Non sono una donna di mare, mi piace credere di esserlo stata per un periodo, ma la verità è che il mare, ci vuole tempo per capirlo e conoscerlo, e io non avrò avuto questa pazienza. E’ altrettanto vero però, che il mare ti entra dentro, non ha bisogno di tanto tempo che già si comporta come un vecchio amico di cui senti la mancanza quando è lontano. Immensi spazi aperti, azzuro o blu che riempiono i polmoni di ossigeno e di aria nuova, grigio scuro ricamato con spume di pizzo bianco che ricordano i disegni di Okusai, ragnatele bianche galleggianti che intrappolano i pensieri e un nero intenso che si trasforma in un silenzio profondo, spaventoso quanto lo può essere l’infinito; desiderabile quanto lo può essere la libertà assoluta. Una piacevole brezza allontana i capelli dal viso o un vento gelido li scompiglia. Allo stesso tempo, i pensieri prendono la forma di un gomitolo di lana, aggrovigliato su se stesso in modo indistricabile, tanto che nemmeno la migliore delle nonne sarebbe in grado di risolverlo senza una grande fatica. Così riassumo le contradizioni e i piaceri della nave. Lavorare a bordo è un mondo totalmente altro e voglio raccontarlo, qui e ora, finchè ne faccio parte, perché le mie emozioni e miei sentimenti non siano filtrati da quella sottile membrana di miele che è il ricordo. Il mondo della nave è contraddittorio e questo è il primo nodo da sbrogliare. Qualsiasi persona incontrata a bordo ha qualcosa di cui lamentarsi, ma allo stesso tempo qualcosa da raccontare. Le storie si accumulano, si intrecciano tra loro, si mescolano alle esperienze altrui e danno vita a delle nuove storie per chi ha la pazienza di ascoltare. Ognuno ha la propria, e ha bosogno di raccontarla quando ritorna a bordo per il successivo amato/odiato contratto. Si costruisce così un mondo parallelo che diventa palcoscenico del nostro racconto. E’ proprio vero quello che si dice. La nave è una piccola città galleggiante e come tutte le città, ha le sue regole, il suo ecosistema in cui imparare a vivere con i suoi re, regine, preti e scemi del villaggio, giullari e belle, eroi ed antagonisti. Le pedine ci sono tutte, il cantastorie siamo noi che ci raccontiamo la nostra stessa avventura, ce la costruiamo di giorno in giorno. Anche questa è una contraddizione. Ci raccontiamo la nostra stessa storia. Siamo dentro e fuori allo stesso tempo. Siamo coraggio, forza, spericolatezza, desiderio di libertà, necessità primaria di non sentirci soli al buio. Ma siamo anche voglia di piangere, stanchezza e voglia di dormire tutto il giorno. Il raccontare la propria storia o quella degli altri si trasforma in un’epifania che ti toglie il prosciutto dagli occhi e ti svela il dietro le quinte della nave, dove la libertà altro non è che la casetta di Hansel e Gretel in cui ti aspetta la strega pronta ad intrappolarti in procedure tanto rigide quanto aggirabili, SE ti prostri al sistema della nave. Così quella libertà tanto desiderata si fa tutt’uno con il mare e il cielo neri della notte, un enorme buco nero che avanza, lasciando un senso di desolazione infinita in chi ne è inghiottito, consapevole di cadere ma incapace di invertire la direzione di marcia. Un po’ come le zanzare con la luce. Dunque cosa spinge a continuare a salire a bordo? Tra le lamentele si trovano anche i sorrisi e gli abbracci di nuovi amici. Non molti, ma quei pochi saranno amici importanti con cui condividere emozioni forti ed intense. La nave è un “al quadrato” della vita a terra. Ha una forza esponenziale che spinge in alto ma dalla quale bisogna proteggersi per non schiantarsi a terra cadendo dal punto più alto. Le storie della nave e delle persone sono ciò che mi protegge. Storie, vere o false, non importa. D’altra parte di cosa siamo fatti se non di sospiri e di immagini?