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Cronache agostane #9
Riorganizzare. Dare nuova forma, nuova sostanza, nuova potenza espressiva, nuova complessità, anche nuova radicalità, al proprio universo, ai propri interessi, al proprio particolarissimo intendere la vita. Così pensava, così scriveva, così intendeva procedere.
Cronache agostane #8
Fosse riuscito a conservare anche nei mesi a seguire la capacità di leggere in modo assiduo e pressappoco metodico che aveva contraddistinto quell’estate di ampio tempo libero a disposizione e ridotte concessioni al mondo esterno, si sarebbe potuto ritenere più che di soddisfatto di sé, di quella rinnovata attitudine a concentrarsi al massimo sui suoi veri interessi, tralasciando invece tutto quanto non gli arrecasse il benché minimo piacere.
These are the times in life — when nothing happens — but in quietness the soul expands.
Artist and philosopher Rockwell Kent, who spent seven months living on a remote Alaskan island with his small son, on wilderness, solitude, and creativity.
August , 1935 Journals of Anais Nin 1923-1927 [volume 2]
Se solo ti dai modo di stare un po’ fermo; se solo per un momento ti sottrai a ogni spinta compulsiva a fare questo o quello, andare senza posa di qua e di là e vedere, fotografare, condividere, comprare, provare, assaggiare, collezionare, stordirti incessantemente di sensazioni; se solo per una volta eviti di farti risucchiare in quel gran frullato di pulsioni schizoidi che è diventata la vita odierna: potrebbe capitarti di riacquisire per un breve frangente la capacità di esaminare con maggiore lucidità e obiettività quello che sta succedendo e che stai vivendo. Potrebbe, ripeto, ma nulla garantisce che sia così. Nel caso, le conclusioni a cui giungerai potrebbero non essere per niente confortanti, ma almeno avrai per qualche istante un quadro più chiaro della situazione in cui ti trovi. A te poi decidere se riprendere né più né meno come prima o se avviarti poco alla volta lungo nuovi sentieri.
Cronache agostane #7
All’ennesimo “bisognerebbe” che le sue dita digitavano sulla tastiera, decise che era ora di piantarla con i “bisognerebbe”. Quindi cancellò tutto quello che aveva scritto fino a quel momento e ripose il portatile, dentro di sé le parole “bisognerebbe fare così più spesso”.
Cronache agostane #6
E insomma, si erano pappati pure quel ferragosto. Festa religiosa e civile che, come molti anni addietro gli aveva scritto immalinconita un’amica, in un’email inviata proprio quella mattina, segnava l’inizio della fine dell’estate; da qui la sensazione non esattamente di gioia che in tanti suscitava, per l’imminente rientro nei ranghi di una vita ordinaria e chissà quanto poco soddisfacente. In altri prevaleva viceversa il sollievo del lasciarsi presto alle spalle giornate di caldo feroce, o più ancora giornate capaci solo di intorbidire umori già grigio-bluastri di loro. E lui? Lui se n’era rimasto tranquillo a casa, uscendo giusto per una visita al cimitero e comprare del pesce fritto in quel che rimaneva di un’antica fiera in disarmo in un paese vicino. Il cervello piacevolmente stordito dall’alcol di una birra gelata prima di pranzo, cui si era aggiunto il vino cotto allungato con acqua al momento di mangiare, non aveva provato sentimenti speciali; sudando non poco, benché solo in mutande, si era presto assopito su un divano, mentre fuori cominciavano ad allungarsi le ombre di nuvole imperiose che si levavano dalle vette degli Appennini centrali. E ora era lì, sulla soglia dello studio, sempre in mutande, che osservava quel cielo grigio che prometteva un temporaneo refrigerio.
«Devo parlare perché parlare salva. Ma non ho una sola parola da dire. Le parole già dette mi imbavagliano la bocca. Cos’è che una persona dice all’altra? All’infuori di “come va?”. Se parlare possedesse la pazzia della franchezza, cosa si direbbero le persone fra loro? E il peggio è quello che diremmo a noi stessi, ma sarebbe la salvezza, nonostante la franchezza sia determinata a livello cosciente, mentre il terrore della franchezza viene dal vastissimo inconscio che mi lega al mondo e all’incoscienza creatrice del mondo.»
Clarice Lispector, La scoperta del mondo. 1967- 1973, traduzione di Mauro Raggini, La Tartaruga, Milano 2001, p. 243. Dalla “cronaca” del 22 novembre 1969 per il «Jornal do Brasil».
Cronache agostane #5
Ecco, sì, avrebbe fatto bene a smettere di scrivere direttamente sullo schermo di un telefono o di un tablet: da quando aveva iniziato a farlo, da quando erano diventati tutti dei “Pollicini”, secondo la definizione di Michel Serres, non risultava che le cose fossero migliorate. Con buona pace delle analisi ottimistiche dello stesso Serres.
Cronache agostane #4
Se c’era una cosa di cui aveva assoluta certezza era aver letto troppo poco e allo stesso tempo aver letto troppo, in tutti gli anni da quando aveva imparato a leggere. Ed era ancora così: leggeva sempre troppo poco, per giunta troppo lentamente, per potersi considerare un vero lettore forte, e allo stesso tempo leggeva sempre troppo, per non esserne fortemente condizionato. Avendo letto e leggendo di più, molto sarebbe potuto andare diversamente, allo stesso modo che se avesse letto di meno. Leggere quindi non bastava mai, ma allo stesso tempo leggere poteva essere di troppo, un intralcio, un impedimento, un freno, una palla al piede che rendeva tutto molto più complicato.
Cronache agostane #3
Iniziavano i dieci giorni – quelli subito prima e subito dopo Ferragosto – forse più molesti e avvilenti dell’anno, per chi non trovava nulla che lo affascinasse veramente, nulla che lo emozionasse nel profondo, nulla che lo scardinasse dal suo ritrarsi con estremo disincanto e pessimismo da un mondo di cui non si sentiva parte, di cui non condivideva quasi per niente abitudini e gusti, da cui voleva solo essere lasciato in pace, nell’abbraccio tenue della sua rassegnata solitudine.
Cronache agostane #2
Dove stava scritto che ad agosto bisognasse pensare più che altro a spassarsela? Per lui agosto era un mese generalmente pessimo, che arrecava poco o nulla in termini di autentico buonumore; trovava anzi che la spinta diffusa a una sorta di divertimento obbligatorio o a fare comunque qualcosa di diverso rispetto al resto dell’anno spesso si traduceva solo in un incremento significativo dei livelli di tristezza, nervosismo e persino irritabilità. Per sottrarsi a tale deriva ed evitare di ricadere in situazioni già ampiamente sperimentate, preferiva perciò vivere quel mese come un momento di massimo distacco, riducendo di conseguenza al minimo uscite, frequentazioni, interazioni e simili. Preferiva rimanere a casa e leggere, studiare, approfondire, o semplicemente dormire. Settembre sarebbe stata un’altra storia.
Che cosa misteriosa: parlava come una padrona di casa, il suo viso era quello di una padrona di casa, e tuttavia era vestita come una domestica. Sapeva dell’incendio che mi aveva colpita, immaginava il dolore che avevo provato, e disse: “È meglio sentire dolore che non sentire niente”. “Ci sono persone”, aggiunse, “che non hanno provato mai neanche la depressione, e non sanno cosa si perdono.” Mi spiegò, proprio a me, che la depressione insegna molte cose. E – giuro – aggiunse queste parole: “La vita deve avere un pungolo, se no uno non vive”. E usò la parola “pungolo”, che a me piace.
Clarice Lispector, La scoperta del mondo. 1967- 1973, traduzione di Mauro Raggini, La Tartaruga, Milano 2001, p. 182. Dalla “cronaca” del 26 aprile 1969 per il «Jornal do Brasil».
That was the best time to be in the garden, at dawn or dusk, when the register of colours was very soft, tinged with pink and lavender and sometimes gold.
Olivia Laing, The Garden Against Time (2024)