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Il 30% di libertà in più
Il negozio di periferia non va molto bene e, quindi, l'azienda ha deciso di provare una nuova modalità logistica secondo la quale arriverà merce per coprire solo il 70% della capacità scaffale massima: dalla settimana prossima, quindi, poco meno di un terzo della merce che solitamente arriva non arriverà più.
E' un brutto segno per il negozio? Sì. Sono preoccupata? Assolutamente no. Anzi, è la migliore notizia ricevuta da quando mi ritrovo in questo negozio di poveracci e barboni: meno merce da smistare per me e meno merce da rifornire per i miei scaffalisti si traducono in meno ore di straordinario da effettuare per il reparto e, dato che gli straordinari del reparto sono praticamente solo i miei, il risultato è meno ore di lavoro per me.
Guadagnerò di meno, avendo a disposizione meno straordinari e l'impossibilità di vincere un premio produzione? Sì, ma anche sticazzi.
Lavorare meno per lavorare ancora meno come mantra aziendale.
L'atteso pettegolezzo
Ieri sera ha avuto finalmente luogo la re-union con le mie colleghe del precedente punto vendita.
Come location eravamo in una palestra di periferia (non quelle dei grandi brand che propongono i loro abbonamenti annuali solo per fare i veri soldi vendendo bibitoni proteici, bensì una cosa molto più alla buona) dove si stava tenendo una festa brasiliana, con musica sudamericana, dimostrazioni di capoeira, pietanze esotiche e incomprensibili, molti dolci e ancor più capirinha. Tutto sommato un'ambiente piacevole, tanto che a fine serata mi sono rammaricata di non aver portato mio figlio per dargli l'occasione di ballare un po' e scorrazzare sul ring con dei guantoni.
Al di là di questo, l'incontro programmato da mesi è stata una vera delusione: eravamo presenti solo in tre, ma una collega era occupata a servire al bar (la palestra è del marito) e la seconda è arrivata accompagnata dal marito per rimanere un'ora senza azzardarsi a bere e mangiare nulla. Le chiacchiere sono state poche e banali e nel giro di due giri di samba mi sono ritrovata da sola a ingozzarmi di dolci alla tapioca e anacardi.
L'unica nota positiva è stato il pettegolezzo cardine, quello per il quale ho atteso questi mesi: ovviamente non è stato espresso in maniera diretta, ma c'è stato un riferimento al reale motivo per il quale la collega che è stata in malattia per mesi e che sembrava in dirittura di licenziamento sia poi a sorpresa ritornata a lavorare.
Sembra che, a seguito di un intervento di chirurgia estetica mal eseguito, abbia subito delle serie ripercussioni fisiche che non le permettono di ritornare in forma (e già questo dovrebbe far sentire delle merde tutti quelli che, me compresa, pensavano che la malattia fosse solo un'escamotage per rompere con l'azienda). Purtroppo, però, il sistema sanitario italiano non include la seconda operazione di riparazione del danno tra quelle sovvenzionate, bensì la colloca nel novero della chirurgia estetica e, quindi, le impone un notevole costo da pagare. Si parla di una cifra con la quale, normalmente, si può acquistare un'automobile di medio-piccole dimensioni. La necessità di raccimolare quel denaro, unitamente allo spostamento in un nuovo punto vendita, l'hanno indotta al rientro, seppur la sua idea primogenia rimanga levarsi di torno e trovare lavoro nella regione dove ha casa comune con il fidanzato, a circa 300 chilometri da Brescia.
Ora che lo so, cambia qualcosa per me? Assolutamente no. E' che sono una maledetta pettegola e, infatti, mentre mi veniva raccontato tutto questo non ho potuto fare a meno di pensare "Non vedo l'ora di dirlo in mensa al mio collega-betonega preferito."
Ieri, mentre rassettavo le piantine di basilico nel reparto fiori, ho trovato dentro una di esse un anello. Bijotteria da due lire, da donna, ma una donna con le mani enormi; oppure da uomo, ma un uomo a cui piacciono anelli da donna e sempre con le mani enormi: gli scenari sono entrambi validi dato che, essendo il negozio situato in quartiere degradato, anziane grasse e travestiti enormi si alternano nel variopinto carnet della nostra clientela.
Mi son detta: "Qualcuno di questi vecchi clienti vuole forse proporsi allegando all'anello un omaggio floreale inconsueto, come un vasetto di basilico da un euro e cinquanta scontato?"
Oramai non mi stupisco più di nulla.
Oggi mio marito e un suo amico avevano in programma di andare a una fiera di cosplay che si tiene presso il Castello di Brescia e mi ha domandato di accompagnarli con il bambino.
Così prendo mio figlio, saliamo sul monte Cidneo a piedi (cosa che mi meraviglio che il bambino riesca a fare) e lì scopro che il biglietto ha un costo di quindici euro: quindici euro per una fiera mercato a cui, per distinguerla dal mercato del sabato, sono aggiunti due palcoscenici con il più patetico e sottopagato dell'intrattenimento (sigle di cartoni animati e passerelle di cosplayer domestici).
"No, grazie, non vengo." "Eh, pago io, che non facciamo mai nulla assieme."
Siamo stati assieme? Ovviamente no.
Avevo portato la Canon e non ho neanche scattato foto.
Il prossimo sabato il gruppo delle mie ex-colleghe del precedente negozio si riunisce per una serata amicale ed è per me un'occasione per, non solo rivedere delle donne con cui ho passato ogni santo giorno degli ultimi due anni e che mi mancano, ma anche per essere aggiornata sulle ultime novità da due delle colleghe più pettegole dell'azienda: infatti non sono molte le notizie che giungono alla periferia dell'Impero e io, venendo trasferita lontano dal centro delle cose, sono rimasta in sospeso in merito a molti accadimenti.
In particolare la mia curiosità cardine ruota attorno al ruolo assunto dalla mia sostituta, cioè: la ragazza che dopo quattro mesi di mutua ritenevamo tutte a un passo dalle dimissioni e che, invece, in un colpo di testa è ritornata lavorare non appena saputo del trasferimento; la ragazza di cui tutti parlavano male sino a un attimo prima che tornasse, per poi iniziare a parlarne benissimo una volta rientrata; la responsabile con la quale vengo costantemente confrontata.
Così, usando un tono che spero non si rivelasse come forzatamente noncurante, domando alle mie colleghe se alla serata reunion avrò l'occasione di incontrare la loro nuova responsabile.
Risposta? No. Nessuno l'ha invitata. Bene. Brave, le mie ragazze.
Sto pensando di buttar fuori un altro figlio nell'arco di un paio d'anni, cioè a ridosso dei quarant'anni. E' una follia. Non sono sicura di riuscirci. Non sono neanche sicura di avere più una vagina: dato il disastro che è stato l'ultimo parto, penso di averla lasciata sul lettino all'epoca e non essere più andata a riprendermela. Ho anche già regalato via tutte le tutine del primo figlio. Dovrei ricomprare tutto. La mia ginecologa, poi, mi sta antipatica terribilmente, tanto più che evade il fisco.
Negli anni ho perso molti auricolari e, di conseguenza, non sono più disposta a farne una spesa considerevole, tanto più che le mie competenze e gusti musicali sono settati su "anziani che sono cresciuti con le musicassette e, quindi, non sono educati a distinguere un giro di basso da un rutto registrato per sbaglio mentre il brano veniva copiato."
Di conseguenza ho provato molte cinesate volte a rincorrere il trend audiofilo del momento: le cuffione grosse il doppio della mia testa, gli auricolari simil air pods, gli auricolari simil buds, la conduzione ossea, il diffusore nelle stanghette degli smart glasses e ora le air cuff.
E, sapete cosa posso dirvi dall'alto della mia incompetenza su quale di esso sia il miglior modo di ascoltare musica?
Il grosso della qualità dell'esperienza lo fa non aver nessuno attorno che ti caga il cazzo: nessun rumore del traffico, nessun "Scusi, posso?", nessun "Mamma, dove sei?"
Ascoltate la vostra musica a casa, da soli, in silenzio, e potrà darvi soddisfazione anche se a trasmettere sarà un mangianastri Panasonic portatile del finire degli anni '80. Quello con quei bei tastoni grossi che quando schiacci fanno un bel clac soddisfacente.
C'è un parco giochi nel quale mio figlio chiede spesso di essere accompagnato che gode di uno scivolo molto lungo e ripido del quale si innamorerebbe qualsiasi bambino. Malgrado non sia particolarmente a portata di mano, decido di accontentarlo sempre più spesso data la bella stagione e la possibilità di rimettere in gioco la bici, di recente riparata. Unico problema è l'humus sociale a cui non ero abituata: questo parchetto, infatti, è letteralmente pieno di white rich girl. Bambine di cinque anni che prendono la sana sorellanza femminile e la trasformano in una falange compatta di disprezzo verso chiunque non sia del loro gruppo.
Una di queste avrebbe fatto volentieri cadere dall'altalena comune mio figlio, reo a tre anni di non comprendere quando si è indesiderati (tanto più che lui gioca molto più spesso con le bambine che con i bambini, ed è, quindi, convinto che ovunque ci siano capelli lunghi e camiciole dai toni pastello lui sia invitato). L'ha trattenuta solo la mia presenza nella migliore tenuta da spacciatore: felpone, chiavi di casa tenute con la catena e il mio sguardo alla "Ho mangiato e cagato fuori bambine più ricche di te, bella."
Porca miseria.
Ho portato la bici a riparare e ora ho bisogno di prelevare del denaro per pagare al meccanico la riparazione.
Non ho la minima idea di dove siano i bancomat in questo quartiere, quello dove abito dal 2012.
"Eh, però, la microimprenditoria a conduzione familiare aggiunge qualcosa al tessuto urbano."
Sì, gli ATM aggiunge.
San Luigi dalla GDO
Non posto da così tanto tempo che non ricordavo neanche più a che punto la mia solipsistica narrazione fosse giunta su questa piattaforma e son dovuta andare a recuperarmi i post precedenti per scoprire che sono solo di un paio di settimane fa. E allora perché ero convinta di esser stata assente per mesi?
Probabilmente perché da quando ho ottenuto il trasferimento tanto desiderato vivo ogni giorno come se richiedesse 48 ore ma ne avessi a disposizione solo 12: corro, mi affanno, scendo a patti con il fatto che non riuscirò a far tutto e mi dispero per il costante debito con il domani che accumulo.
La collega a cui sono subentrata in quanto in malattia da dicembre, una volta ottenuto il trasferimento in un negozio meno complesso è improvvisamente guarita. Scherzando ho detto che evidentemente il suo nuovo direttore deve avere poteri taumaturgici non dissimili da Luigi Re di Francia, ma la verità che la perseveranza ha premiato la strategia di questa ragazza contro le intenzioni dell'azienda e non posso che dirle chapeau, sister!. Peccato che contemporaneamente io mi trovi a dover lavorare più di quanto lavorassi prima e con più preoccupazioni, il che ha alzato il tasso di figure di merda giornaliere proporzionalmente al mio amor proprio.
L'unico lato positivo che i colleghi sono eccezionali: chiacchiere da zitelle si alternano a discussioni sulla percezione del paesaggio. E' quello che ho sempre voluto in un ambiente lavorativo.
Il suo ritorno se prima era percepito come una nota di colore nel flusso degli eventi aziendali, ora sta iniziando a pesarmi più di quanto pensassi: se prima dovevo confrontarmi con un fantasma contro cui per vincere bastava la sola presenza fisica, ora prendono le mie misure a partire dalla reale assistente: una ragazza più giovane di me, più esperta di me, della quale molti colleghi hanno iniziato a parlarmi eccezionalmente bene (in totale controtendenza con le abitudini di poco precedenti che vedevano associare al suo nome spesso qualche battutina malevola).
Io, dall'altra sponda del fiume, cosa ho da offrire? Lo spirito di sacrificio di un Gondrano, ma anche la sua ottusità e mancanza di talento.
Premessa: il reparto dove lavoro ha un acronimo che si compone in GEM, il quale mi ricorda sempre l'assonanza con il nome JEM di "Jem e le Holograms" il famoso e famigerato cartone animato statunitense degli anni '80. Così, dato che stasera non avevo nulla da fare, mi sono messa a disegnare questa cosa:
"The Planograms" perché "fare il planogram", cioè modificare l'assortimento di una particolare sezione merceologica, è una delle attività più ricorrenti. Poi ho anche prodotto una mia caricatura in versione Jem:
Una volta fatto, tutta orgogliosa, ho preso in mano il cellulare per condividere questa piccola gemma di idiozia con le mie colleghe. Ma non le attuali, bensì le colleghe del precedente negozio: perché? Queste ultime mi hanno visto dagli esordi della mia formazione come assistente, quando ero nel pieno della mia ignoranza; inoltre per loro non sono mai stata il responsabile di riferimento, in quanto sopra di me c'era sempre il Capo Reparto: ergo per loro non sono una figura realmente seria e, paradossalmente, questo rende più informali i rapporti con loro, in quanto non mi sento in dovere di ammantare la mia figura di attendibilità.
La medesima cosa non accade nel nuovo negozio, in quanto, pur mantenendo uno stile rilassato, rimango comunque il "capo". Motivo per il quale mi vergognerei come una ladra a mostrare ai miei due addetti il frutto di un sabato sera con zero vita sociale, ma cento per cento di creatività trash.
Faccio bene?
San Luigi dalla GDO
Non posto da così tanto tempo che non ricordavo neanche più a che punto la mia solipsistica narrazione fosse giunta su questa piattaforma e son dovuta andare a recuperarmi i post precedenti per scoprire che sono solo di un paio di settimane fa. E allora perché ero convinta di esser stata assente per mesi?
Probabilmente perché da quando ho ottenuto il trasferimento tanto desiderato vivo ogni giorno come se richiedesse 48 ore ma ne avessi a disposizione solo 12: corro, mi affanno, scendo a patti con il fatto che non riuscirò a far tutto e mi dispero per il costante debito con il domani che accumulo.
La collega a cui sono subentrata in quanto in malattia da dicembre, una volta ottenuto il trasferimento in un negozio meno complesso è improvvisamente guarita. Scherzando ho detto che evidentemente il suo nuovo direttore deve avere poteri taumaturgici non dissimili da Luigi Re di Francia, ma la verità che la perseveranza ha premiato la strategia di questa ragazza contro le intenzioni dell'azienda e non posso che dirle chapeau, sister!. Peccato che contemporaneamente io mi trovi a dover lavorare più di quanto lavorassi prima e con più preoccupazioni, il che ha alzato il tasso di figure di merda giornaliere proporzionalmente al mio amor proprio.
L'unico lato positivo che i colleghi sono eccezionali: chiacchiere da zitelle si alternano a discussioni sulla percezione del paesaggio. E' quello che ho sempre voluto in un ambiente lavorativo.
Dopo due settimane il magazzino è stato finalmente tutto ribaltato come un calzino, ma un calzino di quelli abbarbicati nello scarico della lavatrice, totalmente disinteressati a veder la luce e desiderosi di affogare e far affogare chiunque si avvicini all'oblò. Comprenderete quindi che non è stato facile affatto; non di meno, una volta impostata la promozione della prossima settimana, il mio lavoro in questo negozio dovrebbe iniziare a richiedere meno ore e meno bestemmie: potrei addirittura iniziare a lavorare solo mezza giornata (che per me è, comunque, dalle sette alle quattordici, quindi sette ore).
Il timore di dover ritornare nel mio precedente negozio come tappabuchi per le ferie altrui si è vanificato e attualmente la mia posizione qui si è cementificata.
Ovviamente ho già fatto ben più di una figura di merda, ma tutto sommato va abbastanza bene: ho qualche soddisfazione e come guilty pleasure pranzo due volte a settimana con il mio collega betonega (pettegola) preferito, il quale ha già detto che se ci fossimo conosciuti prima ci saremmo sposati e lui mi avrebbe introdotto ai piaceri della vita di comunità (sia religiosa, sia di quartiere).
Ho iniziato a lavorare nel nuovo negozio martedì. Prima di allora non c'era un responsabile di reparto da quattro mesi: riuscire a fare i primi lavora di riassestamento mi ha portato via in cinque giorni quasi cinquanta ore (e già la mia prima mega figura di merda). Sono stanchissima. Mi pento di aver desiderato tutto ciò, ma se qualcuno ora me lo portasse via non mi riabituerei più.
Non sono più il galoppino di nessuno.
Io che provo la cinesata che ho comprato e poi faccio montare tutto all'AI.
Genitorialità liquida, ma il liquido è la pipì
In linea con il suo lento e ritardatario processo di crescita, non ritengo mio figlio oggi in grado di togliersi il pannolino: tutto in lui grida un opposizione terribile, dal rifiuto nell'usare il water, all'omertà nel comunicare lo stimolo, alla richiesta continua del pannolino.
Perché allora oggi ho iniziato un percorso che riconosco già come fallimentare?
Perché l'asilo ha insistito così tanto che se avesse potuto entrare in casa mia con l'ausilio delle forze dell'ordine e bruciare tutti i pannolini avrebbe già chiamato il 112. Perché "Non si preoccupi, signora: ogni bambino hai i suoi tempi.", ma è meglio che 'sti tempi siano quelli delle istituzioni comunali, altrimenti pressioni su pressioni su una generazione di genitori già abituata a colpevolizzarsi quando era una semplice generazioni di figli, figurarsi scavallando la soglia dei trent'anni.
Sento che potrei pisciarmi addosso anch'io.