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@matteoartizzu
25 aprile 2025
Sa festa, (semplicemente la “festa”, così viene chiamata dai suoi abitanti, la festa della patrona di Donigala*, in Sardegna, che si svolge ogni anno all’inizio di settembre), è scandita dal lancio di razzi (o botti), che scoppiando in cielo, avvisano dell'imminente inizio del programma civile e religioso delle celebrazioni della nascita di Maria. Per gli abitanti, gli emigrati di ritorno o in vacanza e per chi, come il sottoscritto, ha vissuto la festa nel corso degli anni in quanto “su fillu de” o “su nepodi de”, questi “promemoria” rappresentano l’inizio di un rito collettivo, che scandisce le giornate, concedendo una pausa dai lavori in campagna e con le bestie, nelle botteghe e nelle officine, e che, in un certo senso, decreta la fine dell’estate.
Vivere la festa significa immergersi in una tradizione, a cui ogni generazione cerca, con fatica, di dare seguito, convivendo con il contemporaneo slancio verso la modernità, l’altrove che attrae e respinge. Un po’ come in Canne al vento, quando Grazia Deledda scrive, "La festa durava nove giorni, di cui gli ultimi tre diventavano un ballo tondo continuo accompagnato da suoni e canti: Noemi stava sempre sul belvedere, tra gli avanzi del banchetto; intorno a lei scintillavano le bottiglie vuote, i piatti rotti, qualche mela d'un verde ghiacciato, un vassoio e un cucchiaino dimenticati; anche le stelle oscillavano sopra il cortile come scosse dal ritmo della danza. No, ella non ballava, non rideva, ma le bastava veder la gente divertirsi perché sperava di poter anche lei prender parte alla festa della vita”.
La storia di chi fugge e di chi resta in paese, immortalata in questi scatti, è un po’ questa. Tornando per la festa, si osservano facce conosciute, cresciute e invecchiate, immaginando e rivivendo i riti di passaggio vissuti da ciascuna persona. Lungo la processione del 7 settembre, i visi di una carnagione più chiara o più scura, frutto di incontri del Mediterraneo vecchi di almeno 4.000 anni, sono quelli di bambini diventati adulti in maniera precoce rispetto ai coetanei di molti luoghi del “continente”. Sulle strade del paese, approfittando dello struscio della festa, hanno incontrato gli sguardi, occhi neri, marroni, verdi e azzurri, che poi sono diventati compagne e compagni.
Abiti del folklore, che tralasciando l’artificio, saldano una tradizione, le figlie come le mamme, genitori e figli, a piedi e a cavallo. Il gruppo folk locale e quelli dei paesi vicini, insieme alle donne e agli uomini di paese che, intonando il rosario, sfilano per onorare la vergine. Un inchino metaforico che unisce i territori della Trexenta e oltre, sino alla Barbagia.
I gesti ripetuti e i ricordi familiari, che ne evocano altri, come quello di un animale squartato e dissanguato in cortile, in una terra che non fa sconti perché le persone non li chiedano dopo, gli sconti. Sullo sfondo, il sole che scalda al tramonto e che anticipa la brezza della sera, i castelli di carte quando fuori piove, la ruvidezza dei muri a secco, le panchine e i gradini che una volta erano i tuoi e ora solo i loro, un paesaggio che è solo collina, sotto cui scorre un’acqua dei centenari, e sopra una notte che è piena di stelle, perfetta per giocare a nascondino prima che tua nonna ti chiami per rincasare: sono queste e altre le immagini che questi scatti evocano nella mente.
*Nota: Donigala fa parte del Comune di Siurgus Donigala, Provincia del Sud Sardegna, a 40 minuti da Cagliari.
La rappresentazione in Matrix dell'Uomo nel suo bozzolo da cui le macchine attingono linfa per il proprio sostentamento, oggi esiste e si raffigura nella logica - ben descritta e teorizzata nel libro "Il capitalismo della sorveglianza" - di archiviazione, rielaborazione, valorizzazione e monetizzazione che Alphabet, Meta, ByteDance, Microsoft e altre corporations fanno dei nostri comportamenti online.
Il succhiare dati comportamentali da parte delle Big Tech, per farne modelli che predicono consumi, targetizzano potenziali clienti, categorizzano le persone agli occhi di aziende/governi e anticipano/influenzano persino le nostre scelte (dal cosa acquistare al chi votare), è lo strumento che permette al capitalismo di oggi di espropriare non più terre o proprietà, ma il nostro stesso Essere nel mondo.
La metafora descritta, è in grado di compiersi perché Facebook, TikTok, ecc. ci rendono dipendenti, assuefatti ed influenzati; essi sono in grado di dirottare scelte pubbliche e private, del singolo e dei gruppi.
Insieme all'internet delle cose e alle smart cities, che dispongono di sensori di tracciamento tendenti all'ubiquità, possono (o potranno) di fatto scansionare l'intera esperienza umana. Per farne un prodotto.
La vera libertà, che ognuno di noi si spera possa scegliere in futuro, sarà rappresentata dalla possibilità di guadagnarsi la disconnessione perenne dal Matrix.
Il red carpet di Venezia
Fa sorridere l’evoluzione, avvenuta nel corso degli ultimi anni, del red carpet della Mostra del Cinema di Venezia. Seguendo una strategia che evidentemente intende raggiungere nuove fette di pubblico, sono invitati a Venezia personaggi più o meno influenti, conosciuti o semi sconosciuti, che calpestano il tappeto rosso della Mostra. Questi personaggi sono, per come si definiscono, “influencer”, oppure, per merito o permalosità, “creator”. Il loro ruolo è di dare risalto e pubblicità alla Mostra durante il suo svolgimento, su canali diversi da quelli canonici (telegiornali, ecc.) e rivolgendosi a target diversificati.
Fa sorridere, dicevo, la percezione di questi personaggi alla Mostra. Non tanto per il ruolo che gli organizzatori (o brand sponsor) danno loro, ma per la percezione che alcuni di questi “talent” hanno di sé una volta giunti lì. Molti di loro si limitano a replicare dei clichés, postando foto che scimmiottano le star del cinema, con pose imbarazzanti a bordo di motoscafi con interni in radica.
Un po’ come il “Coachella”, il red carpet di un festival del cinema è il momento in cui possono gridare “ce l’ho fatta, se mi invitano qui, allora sono un top influencer”. Per molti di essi il momento vetrina è la cima della montagna, perché nella loro logica l’apparire in un contesto “mainstream” e di massima esposizione mediatica, è la dimostrazione dell’essere arrivati. Viceversa, per attori, registi, personaggi della moda o dello spettacolo che fanno un mestiere, il red carpet è sì un momento vetrina, ma accessorio e di passaggio rispetto alla propria carriera.
Si è passati dall’art pour l’art all’influencer per l’influencer?
Il fatto di trovarsi in un certo luogo, ad un certo evento, certificherebbe che sono famoso, importante, capace di influenzare. L'essere influenti, non deriverebbe però da precedenti lavori creativi svolti, l’esser famosi non verrebbe decretato perché protagonisti di un progetto artistico. Ovviamente, tutto questo è illusorio. L'unica cosa concreta è il giochino a cui non sono soli a crederci, ma in cui cascano poi le aziende e gli sponsor.
Tutto questo per dire: tra la miriade di talent, sono pochissimi quelli che trovano un percorso solido; altri vivono delle scorie di una logica dell’influencer marketing che viene generata dalle agenzie pubblicitarie e dalla Domanda (dei brand, delle stesse piattaforme come Meta e TikTok), di avere personaggi che giustifichino il ruolo dei responsabili marketing aziendali e che creino contenuti a loro volta monetizzabili dalle piattaforme. Ancora di meno, sono i “talent digitali” che riescono a fare il salto e ad affermarsi come artisti mainstream.
Il motivo può essere la relativa gioventù di questa industria e degli artisti che nascono dal digitale. Non ci resta che avere fiducia e osservarne l'evoluzione.
La cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici, che deve essere uno spot per la città e la nazione, è stata incredibile. Risultato dell'ambizione di un Paese che si vuole grande tra i grandi, riflesso di un popolo che - secondo la narrazione - la grandeur la possiede, la coltiva e la esporta tramite la francofonia.
Parigi, la Moveable feast di Hemingway, che si esibisce mostrandosi un ponte tra il passato e la modernità, in cui i palazzi, i monumenti e la Seine sono la mise en scène di un musical teatrale a cielo aperto. Parigi che si concede al mondo per uno spettacolo unico, che per essere eseguito genera non pochi disagi ai suoi cittadini. Non a caso il direttore artistico della cerimonia è Thomas Jolly, reso famoso grazie ai suoi lavori al Festival di Avignone, dove il teatro off, lungo le strade e le piazze della città, è alla pari delle altre rappresentazioni ufficiali dell'evento che si svolge nella capitale della Provenza.
La scommessa di un défilé di bateaux mouches in cui gli atleti ricoprono un ruolo minore rispetto al resto, risulta vincente. Le esibizioni, tra i quais, le passerelle lungo il fiume e i tetti di Lutetia, mostrano al pubblico televisivo e dei social media, una città ricca, ricchissima di patrimonio artistico e storico, che per le prossime settimane sarà il teatro delle gare di atlete e atleti. A onorare questi ultimi, un insieme virtuoso di cantanti e artisti blanc black beurre et queer, che fa brillare gli occhi e intrattiene senza sosta. Il tutto arricchito da un fil rouge, il percorso della fiamma olimpica che si concede anche intermezzi virtuali, avventurosi, avvolti dal mistero e comici.
La musica è al centro della cerimonia. Uno spaccato ricostruito della città, in cui canta Lady Gaga, un po' glamour e pop, ne è un esempio. Poi c'è la splendida esibizione di Imagine interpretata da Juliette Armanet, lo show quasi surreale di Aya Nakamura che canta Djadja (bugiardo, nel senso del testo) insieme alla Garde Républicaine, in cui non è chiaro se sia la Repubblica a tentare un'operazione di assimilazione o piuttosto una involontaria miscelazione. Infine, la performance di Celine Dion (che verrà ricordata come quella di Whitney Houston al Super bowl del 1991), anticipata da momenti di forte emozione con gli ultimi tedofori e la mongolfiera-tripode, che canta il mito Edith Piaf: lo spirito di Parigi che attraversa il tempo sublimato in un momento.
Dopo il Bataclan, con l'investitura dei Giochi, Parigi ha intrapreso l'ennesimo percorso di rinnovamento che, per chi l'ha visitata di recente, è qualcosa di visibile e palpabile. Ora vediamo se le Olimpiadi confermeranno il suo ruolo di primato nel mondo. L'assaggio, che è stata la cerimonia di apertura, sembrerebbe affermarlo.
Hollywood è in grado di rappresentare il Mondo intero, al punto che si ha spesso l'impressione che questa industria non abbia (bisogno di) radici. Per fortuna, ci sono film - in cui la storia si situa a Hollywood stessa, come ad esempio in Mulholland Drive, Roger Rabbit e La La Land - che ci aiutano a capire come l'amore per certe storie, e certi modi di raccontare quelle storie, quei sogni, siano specifici di quella porzione di mondo. Insomma, Hollywood che racconta sé stessa è forse più affascinante, autentica e unica, proprio perché racconta una fabbrica dei sogni, che lì e soltanto lì è nata. In La Land, io ci vedo questo: la celebrazione delle persone, dei luoghi e delle storie che quei luoghi ispirano.
Storia del nuovo cognome, una recensione
Non ho “voluto” vedere “L’amica geniale – Storia del nuovo cognome” perché, per prevenzione e per prassi, non prediligo la visione di produzioni seriali che, quasi sempre a mio avviso, non rispettano la promessa iniziale, evolvendosi in prodotti frutto di necessità diverse da quelle puramente “artistiche”.
Dicevo, non ho voluto vedere la seconda stagione, dopo aver visto solo a tratti la prima. È stata piuttosto “lei” ad attrarmi, lentamente ma inesorabilmente. E per fortuna. Ne “L’amica geniale – Storia del nuovo cognome”, l’esperienza principale dello spettatore che credo di poter definire, si riassume nel termine magnetismo. Ma il magnetismo non è solo l’esperienza vissuta dallo spettatore: come cercherò di spiegare in seguito, è tutta la storia a girare attorno a questo concetto.
Lila e Lenù. Due corpi celesti che si guardano, che si respingono, che osservano il mondo che esse stesse costruiscono, e che inesorabilmente si attraggono. Lila e Lenù, il sole e la luna. In mezzo a loro c’è il Mondo, il loro mondo, che ognuna costruisce, spinta da quella che solo superficialmente è competizione – associata ad altri stati d’animo come l’invidia, la rabbia, la titubanza, la volontà, la felicità. Essendo tra di loro, quasi a dividerle, il Mondo ha in serbo due percorsi di vita distinti. Strade imboccate un po’ per scelta, un po’ per il fato. Lila e Lenù, il sole e la luna, la prima è la forza propulsiva della storia, l’amica geniale motore di tutto, la seconda è l’anima ordinata, esecutrice del disegno della prima. Il Mondo, lo stesso mondo, si frappone alle due amiche ma, dicevo, tra di loro c’è quel magnetismo che le attrae, nonostante la promessa ricorrente di non volerne più sapere dell’altra. Questo perché senza l’una, l’altra non può affrescare il proprio percorso. Senza Lila (e più che il romanzo La fata blu, i suoi quaderni “segreti”), Lenù non scriverebbe il suo romanzo. Senza Lenù, Lila non ricomincerebbe a leggere durante quell’estate a Ischia e non darebbe alla vita la “creatura”, figlia di Nino Sarratore. Ma come due magneti, basta invertire uno dei poli e l’attrazione diventa repulsione, ed è così che Pisa diventa il rifugio più o meno voluto da Lenù, e il quartiere delle fabbriche malsane (attenzione Lila..) e del macello diventa per Lila l’esilio più o meno voluto.
Come per il giorno e la notte, Lila e Lenù – il sole e la luna – si incontrano durante quei raggi verdi, interstizi metaforici delle loro vite, per dare nuovo senso e nuova forza a tutto quello che verrà in seguito. Quando Lenù annuncia all’amica che pubblicherà un libro, Lila le stringe forte le mani, colma di felicità. Lila però, da prima eroina femminista, sa di dover proseguire la sua strada e per questo, buttando al fuoco “La fata blu” – ma non dimenticando veramente mai le sue aspirazioni – ritorna al lavoro necessario per il futuro della sua “creatura” Rino. Perché sarà lui, chissà, la rivincita e il grazie che potrà finalmente dire alla maestra Oliviero. Anche Lenù, è eroina a suo modo, o a sua insaputa, perché rappresenta un cambiamento nella società, che affronta con metodo e dubbio, che associato alla caparbietà, smuovono come l’aratro un terreno calpestato e apparentemente arido. In questo senso, Lila e Lenù, il sole e la luna, diventano eroine come lo sono i fratelli Carati e altri personaggi de La Meglio Gioventù di Marco Tullio Giordana (es. il metalmeccanico siciliano de L.M.G. come Enzo Scanno de L.A.G.).
Dalla voce di Lenù, che – se non erro ha nella sua tesi di laurea dei riferimenti all’astronomia – è lei a raccontare questa epopea di sole e luna e di amiche geniali. Ne vedremo il seguito.
Dopo 7 anni e 9 mesi, ciao. Ricordo quando ci conoscemmo quella primavera del 2011. Un tizio mi si affiancò, davanti al portone, mentre aspettavo di incontrarti. Mi disse: "scegli bene, se scegli qui. Vedrai". Annuii, e in un attimo l'uomo svanì. Mai più visto. Un angelo custode?
Inizialmente non ero sicuro di aver fatto la scelta giusta. Ma con le primavere che si alternavano agli inverni, mi convinsi sempre più. Nonostante gli anni (sei nata un centinaio di anni fa), te la sei cavata bene e te la cavi ancora meglio oggi - dopo il maquillage che ti ha riguardato - anche un po' per metterti al passo con il quartiere che negli anni è sbocciato. Sì, perché la tua anima è e rimane popolare, i pochi treni che passano oggi sono i nipoti di quelli merci che partivano dalle fabbriche del Vigentino. Ti ricordi di loro, come ricordi chi abitava la ringhiera. Milanesi e terroni, tutti assieme, a condividere il ballatoio e i bagni ad ogni piano. Ti ricordi la scighera, la malavita e le puttane.
Le estati torride e gli inverni umidi, i tramonti rossi, ospiti e amici da tutto il mondo, tentativi di frittate e cacio e pepe: tutto questo e molto altro abbiamo condiviso. È arrivato il momento di salutarci, ma va bene così, i ricordi restano e si guarda avanti. Scriviamo la nostra storia, anche tu: inquilini nuovi troverai, nuove generazioni di milanesi passeranno. Ma tu sarai sempre tu.
Ciao piccola, andiamo a soppalcare.
In "The mule" Eastwood ci pone ancora una volta di fronte al tema del senso di colpa, del giusto e dello sbagliato, e più in generale della Giustizia. Se raffiguriamo quest'ultima con l'immagine della Bilancia in mano alla Dea bendata, allora capiamo ciò che Eastwood ci vuole dire. Un uomo nella sua vita è libero, di fare del bene, di fare del male. Negli atti che compongono questa vita, l'uomo può far pendere la bilancia verso ciò che è giusto o verso ciò che è sbagliato. Cercare di rimediare agli errori di una vita, riuscendoci o fallendo, è affar di quell'uomo e di quell'uomo soltanto. Il risultato finale poco importa, perché la somma sarà sempre cento. L'unica cosa che conta è che l'uomo avrà un tempo limitato per affrescare la sua commedia umana. Eastwood lo esprime senza giudizio, perché nessuno, buono o cattivo che sia, è giudicabile dai co protagonisti o dalle comparse incontrate lungo la strada. Il giudizio non esiste, è la strada "che percorre" a definire l'uomo.
La cosa che più mi dispiace, e a cui ho subito pensato all'esclusione dal Mondiale, è il rapporto mancato dei bambini con la manifestazione. Sì, perché l'attuale sarà una generazione di 8enni-10enni che non avrà vissuto un Mondiale di calcio con l'Italia. Sarà che la mia generazione è stata fortunata, ma se ripenso al mio rapporto con i Mondiali, non posso fare altro che sognare a occhi aperti, e con quegli occhi rivedere le fasi della mia vita intrecciarsi con le vicende della Nazionale.
Ai Mondiali del 90, quelli giocati in casa, risalgono i miei primi ricordi della maglia azzurra (a Messico 86 avevo solo 4 anni). Mi ricordo che in un quaderno di scuola avevo disegnato un calciatore con pantaloncini bianchi e maglia blu effettuare un cross per il compagno, che poi segnava (forse Donadoni per Vialli). Ricordo la Gazzetta che aveva indetto il sondaggio per dare il nome alla mascotte (Ciao). Ricordo il pomeriggio della partita di esordio (Argentina - Camerun), giocata a San Siro: dai prefabbricati di Corso Indipendenza, io, Claudio, Sabrina e Anna ci fermammo a vedere il grande pallone che prendeva il volo sopra la città. Il Mondiale ce lo avevamo in casa. Poi ricordo le sere con il televisore di casa portato in ristorante per vedere le partite. Fino alla semifinale contro Maradona (hijos de puta, non lui, noi), quando qualcosa si ruppe.
Nel 94 ero in Sardegna dalla nonna. Ma prima dell'esordio ricordo che, sempre assieme a dei miei amici, incrociammo un auto per strada a Milano, dentro c'era il CT. E io, "è Sacchi!". Lui ci salutò sorridendo. C'era grande fiducia in Sacchi, nella squadra, e in Roberto. Eh sì, di Baggio mi ero innamorato dopo quella serpentina nel mondiale precedente. Avevo una specie di guida a Usa 94, mi ero studiato tutto, compreso il Divin Codino, da li a pochi mesi Pallone d’Oro. Quell’estate fu una delle prime passate a giocare a calcio per mattine, pomeriggi, sere nella piazza della chiesa di paese. Ore e ore senza bisogno di riposare, sotto il sole, le uniche pause erano quelle dei litri d’acqua da ingurgitare da una brocca di vetro, e quelle obbligatorie di pranzo e cena. Vivere quel Mondiale, a 13 anni non ancora compiuti, fu come vivere in un film americano, un sogno infrantosi contro Romario, Bebeto e un giovane Luis Nazario da Lima a cui nessuno fece caso ai tempi. Un Fenomeno, solo 3 anni dopo. Le partite le vidi a casa di mia nonna, mi ricordo ancora l'esultanza al 2-1 contro la Nigeria, i caroselli fino alla semifinale e poi l'incredulità ai rigori con la seleçao.
Il salto a Francia 98 fu come un triplo carpiato. 4 anni che tra i 13 ai 17 anni cambiamo tutto, ovvio. C'era meno fiducia, l'idea che comunque la Nazionale fosse meno forte di quella del 94, con un Baggio riserva (!!) di Del Piero. Ricordo l'inizio della rivalità con la Francia. Ricordo l'attenzione che ponevo sugli aspetti mediatici e sociologici del Mondiale blanc-black-beur. Il mio sguardo sui Mondiali cominciava a cambiare, senz'altro l'uscita ai quarti, ancora ai rigori, contribuì a smontare la visione romantica dei Mondiali.
Infatti, nel 2002, nell'estate pre-Erasmus, i Mondiali avevano perso per me il fascino irripetibile della manifestazione. Con una squadra forte - a detta degli addetti ai lavori - uscimmo in maniera scandalosa, tutti sappiamo come. I Mondiali nel 2006, l'apice della mia carriera universitaria, furono ovviamente molto belli, finalmente la vendetta contro i francesi, in casa dei tedeschi. Le partite con gli amici, in Statale, il contorno, rappresentarono probabilmente l'età migliore - a 25 anni - per vincere il Mondiale (il secondo, ci tengo, dopo quello dell'82).
I due Mondiali del 2010-2014 sono passati in un attimo, non solo per la breve apparizione della Nazionale ma, come dicevo prima, per l'importanza che gli anni ricoprono quando si è bambini e adolescenti: anni irripetibili, con esperienze che mai si replicano l'anno successivo, come invece avviene in buona parte nell'età adulta. Un po’ come per i calciatori, che hanno a disposizione 15-20 anni per vivere il loro sogno da bambini, anche per me l’epopea romantica dei Mondiali “è durata la durata di una carriera”. Irripetibile. Insomma, non ci saremo in Russia, chissà in Qatar, quando avrò...
Tutti a casa! - La leggenda del Piazz
Di: Miki Pettene
“Cazzo io mica gioco per giocare, io voglio vincere!”
[Il Piazz]
Siamo qui per provare a narrarvi le gesta di un angelo dalle ali di cera.
Non il più celebre, tutt'altro.
Ma fidatevi, se esiste un personaggio la cui fama non è riuscita a diffondersi solo per una mera questione di tempo, quello è Gabriele “il Piazz” Piazzolla.
Per chi sta da questa parte dell'oceano celebrare come leggende i più grandi atleti a stelle e strisce è un processo spesso semplice, quasi automatico. Come nell'antichità, sono gli ultimi personaggi epici le cui imprese ci sono state tramandate per via quasi esclusivamente orale, aumentandone il pathos.
Semidéi che vivaddio nemmeno l'invasione e l'evoluzione tecnologica sono riuscite a catturare.
Anche oggi, in piena era Youtube, c'è sempre qualcosa o qualcuno di speciale da qualche parte che sfugge e non può essere immortalato se non nella memoria dei fortunati testimoni.
Queste storie hanno un fascino inspiegabile, inafferrabile tanto quanto reale.
Noi siamo qui essenzialmente per onorare e contribuire a diffondere una di queste storie.
Con un'eccezione però.
La storia è nata da questa parte dell'oceano.
Qui, in Italia.
Seguiteci, si entra nel mondo del Piazz…
[Primo interludio]
Ed eccoci nel palazzo senza tempo dei talenti più luminosi e speciali.
A far scorrere la memoria, in questo posto si sono radunati in tanti. Talenti terreni regalati agli astri ahinoi anzitempo, da Jim Morrison a Janis Joplin, da Pete Maravich a Kurt Cobain, da Malik Sealy a Bob Marley passando per Earl Manigault, Heath Ledger e Jimi Hendrix, i nomi sono infiniti, così come lo spazio che li circonda.
Ne siamo sicuri, certi fino al midollo, da qualche parte in quel posto han messo pure un campetto da basket.
Non un parquet patinato del vostro circolo privato preferito, ma duro cemento, canestri con retine strappate e linee scolorite dalla pioggia, dal vento e dalle suole.
Lì, tra millenari colonnati di marmo roseo, tra le strimpellate di Jimi e le vittorie ad H.O.R.S.E. di Pistol Pete, a pochi metri dal tabellone smunto ne siamo sicuri, Gabriele Piazzolla sta ancora ridendo a crepapelle dopo il tunnel fatto a Wilt Chamberlain per due comodi punti in terzo tempo.
Quelli della staffa ovviamente.
Ride tenendosi la pancia mentre con l'indice sfotte il grande Wilt. Non riesce a smettere, perchè di fessi in questo modo ne ha fatti tanti anche laggiù, e anche da queste parti sembrano essercene parecchi.
“Piazz”.
Ricordiamo ancora, nitidamente, quando vedemmo quella parola. Eravamo al playground di via Dezza, nel settembre del 2006, e ci stavamo riposando su una panchina al termine di una delle tante partitelle che si affrontano in vista della pre-stagione.
Non essendo originari di Milano ed essendo entrati nel giro delle minors da poco avevamo solo sfiorato il Piazz, più che altro ne avevamo sentito parlare un casino.
Per cui quella scritta da pennarello nero sulle Nike bianche del “Galta”, un altro nome storico delle minors lombarde, attirò subito la nostra attenzione.
“Piazz”.
“Galta! Ma cos'è quella scritta che hai lì?!”
“Come?! Non conosci il Piazz?! È il più grande di tutti…è morto quattro mesi fa.”
La stridente distanza temporale tra quel “non conosci” e la tragica frase seguente ci colpì, lasciandoci interdetti ma insegnandoci subito la prima cosa sul Piazz e il suo mondo.
Lui c'è ancora.
Il Piazz c’è. E in un modo talmente evidente che il desiderio di ricordarlo e fartelo ricordare sempre ed ovunque s’andasse aveva portato i giocatori più affezionati a scriversi il suo mitico soprannome dappertutto. Giocatori - ed amici - che negli anni successivi avrebbero giocato col suo nome sul petto i tornei estivi che tanto lo avevano visto protagonista e vincitore. Un modo che aveva convinto i tifosi delle squadre dove aveva giocato a tenere in alto durante le partite della Domenica lo striscione “Ciao Piazz”. O portato un giornalista di culto come Daniele Vecchi a rivelarne le gesta in un capitolo del suo libro, “Heroes”. O, ancora, trascinato sconosciuti da tutta Italia a commentare commossi - dopo aver letto l’articolo comparso sulla Gazzetta dello Sport il 30 Maggio 2006 - il blog aperto dagli amici e familiari per tenerne viva la memoria. Semplici ma sentiti saluti per un ragazzo speciale, uno innamorato come noi dello sport più bello del mondo e la cui straordinaria interpretazione era riuscita a trasmettere qualcosa di unico a chiunque l’avesse incontrato.
Il Piazz era un assolo di Jimi Hendrix. Quando iniziava ad improvvisare - o a farti il culo se ti era capitata la malaugurata sorte d'esser suo avversario - non sapevi mai quando avrebbe finito.
O meglio, non lo sapevi consciamente ma lo intuivi piuttosto bene.
In campionato semplicemente al suono della sirena finale e al termine della sua ennesima vittoria, personale quasi sempre - e magari pure di squadra.
Al playground solo dopo quota 7, 11 o 21, gli unici numeri sacri e definitivi della filosofia campettara ad ogni parallelo.
E proprio come le migliori evoluzioni musicali che il dio di Seattle creava con la sua Fender Stratocaster, la sola costante quando il Piazz giocava era una muta ammirazione calamitata dalle note che quelle dita sapevano comporre con un pallone da basket.
Se durante la partita non potevi fermarti ad applaudirlo perché quello cui stava facendo il culo eri proprio tu - e nessuno vuole fare figure di merda, nemmeno se giochi contro Jordan - quando stavi al bordo di qualsivoglia campo non potevi non tifare apertamente per lui. Esaltava.
Il senso quasi drammaturgico ma contestualmente incosciente ed istintivo di quello che gli succedeva attorno portava il Piazz a dare il meglio di sé nei finali di qualsiasi competizione.
Una testa eccezionale, così come può esserla solo quella di un vincente nato ed innamorato del proprio Gioco. Una testa ed un talento che quasi lo costringevano, lo trascinavano a raggiungere il proprio massimo soprattutto nei momenti decisivi o cruciali, a tirare fuori quel qualcosa in più che gli avrebbe permesso di sconfiggere, distruggere, anche umiliare inesorabilmente chi gli stesse di fronte.
Quando ci giocavi contro quasi lo odiavi, perlomeno volevi prenderlo a schiaffi per quella sua aria strafottente originata da una fiducia sconfinata nei propri mezzi e un desiderio inesauribile di vincere che trovavano spesso e volentieri riscontro nei fatti. Facendoti sentire impotente, al cospetto però di un grandissimo che era impossibile poi, smaltita l’incazzatura post-sconfitta, non stimare e rispettare.
Un estro alla Pozzecco con l’etica lavorativa di un Bodiroga. Una classe ed una tecnica al servizio di una ferocia sportiva tipica solo dei più grandi, e guai a pensare che il Piazz non fosse proiettato verso quel livello.
Prendendo in prestito il grande Wesley Snipes nel film di culto Chi non salta bianco è, Jimi il Piazz poteva sentirlo, non solo ascoltarlo.
Di giocatori, anche fortissimi, da vedere ed ammirare ce ne sono capitati di ogni, davanti e dal vivo. Di carriere nate ed evolute negli anni fino ai loro rispettivi apici (e crolli), pure. La costante, rarissima, degli atleti che era evidente avessero dentro un quid, delle molecole e dei neuroni speciali rispetto agli altri, era la capacità emozionante (per chi li ammirava dall'esterno) di elevare il proprio gioco quando percepivano la crescita del livello competitivo.
Il Piazz era uno di questi fortunati baciati con delicatezza in fronte dagli dèi del basket e non solo. Partiva da casa - in via dei Missaglia nel sud di Milano - con il suo motorino e già cambiato per andare a dominare in Serie D a Cusano Milanino, nella squadra dei suoi amici e del “suo” coach Oltolina. Con una facilità quasi imbarazzante, prendendosi gioco dell'avversario. Ma si sentiva dire che in C2, in C1, sarebbe stato uno tra i tanti. Buono ma non il migliore.
Troppo basso o poco atletico per essere un crack, difficile vedergli replicare gli stessi assurdi numeri.
Di quei doppi, tripli crossover incrociati sotto le gambe prima di fulminarti in uno contro uno -“alla Tim Hardaway”,come amava ricordarti dal vivo mentre caduto a terra lo guardavi segnare sorridente - dicevano che non avrebbe potuto rifarli nelle categorie superiori.
Così come quel modo frizzante e sbarazzino di interpretare la Pallacanestro. Quel modo di penetrare in area senza sapere cosa sarebbe successo il secondo successivo. Quell’insostenibile (per gli altri) leggerezza dell’essere, quell’abitudine che lo rendeva unico nel giocare senza distinzione al campetto o sui parquet più blasonati.
Tutto questo si diceva non avrebbe mai saputo inserirlo in un contesto di basket organizzato di alto livello.
Non serviva altro, a Gabri.
Alimentandosi delle sfide che di volta in volta le critiche, il campo, le perplessità o semplicemente la propria inesauribile natura competitiva gli proponevano, il Piazz semplicemente si spaccava il culo più di chiunque altro per dimostrare che - alla fine - il più forte e che avrebbe vinto sarebbe stato lui.
Troppo basso? La settimana dopo già sembrava ancor più rapido e veloce.
Poco atletico? Qualche mese più tardi lo vedevi ingrossato, più reattivo, più esplosivo.
Raccontano che al playground di parco Sempione, negli anni d'oro in cui s'incontravano ancora tanti giocatori “veri” dalla Serie A in giù, dopo 6-7 ore di 3vs3 sotto il sole tutti si trascinavano stancamente a bere alla fontanella poco distante, sfiniti.
Ma mentre facevi la coda per riempire la bottiglietta o semplicemente passarti dell'acqua sul collo ed il viso roventi, ti capitava di voltarti e vedere il campetto completamente vuoto tranne un pirla che era rimasto a saltare come un matto per provare schiacciate d'ogni tipo.
Sembrava un pirla perchè quel ragazzo di un-metro-e-ottantre non si fermava un secondo. Recuperava l’amato pallone, lo lanciava contro il tabellone e con un balzo pazzesco al volo cercava di schiacciarlo nel canestro. Non ci riusciva spesso, perchè l'angolatura del braccio quasi orizzontale e dietro la nuca mentre in aria cercava di chiudere il movimento con la palla sarebbe stata difficile anche per un atleta NBA, pensate per Lui!
Però poi vedevi che al settimo, ottavo salto finalmente la schiacciata riusciva. Stremato, lo guardavi quasi di profilo con il sole sul tramonto mentre bevevi, e pensavi, scuotendo la testa sorridendo tra te e te “..solo il Piazz”. Il pensiero era comune a tutta la compagnia dei canestri che lo conoscesse: nessuno poteva essere come lui, semplicemente. Un discorso di attitudine, determinazione.
“A winner within”,un vincente dentro, direbbe Pat Riley.
Poi ti accorgevi che non era un alieno perchè correva ansimante anche lui ad assetarsi, e allora partivano le classiche frasi alla Piazz “… ehi, visto che robe? Tu manco c'arrivi, al ferro…”.
[Secondo interludio]
Ora, parrebbe quasi legittimo pensare che questi episodi possano essere diventati il frutto di una sorta di mitizzazione che, inevitabilmente, rischia di nascere quando s'inizia a parlare di una persona che non è più tra noi. Ma per il Piazz, siam pronti a giurarlo, quanto sentito e raccontato corrisponde decisamente a sacrosanta verità. Perchè contrariamente a quel che magari succede in altri casi e con altre leggende di questo sport, tutto quello che si narra oggi del Piazz ad ormai sette anni di distanza dal suo addio lo si raccontava già quand'era vivo.
Non esistono le statistiche da playground (per fortuna..), ma siam piuttosto certi che le percentuali di vittoria per gli 1vs1, i 3vs3 e le partitelle di vario e diverso tipo vinte dal Piazz metterebbero a tacere anche gli ultimi poveri San Tommaso rimasti.
E, fidatevi, lo stupore d'oggi sarebbe esattamente lo stesso di quello che univa tutti allora.
Ah, e se poi qualche perditempo se ne saltava fuori dicendo che avesse un tiro incostante? Al campetto ti segnava con il suo classico step back dagli otto metri le ultime tre triple per la sua vittoria e la tua umiliazione.
Magari non eri stato tu a dirlo, magari manco lo conoscevi quel tizio che aveva osato metterlo in dubbio, ma al Piazz non importava. Ti spiattellava in faccia, nero su bianco come se fossi tu l'ambasciatore di tutti, quanto fosse sempre più forte e determinato Lui rispetto al resto del mondo che l’aveva sfidato.
Una sfida che si riproponeva all'inizio di ogni estate, di ogni stagione, di ogni partita. Dopo aver scalato alla faccia di molti le categorie del basket italiano fino a diventare protagonista in B1 con Treviglio, ancora il Piazz aveva fisse nella mente tutte quelle voci. Aveva fissi davanti ai suoi occhi i volti degli avversari, magari più grandi di lui, che in B1 ci giocavano da una vita e pensavano di poter avere vita facile con quel tipo.
Aveva fisso in mente l'allenatore avversario e il suo sorriso beffardo che sembravano schernirlo, convinto che una difesa da B1 avrebbe messo in ginocchio agevolmente quel giocatore tanto funambolico quanto discontinuo.
Il mondo sembrava aver ragione a volte, come durante quella trasferta a Cento, una delle ultime partite di quella stagione in B1 con un altro suo grande coach, Cesare Ciocca. Per tre quarti il Piazz svolse il compitino giocando da playmaker passatore (ah già… aveva pure una buona visione di gioco), difendendo forte come sapeva fare, tirando semplicemente sugli scarichi, quasi apparentemente frenato dal desiderio di dimostrare che poteva adattarsi a qualsiasi sistema, qualsiasi livello. A tutto, pur di rimanere lì e prepararsi all'ennesimo salto verso la prossima categoria, la prossima sfida.
Poi… eheh… poi successe che Treviglio andò sotto nel punteggio. Il quarto quarto appena iniziato.
Al Piazz s'accesero gli occhi.
Una scintilla sembrò scuoterlo da testa a piedi, elettrizzandolo. Era la solita, inspiegabile, irreplicabile ed affascinante fiamma che gli aveva fatto vincere centinaia di 1vs1 al campetto o decine di partite in volata, fossero in C2, in un 3vs3 all'aperto o in una partitina d'allenamento con la squadra di Promozione degli amici storici.
Cento però non lo sa, non conosce Quel Piazz. Conosce solo Gabriele Piazzolla, ventenne di talento entrato da poco e senza troppi clamori nel giro della B1. Quando Gabri prende palla e segna la sua seconda tripla della gara, la prima con Il Suo Stile dopo tre-quattro palleggi e il classico tiro cadendo all'indietro per evitare la stoppata, nessuno s'allarma particolarmente. La seconda, da più lontano, arriva poco dopo. Qualche tarlo nel cervello degli avversari inizia a farsi strada, ma non così a fondo da correre ai necessari ripari.
“Coglioni, non avete capito nulla…” sembra pensare il Piazz. L'ha pensato spesso nella sua carriera, e la maggior parte delle volte non ha mancato di trasformare lo sfrontato pensiero in coloriti insulti. Diretto, come un gancio di Alì. Un trash talker come pochi, quegli anni. E sincero, totalmente. Forse troppo, abbastanza da lasciarsi qualche nemico giurato alle spalle e parallelamente migliaia di amici per la pelle a coprirgliele.
Il Piazz riceve da uno scarico. È libero, potrebbe tirare o così sembrerebbe ordinare il manuale del bravo giocatore professionista.
“Naah, troppo facile…”
Finta e rapida partenza incrociata in palleggio. Il difensore, già sbilanciato dal primo tentativo di recupero su quello che a tutti gli effetti sembrava l'inizio di un tiro, ora è completamente fuori dai giochi. La strada verso il canestro quasi completamente aperta, ma la testa del Piazz non ragiona come quella di noi comuni mortali. Il difensore tenta ancora disperatamente di frenare la penetrazione. Ma Gabri non penetra. Torna indietro con un palleggio d'arretramento sotto le gambe.
Ancora una volta il micidiale step back del Piazz.
L'avversario oltre che sPiazzato è pure stupito ed umiliato da quegli incomprensibili (per lui) cambi di direzione che l'hanno messo sulle ginocchia.
Il Piazz si alza, il tradizionale tiro, compatto e in sospensione, entra nel canestro e sferza la retina.
Tre punti e rimessa dal fondo con qualche dubbio in più sul fatto d'essersi clamorosamente sbagliati.
Non è finita.
L'immancabile dedica (…) alla difesa e al tifo di Cento arriva automatica, così come un altro canestro col suo marchio indelebile. Questa volta è panico totale, ma è troppo tardi. Il Piazz segnerà 15 punti nel solo ultimo quarto, trascinando Treviglio alla vittoria e lasciando al palo una Cento muta e sconvolta.
Per chi tra il pubblico sugli spalti o davanti la tv ha visto per la prima volta Gabriele Piazzolla, è un fulmine a ciel sereno, lo stupore dipinto sul volto.
Per quelli che conoscono il Piazz da tempo, la reazione è semplicemente un sorrisino soddisfatto di chi sa qualcosa che il resto del mondo ignora. Quelle robe Gabri le ha sempre fatte, mai dubitato che ci sarebbe riuscito anche a quel livello. Addirittura, ama ricordare uno dei suoi coach ed ora allenatore di Serie A Giorgio Valli, era un talento talmente ancora in potenza e pronto ad esplodere che non c'erano dubbi che sarebbe potuto arrivare fin dove avesse voluto. Sì, anche in Serie A... Un talento da coltivare con cura perchè “sapeva fare alcune cose senza che nessuno gliele avesse insegnate, figuratevi se allenato perbene!”.
Un atteggiamento, e non ci pare blasfemia dirlo ma semplicemente una similitudine tra due ragazzi “speciali”, che accomunava Gabriele Piazzolla a Drazen Petrovic, altro infaticabile e maniacale lavoratore. Altro bellissimo ragazzo dotato di qualità mentali e tecniche irreplicabili. Altro sorriso generoso e riconciliante. Un indefesso curatore dei propri fondamentali, del proprio fisico e del proprio gioco che portò il “Mozart dei Canestri” ad eccellere al livello più alto, in quella NBA riservata nei primi anni ‘90 solo a pochissimi eletti non americani.
Con l’unica e non trascurabile differenza nella benedetta continuità. Drazen era basket tutto il giorno, tutta la settimana, tutto l’anno. Il Piazz diciamo che - alternandosi con altro - per tre/quattro giorni spingeva al massimo dominando il mondo, poi l’autostima cresceva talmente tanto che esagerava fino al punto di rottura con l’esterno, cosa che lo portava ad innervosirsi e ripartire ciclicamente e mentalmente da sotto zero, diventando ingestibile per chiunque e costringendolo a cambiare squadra ogni santa stagione.
Parlando però con gli amici del Piazz, soprattutto con chi c'ha giocato contro per anni crescendo insieme a lui, parlando con gli allenatori che hanno avuto il piacere di averlo in squadra dalle giovanili alla B1, una sensazione, un fattore ritornano sempre spontanei ed unanimi.
La costanza e l'attitudine quasi ossessive all'allenamento, al miglioramento individuale, all'evoluzione del proprio talento, fosse esso atletico, tecnico o mentale.
Un approccio legato a filo doppio a delle qualità innate non ancora del tutto sviluppate, in quanto miscelate con un entusiasmo talmente puro, potente e trainante da supplire alla mancanza di una cultura e un'esperienza cestistiche di altissimo livello, figlio com'era dei campetti all'aperto più che dell’indoor tradizionale.
Una testa talmente originale e “diversa” che accompagnava un carattere istrionico ed una genuinità sconvolgente, aumentando l’unicità di questo ragazzo. Oltre ad una fine intelligenza nel capire gli altri, un amore per la letteratura, una simpatia contagiosa e travolgente e un’allegria instancabile ad ogni ora del giorno. La generosità verso gli amici, l’istintiva e trasparente onestà del Piazz erano celebri tanto quanto le sue doti cestistiche. Come quella volta in cui all’ultimo il suo coach “Cece” Ciocca gli chiese - senza troppe speranze a dire il vero - se riusciva a trovargli due biglietti per Notre Dame de Paris a Milano. Manco a dirlo arrivarono - in regalo - i migliori due posti di tutta la platea. Di aneddoti ce ne sarebbero a centinaia, talmente tanti da scriverne un’enciclopedia e ben incastrati tra gesti inaspettati e toccanti. Tra falli tecnici arrivati dagli arbitri nei modi più disparati e divertenti alle risse causate dal suo parlare senza peli sulla lingua sempre, comunque e con chiunque, passando dal desiderio interiore di trasmettere prima o poi la propria passione ai ragazzini diventando allenatore. O tra reazioni furiose seguite da sms dolci ed abbracci riparatori e battute fulminanti oltre che sfacciate…come quella volta in cui litigò con un compagno di squadra rimanendoci poi malissimo il secondo immediatamente successivo alla conclusione della discussione. Il giorno della partita, quando quel compagno segnò un canestro più fallo, il Piazz, seduto in panchina e noncurante delle regole, si alzò di scatto, scaraventandosi in campo per aiutare il compagno a rialzarsi, urlandogli “Grande cazzo! Sono ancora tuo amico vero?!”.
Il tecnico per invasione di campo arrivò al volo, chiaramente, ma era impossibile non lasciarsi attrarre, affascinare e trascinare da un’anima così spontanea, leale e passionale.
Un’anima che aveva catturato completamente anche un grande coach come Fabio Corbani. Il legame che s’era creato tra i due trascendeva l’aspetto tecnico del Gioco, tramutandosi in una sintonia tra due esseri umani che avevano intuito l’uno la vera essenza dell’altro. Quando durante la sua carriera il Piazz svalvolava entrando in uno dei suoi momenti “down” di depressione o nervosismo fuori e dentro al campo, ovunque fosse ed allenasse Fabio lo chiamava da lui per un po’, per provare a rasserenarlo. Anche in LegaDue a Novara. Il Corbi lo ricaricava, lo gestiva con delicatezza e sincerità, lo spronava a tirare di nuovo fuori tutto il meglio della sua vivacità. Il Piazz - stimolato nel modo giusto - non lo deludeva, rispondendo alla grande. E quando riscopriva i suoi equilibri ritornava inarrestabile per tutti, anche per i pro americani. Anche per Donte Mathis, uno dei più forti play della L2 “stimolato” a suon di - C’mon americans, play defense on me! -. Poi Corbani lo faceva volare via, fino alla prossima volta che avrebbe avuto bisogno. Fu sempre Fabio a cui il padre Francesco chiese aiuto per convincere Gabri a non partire per Cuba a soli 16 anni (finì che il Piazz quasi convinse il coach ad andar con lui!). Gabriele, di fronte a tanta trasparenza e passione, restituiva con tutto ciò che aveva dentro, e le parti addirittura finivano per invertirsi. Se il coach durante una stagione infilava una striscia di sconfitte e s’innervosiva, capitava che il Piazz, intuendo il momento-no, andasse a trovarlo per allenarsi con lui, per risollevare con la sua gioia, la sua forza umana e sportiva la squadra. Riuscendoci! Riusciva a restituire fiducia al coach convincendolo – gridandogli - d’essere l’allenatore migliore del mondo, rivitalizzava i giocatori, l’ambiente… un approccio, uno stimolo, un pungolo cui il Corbi - allenatore di vero successo - non sarà mai abbastanza grato.
Semplicemente, l’altalena emotiva del Piazz fu una delle cose al mondo che Fabio Corbani ebbe più a cuore.
Ed è rimasta anche oggi una delle cose di cui sarà per sempre più orgoglioso.
Un comportamento bipolare, filo sottile ed invisibile che lega tutti i Grandi mancati prematuramente. Quel classico ed intangibile lato oscuro della Luna che a volte faceva capolino durante le giornate del Piazz ed i suoi canestri strabilianti. Una vita parallela, spesso confinata nella notte tra serate e feste organizzate nei privé dell’Hollywood e dell’Old Fashion, con compagnie diverse da quelle cestistiche ed una personalità già marcatamente estroversa e pazzerella che esplodeva nelle nottate milanesi. Un’esplosione mescolata tra flash accecanti di luci stroboscopiche ed un mondo della moda dai torbidi riflessi lynchani, tra l’alcool delle serate sui Navigli e le colonne di San Lorenzo, tra le sostanze proibite provate un po’ per caricarsi e un po’ forse per tentare di lenire quelle delusioni tenute dentro, il tutto sempre vissuto con quel sorriso bello e tremendamente affascinante che favoriva il suo successo con il gentìl sesso (rumors a parte non lo ringrazieremo mai abbastanza per aver preferito la carriera e il sudore del giocatore a quella del modello), il Piazz era anche questo.
E quando incontrava persone disposte a non giudicarlo ma semplicemente a supportarlo ed ascoltarlo lui si apriva in modo quasi tenero, raccontandosi, raccontando tutto questo e molto altro, mostrandosi in tutta la sua fragilità emotiva quasi paradossale, se pensiamo al dominio incontrastato che esercitava su un campo da basket tanto da averlo reso il re indiscusso dei playground.
Non dev’essere stato facile essere per tutto il giorno Gabriele Piazzolla.
In questo sporco mondo una buona parte delle persone tende spesso a bloccarsi all’inizio delle relazioni, degli incontri e della conoscenza dell’altro, presi in mezzo tra diffidenza, superficialità ed egoismo.
Personalmente pensiamo che per un ragazzo che grazie ad istinto e comprensione riusciva ad abbattere in modo naturale queste invisibili barriere, scontrarsi con le difficoltà quotidiane - con gli alti e bassi che tutti prima o poi si trovano ad affrontare - doveva spesso ferirlo nel profondo. Talmente tanto, in contrasto struggente con quel suo altruismo e quella sensibilità così accentuati - così (ancora una volta) speciali -, da portare solo e tristemente ad alimentare nel cuore e nella testa quei demoni personali che il basket era sempre riuscito a soffocare, esorcizzare, quasi a dimenticare.
Demoni che a volte si scorgevano, seppur parzialmente e spesso mitigati dal suo fare ironico, in atti improvvisi ed incontrollati anche sul campo. Come quando sparò la palla con un calcio al di fuori della recinzione del campetto del PalaLido perchè “quel deficiente” non gliela passava mai. O come quando un arbitro donna gli fischiò tre infrazioni consecutive di passi in partenza, ovviamente inesistenti secondo il Piazz. Al possesso successivo ricevette, mise giù il perno in modo plateale, incrociò perfettamente col primo palleggio… e poi si mise a correre in avanti con la palla stretta al petto, come un giocatore di football! Arrivò il quarto, isterico, fischio per infrazione di passi e il Piazz le urlò: “Sì! Brava t***a! Questi sì che sono infrazioni di passi!!”. Oppure come quando sfanculava compagni ed allenatori, in un raptus di euforia ed eccesso di autostima. O, ancora, come quando cercava rifugio nell’affetto e nella comprensione degli amici, della famiglia e degli allenatori più vicini a lui per quella maledetta spalla che non ne voleva sapere di rimettersi a posto, logorandolo, condizionandolo dolorosamente in quello che amava fare di più al mondo. Giocare a pallacanestro.
[Terzo interludio]
Finali nazionali cadetti a Salsomaggiore, partita fondamentale per le giovanili dell’Olimpia Milano dove sta giocando l’ancor giovane Piazz, allenato da Guido Saibene. Sotto di 15 all’intervallo contro la Modena di Pierich, il coach provoca i suoi per cercare una reazione. “State giocando di merda! A guardarvi c’è Cappellari, ma forse conosce solo Furlanetto, gli altri no!” Si rientra: parzialone assurdo firmato da un Piazz in trance. Timeout avversario. Al rientro in panchina, Gabri mostrando gli attributi al pubblico: “Ed ora Cappellari conosce anche Piazzolla!”. Chapeau.
Ancora. Difendono forte su di lui al campetto di Via Dezza. Talmente vicino da poter toccare il difensore. Il Piazz esegue: con la destra palleggia, con la sinistra tira uno schiaffo sulla fronte del malcapitato che, disorientato, lo perde sul suo classico finta-incrocio-e-tunnel. Due punti e il suo urlo: “Tutti a casa!”.
E poi, a ruota libera: i tiri liberi ad occhi chiusi a Voghera; i diti medi ai tifosi avversari a Como; le triple di sinistro; quelle in serie dai nove metri a Casalp; il Poz sfidato all’Hollywood; mezza nazionale turca sbeffeggiata a Bormio; i numeri e le finte da circo a Corsico di ritorno dalla Cina; le schiacciate a partita finita per divertire bimbi e ragazze a Torino; la pazza gioia per le vittorie; le prese per il culo a tutti quelli che batteva; i palloni lanciati contro il tabellone da dietro la linea da tre ripresi al volo e segnati per insegnare il concetto di “dentro-e-fuori” ad un lungo che non la passava mai; la devozione per il Gioco; tutti quei “Grande cazzo! Ma questo lo sai fare?”; Bulleri umiliato in allenamento… Standing ovation per il Numero Uno.
Purtroppo la similitudine con Drazen Petrovic non s’è fermata al solo fatto sportivo, considerati il modo non meno drammatico e l'età altrettanto sconvolgentemente ingiusta che hanno contraddistinto l'ultimo saluto a questo mondo dell'artista di Sebenico, così come successo al Piazz.
Gli astri, il fato, sono sempre stati troppo inspiegabilmente crudeli verso il Talento.
Nell’antichità dicevano che se li fossero portati via gli déi per invidia.
L'ultimo assolo di Jimi finì di riverberarsi nell'aria nel 1970, quando aveva solo 27 anni.
Drazen terminò la sua ultima corsa in un'anonima autostrada tedesca quand'era solo 29enne.
Jim Morrison, un altro improvvisatore dal carisma innato, scrisse le sue ultime poesie in una Parigi mai più così triste, spegnendosi a 27 anni.
“Chicco” Ravaglia e Davide Ancillotto, due grandissimi del nostro basket, lasciarono troppo presto un vuoto incolmabile nel grande cuore degli spicchi arancioni. Entrambi avevano solo 23 anni.
Gabriele Piazzolla ha scelto di andarsene a soli 25 anni e 139 giorni dalla sua nascita il 23 Maggio 2006, un martedì di fine Primavera.
Pochi giorni prima di quel 23 Maggio coach Dante Gurioli, tra i miti del basket lombardo, se lo vide capitare in palestra a Rho, nel bel mezzo della preparazione per la loro finale della C2. Il Piazz sapeva che lì si lavorava duro e alla grande, era convinto che con la cura-Gurioli sarebbe potuto tornare al top, spalla compresa. Lavorò con un entusiasmo incredibile in ogni singolo allenamento col Dante e la sua squadra, rimanendo impresso a tutti. Si caricava e caricava gli altri, forse aveva già iniziato ad intuire i benefici che avrebbe potuto dargli quella pallacanestro intensa, veloce, atletica, divertente. La sua.
Dopo l’allenamento serale di lunedì 22 il Dante e Gabri rimasero d’accordo di sentirsi per concordare le date dei prossimi allenamenti, un programma senza soste per ritrovare il vecchio ed immarcabile Piazz.
Il giorno dopo però, nel primo pomeriggio, il Piazz chiamò il Dante al telefono. “Dante, scusami ma oggi non posso venire all’allenamento, ho un impegno stasera…” Non essendo un suo giocatore coach Gurioli non rimase particolarmente sorpreso e gli rispose “Ok, nessun problema, allora ci sentiamo per i prossimi giorni”.
Il Dante non lo sentì più.
Il periodo nero per la spalla infortunata che lo tormentava e gli aveva impedito la firma in Lega2 con Trapani, una stagione a Ghemme finita non come avrebbe voluto. Le delusioni e le incertezze che si accumulavano nel cuore, offuscando la lucidità.
La luce in fondo al tunnel che appariva così lontana.
Poi il balcone.
E Silenzio.
Non esistono al mondo parole che possano adeguatamente commentare eventi simili. Orson Welles, il grande regista americano, amava dire che la sola cosa che non avrebbe mai girato in un suo film sarebbe stata una scena di lacrime, impossibile da rendere realistica e credibile allo spettatore.
Per le parole forse è diverso, forse esistono chiavi abbastanza giuste, dignitose, rispettose ed allo stesso tempo elevate per descrivere adeguatamente l'evento tragico di una morte, per di più violenta ed auto-procurata, di un giovane pieno di vita, bellezza e talento come Gabriele Piazzolla.
Forse esistono, ma nonostante tutte queste righe sinceramente continuiamo a sentirci ancora troppo distanti dalla soluzione.
Quello di cui siam certi invece, quello che abbiamo toccato con mano è l'eredità Vera e Presente che questo ragazzo ha lasciato quaggiù.
Il Piazz anche oggi è una Presenza concreta, percepibile, toccabile, commovente. È una Presenza che vedi uguale ed intensa tanto negli occhi di chi più gli ha voluto bene tanto in chi l'ha incontrato un'unica volta, magari applaudendolo da una tribuna di un palazzetto o seduto sull'erba poco fuori da un campetto d'asfalto. Non serve ricordarne il funerale straziante, le parole di Oltolina ed una chiesa stracolma, per capirlo.
È una Presenza che per paradosso rende ancor più insostenibile ed inspiegabile l'assenza fisica, il non vederlo più giocare, il non potersi più stupire nel vederlo migliorare di estate in estate. Il non godere più di quei sorrisi disarmanti, di quelle battute provocatorie, di quelle telefonate all'una di notte solo per sapere come stai. Di quell'entusiasmo e quella passione che sprizzavano da ogni suo gesto.
Ma quella cosa certa era già scritta su di Lui, su quel famoso tatuaggio sul polpaccio ricordato poi sia sui corpi degli amici più intimi che dalla targa fissata sul cemento del suo playground preferito, il Dezza: IT NEVER ENDS.
“Non finisce mai”.
Questo e tanto altro è stato ed è il Piazz, una Presenza più forte di Qualsiasi Cosa.
Una Presenza che oltre ai suoi ricordi, alle sue emozioni, ha lasciato dentro ognuno un'altra semplice ma grande certezza, una testimonianza.
Per essere il migliore devi lavorare più duro di tutti gli altri.
Sempre.
Tutti, senza esclusione, c'hanno confidato che letteralmente il Piazz s'ammazzava di fatica ed allenamenti per migliorarsi, dalla mattina alla sera, col sole e la pioggia, no matter what. Per essere un vincente sempre più vincente. Per essere sempre più forte e spietato. Per crescere di livello, ancora e ancora e ancora.
Senza sosta, solo quello come unico Vero Obiettivo nella vita: migliorare e vincere.
Un suo caro amico, tra i tanti che hanno espresso questo concetto, c'ha lasciato sospesi per un attimo, con alcune parole pronunciate quasi istintivamente a sintetizzarne i pensieri scossi e confusi.
“Il Piazz faceva così semplicemente per continuare ad andare oltre.”
Per continuare a superare i propri limiti, spostandoli sempre più in alto.
Siamo personalmente convinti che se ne sia andato così, per andare oltre per l'ennesima volta.
Limiti - d'ogni sorta - ora non ne ce ne sono più.
Solo pace e perfezione, così spasmodicamente ricercate.
Come quel suo crossover.
Perfetto, e persino Chamberlain l'ha capito.
Così, parafrasando le parole usate per Jim Morrison, possiamo dire che per tanti, per quasi tutti quelli che ebbero l'onore di conoscerlo, il Piazz fu un poeta del Gioco, con un'anima intrappolata tra Inferno e Paradiso. Per altri, quei pochi che non ne avevano intuito la vera essenza, il Piazz fu solo l'ennesimo genio vinto alla fine dalla propria stessa sregolatezza, il solito talento maledetto che era caduto, bruciandosi.
Ma una cosa, rispondendo a questi ultimi, era tremendamente vera.
“You can’t burn out if you’re not on fire.”
Non ti puoi bruciare se prima non t'eri acceso.
E il Piazz era il più on fire di tutti.
Arrivederci cuore matto.
Ciao Piazz.
In loving memory of Gabriele "Piazz” Piazzolla
(Uomo, leggenda, giocatore di pallacanestro)
Happy Mother’s Day from LIFE.com! Pictured here is Elizabeth Taylor with her daughter Elizabeth Frances on the set of Cleopatra in Rome, 1962. Check out our Instagram story for more great images of famous Moms with their children. (Paul Schutzer—The LIFE Picture Collection/Getty Images) #MothersDay #HappyMothersDay
Un elenco parziale delle 927 (o sono 928?) verità eterne
(Sheldon B. Kopp, tratto da "Se incontri il Buddha per la strada, uccidilo"!) 1. È tutto qui! 2. Non ci sono significati reconditi. 3. Non puoi arrivarci da qui, e inoltre non c'è alcun altro posto dove andare. 4. Siamo tutti già moribondi, e saremo morti per molto tempo. 5. Nulla dura per sempre. 6. Non c'è alcun modo per ottenere tutto ciò che si vuole. 7. Non puoi aver nulla a meno che non lasci la presa. 8. Puoi conservare soltanto ciò che dai via. 9. Non c'è alcuna ragione particolare per cui non hai ricevuto alcune cose. 10. Il mondo non è necessariamente giusto. L'essere buoni spesso non viene ricompensato e non c'è alcuna ricompensa per la sventura. 11. Nondimeno hai la responsabilità di fare il tuo meglio. 12. È un universo casuale a cui noi apportiamo significato. 13. In realtà non controlli nulla. 14. Non puoi costringere nessuno ad amarti. 15. Nessuno è più forte, o più debole di te. 16. Tutti sono, a modo proprio, vulnerabili. 17. Non ci sono grandi uomini. 18. Se hai un eroe, dagli un altro sguardo: in qualche modo hai diminuito te stesso. 19. Tutti mentono, ingannano, fingono (sì, anche tu, e certamente io). 20. Tutto il male costituisce una vitalità potenziale bisognosa di trasformazione. 21. Ogni parte di te ha il suo valore, se solo l'accetti. 22. Il progresso è un'illusione. 23. Il male può essere spostato ma mai cancellato, dal momento che tutte le soluzioni generano nuovi problemi. 24. Tuttavia è necessario continuare a lottare verso una soluzione. 25. L'infanzia è un incubo. 26. Ma è così difficile essere un adulto indipendente, autosufficiente, consapevole di dover badare a se stesso poiché non c'è nessun altro a farlo. 27. Ciascuno di noi è in definitiva solo. 28. Le cose più importanti, ciascuna persona deve farle da sé. 29. L'amore non basta, ma certamente aiuta. 30. Abbiamo soltanto noi stessi, e la fratellanza che ci unisce gli uni agli altri. Forse non è molto, ma non c'è altro. 31. Che strano che tanto spesso, tutto sembri valer la pena. 32. Dobbiamo vivere nell'ambiguità di una libertà parziale, di un potere parziale e di una conoscenza parziale. 33. Tutte le decisioni importanti devono essere prese sulla base di dati insufficienti. 34. Tuttavia siamo tutti responsabili di tutti i nostri atti. 35. Nessuna scusa sarà accettata. 36. Puoi fuggire, ma non puoi nasconderti. 37. È importantissimo trovarsi senza più capri espiatori. 38. Dobbiamo imparare la forza di vivere con la nostra impotenza. 39. L'unica vittoria importante sta nell'arrendersi a se stessi. 40. Tutte le battaglie significative vengono combattute all'interno del sé. 41. Sei libero di fare qualunque cosa vuoi. Devi soltanto affrontarne le conseguenze. 42. Cosa sai con sicurezza, ad ogni modo? 43. Impara a perdonare te stesso, più e più e più e più e più volte
Da Gli abbracci spezzati, la magnifica sequenza con "citazione" di Viaggio in Italia. Credo sia il motivo principale che mi ha spinto ad andare a Lanzarote.
Rischiamo di morire senza aver conosciuto tutto questo. Convinti, ma in fondo intestarditi, di essere nell'unico mondo possibile, illusi che i nostri misfatti siano meno misfatti degli altri. Nel fondo delle viscere di cui siamo fatti, ci sono domande, anzi istinti, che pulsano e che dicono qualcosa. Ma li ricacciamo giù. Perché accettare che un'alternativa esista, significherebbe rivoluzionare il modo di pensare il nostro mondo. Per questo motivo ci si scontra, non solo dopo la morte di Fidel Castro, sul lascito della dittatura-castrista-oggi-oligarghia. Si discute di Cuba in quanto rappresenta il tentativo di un Diverso dal normale, che frettolosamente si dichiara fallimento perché... ipotizzarne solo minimamente il valore, metterebbe in dubbio l'Unico Mondo Possibile in cui viviamo. Si giudicano la storia e la sofferenza di un popolo sulla base di schemi soggettivi in partenza, si giudica che i nostri errori siano accettabili mentre i loro no. Mettere in discussione il nostro mondo non sarebbe soltanto un esercizio intellettuale, significherebbe scottarsi con la realtà, tornare a sentire la pelle e con essa il dolore, per poi riscoprire quel senso di umano che abbiamo cacciato in fondo, in fondo dentro di Noi.
Allego una testimonianza: http://contropiano.org/interventi/2016/11/27/omaggio-a-fidel-086380
A New York 24 ore non sono abbastanza
[ho trovato questo file dimenticato e mai pubblicato, datato primavera 2015. Lo pubblico ora] Se dovessi avere solo un’ora per scrivere di New York City, che cosa scriverei? In questo momento è proprio il tempo che ho a disposizione. Mi trovo infatti su un treno appena partito da Zurigo, in direzione Milano, e la presa di corrente non è quella adatta: di conseguenza, è questa la durata rimanente della batteria del computer al quale mi affido. Citando un Eminem d’annata, che però parlava di storie ambientate in un’altra città statunitense, Detroit, il refrain del one shot, one opportunity, è un po’ un assillo per i new yorkersi, di nascita, d’adozione, in visita o di passaggio che siano… Il newyorkese, si chiede - non per esercizio mentale, ma per sfida quotidiana - “se avessi solo solo un’ora, come potrei fare questo, concludere quello, confidando nei treni, nelle coincidenze, sperando che tutto fili come programmato?” E’ un po’ questa la realtà che ho incontrato nei miei quindici giorni a New York City. Tutti conosciamo la città, l’abbiamo vista nei film, nelle serie TV, l’abbiamo letta nei libri e nei fumetti, l’abbiamo osservata nelle fotografie e nelle pubblicità. La “città mediata” è effettivamente la vera città? Non lo so, non credo, ma non scriverò che la città è in eterna mutazione, lo avete già letto, e io comunque non potrei confermarvelo. Ciò che ho visto è un luogo con più luoghi, dove ogni “borough”, ma anche ogni quartiere che costituisce un tassello di Manhattan, Brooklyn, Staten Island, Queens e Bronx, è diverso e potenzialmente inaspettato. In una strada del Bronx dove quasi nessun abitante di Brooklyn o Manhattan metterà mai piede, ho trovato un negozio (anzi un magazzino, più che un negozio), dove il proprietario metteva in vendita dei vestiti usati. Non un negozio del vintage, un magazzino dove il proprietario vendeva vestiti usati. Punto. A Staten Island ho camminato per delle strade anonime, residenziali. A Brooklyn sono finito in un appartamento dove i fili elettrici si arrampicavano sopra le porte, poca sicurezza, eppure era un appartamento affittato da professionisti della comunicazione e del settore finanziario. Nel Queens, ma in un quartiere con professionisti che lavorano a Manhattan e che su Manhattan si affaccia, ho incrociato due baby sitter sudamericane portare in giro i bambini di due coppie yuppies + i relativi cani. Una delle due affermava “they also have a dog?”. Come se, il fatto di avere un cane (oltre alla scontata prole), fosse lo standard di chi non avesse il tempo di portare a termine le proprie vite. Molto di quello che ho vissuto è stato all’insegna della rapidità, della corsa, in questa città 24 ore non sono abbastanza.
Hymn of the weekend
Rabbrividisco nel vedere il video "Hymn of the weekend" dei Coldplay. Con totale nonchalance, si assimilano icone e stereotipi dell'India, impacchettandole in un "fumo colorato (i cui colori sono gli stessi della Color Run) che annebbia", il tutto infiocchettato dalla solita Beyoncé, per l'occasione diventata una dea Kali femme fatale.
Non c'è visione critica, nessun approfondimento, c'è solo assimilazione, ibridazione bastarda, un solo percorso tracciato in cui i contrasti dell'India diventano folklore da cartolina. Si tratta di #Pop, si dirà, e forse i Coldplay non sono mai stati una band engagée, ma se si guarda al loro passato, non si può non notare un percorso verso una musica sempre più commerciale, pronta ad accogliere un pubblico più vasto, e per questo con poco potere di innovazione.
Tutto questo per constatare l'accettazione di queste forme di omologazione, non solo nella cultura pop. La World Music, di cui avevo sentito parlare per la prima volta in #NoLogo di Naomi Klein, è oggi la normalità: band dal passato glorioso collaborano con invenzioni commerciali per raggiungere fette di pubblico più ampie.
Spiace notare la debolezza/minoranza delle forme di contrapposizione a questo appiattimento portato dalla "mondializzazione". Ci facciamo ammaliare da Barack Obama che, in visita a Cuba, assiste ad una partita di baseball tra una selezione cubana e una stellestrisce, parlando di popoli vicini e simili (http://bit.ly/22K8ydL). Quale tentazione più forte per il popolo cubano? Ci si dimentica dei veri interessi.
La mondializzazione è un fenomeno millenario, certo, arrestarla è anacronistico. Non è però un #dogma, la si può criticare. Non saranno i nostri governi a farlo, tocca a noi avere uno spirito critico e, ne sono convinto, possiamo influenzarne lo svolgimento. Perché accettare tutto?
Per la cosa più stupida (un video musicale..), o per quella più importante, bisogna tenere il cervello acceso. Lo fanno i sostenitori di Medici senza Frontiere: grazie alle loro donazioni aiutano le persone che nel mondo di oggi sono le vittime. MSF, assieme ad altre ONG, si sta rifiutando infatti di mettere in pratica gli accordi tra UE e Turchia (http://bit.ly/1o67PUy) sui migranti. Lo stesso dovremmo fare noi, non dimentichiamoci delle radici quando ci mangiamo un hamburger, ricordiamolo anche ai nostri figli.