio possibile il mio lato più sincero, quello che rimane slegato da quella coltre di complicato intellettualismo dirtro cui mi rifugio in ogni circostanza. Ho imparato a considerare i mei affetti illogici come un ostacolo, come una temporanea interruzione di percorso che si risolverà in fretta e che è meglio mi tenga per me, ché se lo vede anche qualcun’ altro diventa troppo reale: io devo riuscire a rimanere al di sopra di ciò che non può essere concettualizzato, spiegato e compreso.
Mi sono condizionata a pensare che i miei dolori più veri appartengono solo a me, e che sia solo mia la responsabilità di affrontarli, gestirli, elaborarli e superarli. Gli altri non devono vedere e non possono aiutarmi.
Naturalmente, non è ciò che ritengo giusto da un punto di vista concettuale. Anzi. Promulgo continuamente agli altri l’importanza del condividere i propri pesi con chi scelgono di avere accanto, sostengo continuamente che la vera conoscenza dell’ altro risiede principalmente in questi momenti di irrazionale sconforto, millanto l’importanza della sincerità e dell apertura, della capacità di mostrarsi vulnerabili come punto forte, di accertarsi per ciò che si è in toto, parti buone e parti meno buone e tantissime altre belle parole che mi fanno sembrare matura, sensibile ed intelligente agli occhi di chi le ascolta. Io ci credo davvero, eppure per me stessa faccio valere altre regole.
Ci deve essere stato un momento, nella mia vita, in cui devo aver pensato che le mie emozioni negative rappresentassero solo ed esclusivamente un ostacolo e che quindi andassero lasciate fuori dalla porta ogni volta che sarei entrata in contatto con qualcun’ altro. Deve essere stato da quel momento che ho cominciato ad avere problemi con la verità, la sincerità e le mille versioni di me stessa che confeziono per ogni occasione. Deve essere stato a quel punto che si sono cominciate a costruire le fondamenta di questo mio terrore di essere vista davvero da ogni angolazione, senza filtri. Me la sono sempre raccontata come un desiderio di conservare spazi vergini in cui esistessi solo io, spacciandoli come una risorsa, come una riserva di indipendenza e potenzialità inproscuugabile. Come una porzione di realtà che mi avrebbe assicurato, qualsiasi cosa sarebbe successa, che io sarei sempre e comunque appartenuta solo a me stessa. Me la sono sempre raccontate come una cosa necessaria, lodevole, saggia e prudente.
Ma non lo so. Non lo so se è davvero così che funzionano la forza e l’indipendenza.
C’è sempre una contraddizione forte tra le cose che sento e le cose che penso. Ad esempio, penso che sia solo attraverso la scoperta delle parti più buie di chi mi circonda che posso imparare a conoscerli e ad amarli davvero, eppure io le mie non voglio mostrale a nessuno. Oppure, penso che le relazioni sane e positive siano quelle in cui l’altro diventa una base sicura da cui trarre forza, sostegno, incoraggiamento e forza di volontà per continuare a progredire e crescere come individuo, eppure sento che affidarsi così tanto, per questo genere di cose, a qualche altro essere umano che, per sua natura, rimane fallibile, volubile e mortale, mi esponga ad un incredibile rischio di farmi seriamente del male che forse è meglio prevenire. Sono animata da contraddizioni costanti che non posso risolvere con la ragione, poiché la mia ragione è ben sicura di ciò che pensa ma non ha alcun potere sul sentire. Così rimango in compagnia dei miei momenti di irrazionalità segreta, tracciando una linea sempre più netta tra me e gli altri e diventando sempre più gelosa della mia intimità.
“Forgive yourself for not knowing what you didn’t know before you learned it.”
— Maya Angelou (via amargedom)
A ningún hombre consiento
que dicte mi sentencia
Solo Dios puede juzgarme
Solo a él debo obediencia
Più divento grande, più maturo, più studio, imparo e scopro e capisco e sperimento e parlo e mi confronto e rifletto, più mi rendo conto che non so proprio niente. La verità è solo questa: è impossibile sapere come andrà. È impossibile riuscire a toccare l’autentica oggettività delle cose perché i miei occhi viziano la mia percezione con tutte quelle cose che stanno sotto la superficie di cui non so e non posso sapere nulla. Più vado avanti in questo complesso percorso ambivalente che è il mio rapporto con me stessa, più i miei pensieri diventano semplici. Ogni volta che credo di aver finalmente scoperto qual è il segreto, qual è il problema e penso di conseguenza di poterlo arginare per il semplice fatto di tenerlo a mente, mi accorgo poi che non basta, che forse quello non è il punto ma semmai una conseguenza, che forse una risposta non esiste.
È così: una risposta non esiste. Non potrò mai essere certa di avere ragione, dovrò accontentarmi di aver ragione fino a prova contraria, stando pur certa che la prova contraria prima o poi giungerà e a quel punto toccherà ripensarmi daccapo. E forse la vera rivoluzione non giungerà dallo scovare la verità assoluta su questo oscuro oggetto conoscitivo che chiamo me, quanto piuttosto dal liberarmi del peso di questo progetto che non può essere portato a termine e cominciare a vedere i ripensamenti non come un fallimento ma come una conquista. Forse il vero progetto è riuscire a mollare la presa, è liberarmi da questa esigenza di avere delle garanzie, di vedere le credenziali, di nutrire la mia fantasia di avere il controllo, l’ultima parola. Non ce l’ho. Sono impotente ed insignificante di fronte a tutte quelle leggi più grandi di me, come tutti gli altri.
Spero un giorno di riuscire a contemplare quanto io sia piccola ed insignificante rispetto all’universo intero e alle infinite sfaccettature di cui è composto e sentirmi sollevata piuttosto che terrorizzata come ora.
Le seconda scoperta rivoluzionaria che ho fatto nell’ultimo periodo è che “prepararsi ad ogni evenienza” non serve a nulla. Non posso prepararmi ad affrontare il futuro perché il futuro non esiste ancora, e nonostante i miei strenui sforzi nell’anticipare le mosse di ogni attore, mettendo in gioco ogni risorsa possegga per intuire quale sia il set di credenze, obiettivi e desideri altrui, la cosa che continuerà a sfuggirmi per sempre sono io, la crescita ed il cambiamento che ciascuna situazione produrrà in me.
Le rivoluzioni che mi auguro avvengano negli altri sono e rimarranno nient’altro che fantasie, desideri e speculazioni
Le mie rivoluzioni sono ciò che di più reale ed al contempo imprevedibile compone il piccolo mondo con cui mi scontro ogni giorno
E a me - questa - pare proprio una fortuna.
La scoperta più grande che ho fatto negli ultimi tempi è che le cose realmente preziose hanno consistenza, un peso specifico indipendente dal resto e non si acconpagnano mai alla precarietà e al bilico quanto piuttosto alla stabile e incoraggiante serenità.
100% me
Mood🥴
Couldn’t have discribe it better
Il tema ricorrente delle mie riflessioni ruota da sempre intorno al tentativo di scoprire quali siano i tranelli che il mio cervello mi tende e per farlo analizzo minuziosamente ogni situazione perché mi serve costruirmi il mio paracadute, mi serve scoprire quale sia la prossima mossa per anticiparla. Sono in una lotta costante con una parte di me che cerca di ingannarmi, di ingannarsi. Una parte che mi fa apparire la realtà diversa da come è, che la sporca con il desiderio e con le aspettative e la mia volontà. Una parte nascosta e molto scaltra che mi racconta la storia di ciò che mi succede nel modo che meglio si adegua a ciò che voglio. Mi inganna di continuo, facendomi vedere cose che non esistono e alterando la realtà in modi così sottili che a scovarli ci perdo la testa.
È sempre stato questo il mio problema: “quello che penso, quello che provo, quello che desidero, lo penso, lo provo e lo desidero davvero oppure è solo un tentativo di sfuggire ad una realtà scomoda?”, ci penso e ci ripenso, di continuo. Costruisco e poi disfo, affermo tutto e il contrario di tutto in ogni momento e mi metto sempre in discussione in un modo così inteso che perdo di vista il fulcro fondamentale dal quale stavo partendo, e in questo tentativo di avvicinarmi alla realtà oggettiva me ne distanzio sempre di più.
Sento parlare di meccanismi di difesa, della sensazione di “non avere scelta”, dell’inconscio che ci domina e ci manipola a nostra insaputa e qualcosa dentro di me vorrebbe gridare a quelle figure autorevoli che tentano di insegnarmi il mestiere, di rivelarmi quale sia il trucco. Vorrei mettere in fila tutti gli accademici di cui ho stima per interrogare tutti loro su quale sia la formula per sfuggire a questo dominio dell’ignoto, a questa costante preoccupazione di starmi perdendo qualcosa, di essere rimasta irrimediabilmente indietro nella corsa alla comprensione di ciò che sono rispetto alla me stessa che proietto nella mia fantasia. Voglio sapere dove sta il tranello, dove sta la maschera e toglierla, toccare con mano la parte più autentica di me e mi dico che sono pronta a sostenere anche la presa di coscienza che quella parte autentica sia composta da tutto ciò che ripudio.
Mi viene insegnato che la terapia è difficile perché è il tentativo di far percorrere agli individui le strade dalle quali rifuggono, di condurli nei luoghi che cercano di evitare con ogni mezzo possibile. Mi viene insegnato che il mestiere dello psicoterapeuta è un mestiere complicato perché deve sondare l’insondabile e deve rendere pensabile l’imponderabile. Mi viene detto che la vetta più alta a cui aspirare in questo lavoro sia la capacità di lasciami fuori dalla stanza, di entrare in relazione con l’altro restituendogli un’attenzione “libera e fluttuante” per immergermi in un funzionamento mentale che non mi è proprio e comprenderlo, interpretarlo, restituirlo al paziente in termini processabili e che ciò, nel migliore dei casi, produrrà il miglioramento che ci si auspica.
Mi viene detto che stiamo tutti scappando da qualcosa e che nel nostro errare evitante, cerchiamo dei modi di raccontarci la realtà che ci permettano di rimanere sani, funzionanti, che ci permettano di “amare e lavorare”, per dirla alla Freud. Mi viene detto che forzare la mano non è sempre necessario, che ci sono delle cose che devono rimanere nascoste e che i meccanismi di difesa sono per loro intrinseca natura un tentativo di adattamento, qualcosa che c’è ed è necessario che ci sia.
Mi vengono dette tutte queste cose, e io credo che sia tutto così tanto reale da far paura, e che forse è vero che se si scruta troppo a lungo nell’abisso, ad un certo punto l’abisso scruterà dentro te e che forse è meglio rimanere alla larga da questa ipotesi eppure non riesco a togliermi dalla testa questo desiderio intenso di svelare il mio segreto a me stessa, di rendere noto l’ignoto, di rendere presente il rimosso e di far coincidere coscienza ed inconscio perché io potrei sopportarlo e, anzi, mi permetterebbe di star meglio perché a quel punto saprei a cosa prestare attenzione, saprei quali sono le mie strade, le mie “facce”, e mi riconoscerei finalmente nei miei pensieri, nelle mie sensazioni e nei miei desideri perché a quel punto sarebbero autentici, perché a quel punto avrebbero il nome giusto e non quello edulcorato e sublimato che io mio IO ha voluto dargli, perché a quel punto potrei rincongiungermi a quella parte di me stessa dalla quale cerco continuamente di difendermi, perché a quel punto sarei uno, sarei io, sarei me stessa appieno.
Mi nutro di questa spasmodico desiderio di conoscermi nei miei lati più malati, aggressivi, inaccettabili, puerili, perfidi, pulsionali. Mi illudo che guardando nell’ abisso che mi porto dentro, immergendomici, potrei riemergere solo più serena, consapevole.
Vorrei scoprire tutti i nomi di questa mia gemella cattiva per liberarmi di lei, per fondermi con lei e smettere di lottare.
Voglio davvero tanto raccontarmi la verità, riuscire a vederla per ciò che è e, finalmente, farmene una ragione.
Non voglio niente che non sia reciproco.
E adesso non c’è niente al mondo
che possa somigliarci in fondo
E quello che eravamo
adesso non lo siamo
e forse lo saremo un giorno
Sì, ma adesso non ha senso il mondo
se con un gesto hai cancellato tutto
la storia che eravamo
i giorni che ora siamo
e l’assenza che saremo un giorno
Parlami di quando
mi hai visto per la prima volta