Cose che devo a Edogawa Ranpo
Nel suo romanzo “La strana storia dell’Isla Bonita Isola Panorama”, che mi sono indebitamente preso la libertà di tradurre per Marsilio editore (mi giustificherò ulteriormente nella parte finale di questo post lol), Edogawa Ranpo, uno degli esponenti più importanti del mystery novecentesco in Giappone, racconta della costruzione da parte di uno studente squattrinato arricchitosi grazie a un subdolo furto di identità di un utopico paradiso su uno sperduto isolotto chiamato Okinoshima (沖ノ島, ‘l’isola al largo’).
È stato proprio grazie a questo romanzo che mi si sono aperti degli scenari che non avrei mai altrimenti immaginato: Okinoshima è infatti il nome di una delle isole più sacre per lo scintoismo (per quanto se ne contino circa un’altra quindicina in giro per il Giappone dato che non è un toponimo così ricercato lol). Divenuta patrimonio UNESCO nel 2017, vietata alle donne perché troppo impure (anche se si ritiene che il banno sia una sclerotizzazione di un precedente scrupolo che i marinai avevano riguardo all’esporle a un viaggio inutilmente pericoloso) e comunque aperta soltanto a un numero limitatissimo di uomini che devono purificarsi con delle abluzioni in mare prima di metterci piede, abitata solo dal sacerdote che ne officia i riti, Okinoshima custodisce l’Okinotsugū, il santuario più romito tra quelli dedicati alle sorelle Munakata.
Questa triade di divinità secondo il Kojiki, il testo che riporta il mito fondativo del Giappone, sarebbe nata dai pezzi della spada del dio Susanoo triturati dalla sorella, la dea del Sole Amaterasu, che li avrebbe risciacquati con l’acqua di un sacro pozzo e risputati sotto forma di vapore da cui sarebbero appunto state generate Tagorihime-no-Kami, dea della nebbia marina, Takitsuhime-no-Kami, dea della marea violenta, e Ichikishimahime-no-Kami, dea legata ai culti scintoisti e che sembra avere un ruolo di rilievo nella triade. Insomma la genealogia di queste tre dee dai nomi scoraggianti si trova nel Kojiki ma sembra uscita direttamente da uno spettacolo di Aldo Giovanni e Giacomo:
Le tre divinità sono venerate in un complesso di santuari denominato Munakata-taisha (宗像大社, ‘grande santuario di Munakata), che comprende tre sedi principali: lo Hetsugū, dedicato alla minore delle sorelle, Ichikishimahime-no-Kami, si trova nell’entroterra del Kyūshū, l’isola più a sud delle quattro principali che compongono l’arcipelago nipponico, nella città di Munakata; il Nakatsugū, dedicato alla sorella di mezzo, Takitsuhime-no-Kami, è invece sull’isola di Ōshima, a una decina di chilometri dalla costa; infine la sorella maggiore, Tagorihime-no-Kami, è venerata come accennato prima nell’Okitsugū, sull’isola di Okinoshima appunto, a una cinquantina di chilometri al largo nel mare di Genkai.
Questo tratto di mare collega il Kyūshū alla penisola coreana, e si ritiene che le tre sorelle Munakata proteggano i naviganti che solcano le sue acque spesso mosse. Sarà un caso ma posso confermare che in effetti ogni volta che in aereo attraverso lo spazio dal Giappone alla Corea puntualmente andiamo incontro a turbolenze, quindi sono abbastanza avvezzo a dire un fioretto alle tre divinità affinché non ci facciano colare a picco lol
Trovando il culto delle sorelle Munakata estremamente affascinante anche per l’immediato collegamento mentale che si è creato nella mia testa con le tre sorelle Halliwell (lo so, ho un problema, ma sono nato negli anni Novanta, capitemi) e non essendo ancora mai stato nel Kyūshū, ho deciso che il weekend lungo all’inizio di ottobre sarebbe stata l’occasione ideale per un viaggio spirituale alla scoperta della loro leggenda.
「Il potere del trio coincide col mio.」
Munakata di per sé non è una ridente cittadina che abbia senso visitare appositamente, ma fortunatamente non dista molto dal capoluogo del Kyūshū, Fukuoka, città assolutamente vivace e metropolitana dove ho fatto base in un ostello che A MIA INSAPUTA ma con mia grande gioia era della stessa catena di quello dove avevo soggiornato con piena soddisfazione ad Okayama (C.S. come dimenticare! ❤︎). Unica cosa che non mi ha convinto sono stati gli asciugamani che non erano segnalati a pagamento sulla loro pagina web e invece lo erano, ma fortunatamente la Guida Galattica per Autostoppisti mi ha insegnato a girare sempre con il mio asciugamano e quindi non ho dovuto prenderlo in prestito. Vedi che essere un individuo problematico che riempie le valigie oltre il necessario paga a volte!
Il viaggio alla volta di Fukuoka si apre all’aeroporto di Haneda con un gate cambiato a caso con un annuncio talmente silenzioso che mi stupisco di essermene accorto e di non essere salito sull’aereo per Osaka, e con 15 minuti di ritardo che comunque sono meglio della prospettiva di un volo cancellato, visto che quel weekend in Kyūshū doveva esserci un tifone e ho passato la settimana precedente a refreshare la pagina del meteo ogni due minuti per controllare che non mi saltasse la vacanza.
Una volta imbarcati alla mia destra è seduto il genius loci del Kyūshū, un uomo d’affari con buone intenzioni ma un po’ irruento, proprio come mi immagino la gente di quest’isola che ha fama di essere un po’ vecchio stampo, che quando mi vede aprire un libro mi inizia a prendere a gomitate per indicarmi il pulsante che aziona la luce per facilitare la lettura e decide che la devo tenere accesa anche se non ho dimostrato alcun interesse, e che quando scendiamo mi tira giù la valigia dalla cappelliera buttandomela addosso, grazie ma guarda che non ti avevo chiesto niente quindi tieni giù le mani dalla mia roba? Avessi toccato io il bagaglio di un giapponese senza il suo esplicito consenso mi avrebbero estradato (quando aiuterò una signora sul volo di ritorno infatti mi premurerò di chiederle prima, e lei continuerà a ringraziarmi e a girarsi verso di me inchinandosi per tutto il tragitto fino all’uscita dell’aeroporto lol).
Fukuoka è tagliata a metà da un fiume, il Naka-gawa, che anticamente divideva due centri ben distinti: Fukuoka sulla riva ovest e Hakata sulla riva est. Nel 1889 le due città divennero un’unica entità amministrativa sotto il nome di Fukuoka, dando il via all’anarchia delle nomenclature perché si parla dell’aeroporto di Fukuoka (a soli 5 minuti di distanza dalla stazione principale, mica come gli aeroporti di Tokyo e Osaka che sono tutti affanculo, ho apprezzato tantissimo) ma della stazione dei treni di Hakata (che ovviamente mi ha fregato perché quando ho cominciato a informarmi per il viaggio cercavo la stazione di Fukuoka e non la trovavo e non capivo perché lol), del dialetto di Hakata, delle Hakata-bijin (博多美人, “belle donne di Hakata”) o dello Hakata-ramen.
Piccola parentesi: vi ho già parlato di quanto mi prudano le mani ogni volta che parlando di viaggi con qualche giapponese mi sento consigliare una sfilza di cibi locali ma appena cito qualche attrazione culturale sulla faccia del mio interlocutore si proietta uno schermo bianco con la pagina di errore 404: non trovato, e anche in questo caso mi era stato assolutamente intimato di assaggiare il ramen di Fukuoka che pare essere l’unico motivo per cui visitare la città a sentire i nostri amici con gli occhi a mandorla. Ebbene voglio fare coming out riguardo a una cosa per la quale spero tutti gli amanti della cucina giapponese non se la prenderanno a male: A ME FA SCHIFO IL RAMEN, è pesantissimo, non lo digerisco, detesto il puzzo di cotenna di maiale ribollita che si sente a un chilometro di distanza dalle ramen-ya e 9/10 bisogna mettersi in fila per entrare in ste bettole. Mi sono fatto violenza e ci sono andato lo stesso a provare lo Hakata-ramen, altrimenti nessun giapponese avrebbe mai creduto che fossi davvero stato a Fukuoka, col risultato che non ho dormito tutta la notte proprio quando il giorno dopo dovevo svegliarmi alle 6 - poco male, fatto after.
Non so se sia stato il trauma 🐯🐴 della prima settimana a Kyoto nel 2013, quando praticamente non abbiamo mangiato altro, ma ad ogni buon conto l’ultima volta documentata in cui ho mangiato del ramen era il febbraio 2015, a Sapporo, quindi direi che dopo questa per altri tre anni abbiamo dato.
Se proprio di cibo vogliamo/dobbiamo parlare, a questo punto consiglio piuttosto gli yatai 屋台, caratteristiche carovane ambulanti piazzate ai cigli della strada dove è possibile fermarsi a mangiare probabilmente in condizioni igieniche precarie ma a prezzi decisamente ragionevoli. La cosa che più mi è piaciuta degli yatai è che un po’ come mi capitava nelle izakaya quando studiavo a Kyōto LA GENTE ATTACCA BOTTONE, cosa che mi è capitata molto di rado a Tokyo, dove mi pare che la tendenza sia un po’ quella di farsi gli affari propri. È stato proprio qui che mi si è presentata una rivelazione travestita da una coppia della prefettura di Ōita che ha cominciato a parlarmi del figlio in Europa e poi, una volta che ho raccontato loro il motivo del mio viaggio e ho accennato al mio cruccio circa il fatto che il 90% dei giapponesi non solo non si incula ste robe (pure io finché ero in Italia non ho mai sentito particolarmente il desiderio di andare in giro a chiese, quindi capisco che a uno possa non ispirare), ma non ne ha neppure proprio mai sentito parlare, mi ha saggiamente spiegato che la maggior parte della gente comincia a interessarsi a questo genere di viaggi solo più avanti con l’età. Quindi insomma praticamente mi hanno detto che faccio delle cose da vecchio lol, però vabbè, vorrà dire che farò sbarcare i pullman di Vacanziani in Giappone aprendo nuove rotte turistiche.
Nonostante prima di partire non avessi delle grandi aspettative su Fukuoka (o forse proprio per quello? lol), la città mi è piaciuta TAN-TIS-SI-MO. A parte le zone coperte dalle tre linee metropolitane (la blu, l’arancio e la verde, guarda e impara Sendai, cosa ne metti una verde acqua e una azzurrina che con quei colori si confondono) ci si affida molto agli autobus che OMG prendono anche le strade sopraelevate e le autostrade WHAAAAAAT IS THIS DA FUTURE??
È proprio su uno di questi che, dopo aver girato come un cretino per mezz’ora per il piazzale degli autobus di fronte alla stazione di Hakata cercando il piazzale F, per poi scoprire che il mio autobus partiva invece dal Terminal 1F, che ovviamente è un edificio completamente diverso, finalmente raggiungo la torre di Fukuoka, una discutibile struttura illuminata a tema Halloween dato il periodo, che però si trova proprio vicino al mare, con tanto di spiaggia urbana annessa lungo la quale è piacevolissimo anche solo passeggiare sentendo il rumore delle onde nell’oscurità (da quanto dicono i due tizi alla reception del mio ostello, in teoria si può fare il bagno ma nei fatti non lo fa quasi nessuno, come tutte le cose che in Giappone non è detto che si possano fare solo perché non sono proibite lol).
Non so per quale strano motivo ma questa zona per qualche istante mi riporta con la mente a Shanghai, che pure non c’entra proprio nulla dato che Pudong è decisamente diversa da questo panorama da finis terræ. Saranno gli hotel kitschissimi costruiti lungo la costa, non so lol
Arthur Dent: “Andiamocene via!”
Trillian: “Volentieri. Hai un posto in mente?”
Ford Perfect: “Io conoscerei un ristorante al termine dell'universo…”
Nei pressi della torre si trova anche una strada dedicata a Sazae-san, protagonista di un celebre manga giapponese entrato nel Guinness dei primati come serie a fumetti più longeva di sempre, ambientata proprio nel Kyūshū.
Non conosco quasi nulla di queste strisce se non che ne fu tratta una serie animata che andava in onda la domenica nel tardo pomeriggio, quindi prima dell’inizio di una nuova settimana lavorativa, motivo per cui è nata l’espressione Sazae-san-shōkōgun (サザエさん症候群, ‘sindrome di Sazae-san’), che corrisponde a quello che il mio amato Douglas Adams esprime benissimo nel suo “La vita, l’universo e tutto quanto” descrivendo il dramma di Wowbagger l’Eterno Prolungato, una creatura immortale:
“Chiudendo gli occhi in un’espressione di tedio e stanchezza, Wowbagger pensò che avrebbe potuto anche farcela a gestirsi la sua immortalità, se non fosse stato per le domeniche pomeriggio. All’inizio era stato divertente, se l’era spassata moltissimo, aveva vissuto pericolosamente, corso rischi, guadagnato un mucchio di soldi con investimenti a lungo termine e alto rendimento, e in genere goduto del fatto di vivere infinitamente più a lungo di tutti gli altri comuni mortali. Alla fine però si era accorto di non poter proprio reggere le domeniche pomeriggio e quel terribile senso di svogliatezza che comincia a instaurarsi verso le quindici, quando ci si rende conto di avere fatto tutti i bagni e le docce che era possibile fare, di avere fissato con aria vacua tutti gli articoli di giornale che era possibile fissare (evitando accuratamente di leggere tutti i loro contenuti), di non potere impedire alle lancette dell’orologio di avvicinarsi inesorabilmente alle sedici, a quel momento fatidico che segna l’inizio della lunga, tetra ora del tè dell’anima.”
A un tiro di schioppo dall’ostello in cui soggiornavo si trova invece il Sumiyoshi-jinja, santuario dedicato alle divinità protettrici dei naviganti e della poesia. Sebbene ne esistano molti altri con lo stesso nome sparsi per il Giappone, si ritiene che quello di Fukuoka sia stato il primo ad essere fondato, ed è uno dei tre più importanti insieme al Sumiyoshi-taisha di Ōsaka e a quello di Shimonoseki.
Curiosamente, anche il Sumiyoshi-jinja ospita una triade di divinità legate alla navigazione, i cosiddetti ‘Sumiyoshi-sanjin’ (住吉三神, ‘tre dei di Sumiyoshi’). Nati dalle abluzioni con cui Izanagi, il progenitore di tutti gli dei scintoisti, si purificò dopo essere tornato dall’oltretomba (dalle quali nacque anche Amaterasu, quindi direi che le due triadi hanno un rapporto di cuginanza? lol), questi tre dei hanno dei nomi che fanno sfigurare le tre sorelle Munakata: Sokotsutsu-no-O-no-Mikoto, divinità dei fondali nata dalle abluzioni nell’acqua profonda; Nakatsutsu-no-O-no-Mikoto, dio del mare interno e figlio delle abluzioni condotte tra gli abissi e la superficie; e Uwatsutsu-no-O-no-Mikoto, divinità della superficie marina, frutto delle abluzioni sul pelo dell’acqua. A legarli alla navigazione non è solo la loro origine marina ma anche il fatto che sarebbero la deificazione delle tre stelle che compongono la cintura di Orione, costellazione usata dai naviganti per orientarsi.
All’interno del santuario si erge una bizzarra statua dedicata al dio del sumō, sport nazionale del Giappone sviluppatosi in origine nel VI secolo in stretta correlazione con i riti scintoisti. A colpirmi è stato il pannello esplicativo che in giapponese riportava una spiegazione abbastanza neutra, mentre in inglese puntava su termini come ‘antichità’ e ‘tradizione’ per tagliare corto, cosa che mi ha fatto tornare in mente un articolo di Stephen Vlastos sulle ‘tradizioni inventate’ letto ai tempi dell’università in cui si raccontava di come oggigiorno la performance nel rango più alto del sumo, detto yokozuna, abbia poco a che vedere con l’istituzione arcaica, poiché nuove regole sono state aggiunte e buona parte del rituale è nuova, anche se mascherata di elementi tradizionali (il tetto in stile scintoista sospeso sul ring, il costume degli sfidanti). Nonostante quindi in meno di un secolo gli aspetti sostanziali dello yokozuna siano stati trasformati, la cerimonia di entrata nel ring fornisce agli spettatori uno spettacolo sensoriale convincente circa la continuità con un antico passato, a dispetto del suo scarso lascito culturale.
Le linee delle mani formano sui palmi protesi il carattere 力 (chikara, ‘forza’).
Piccola digressione non necessaria: la strada lungo cui si trova il Sumiyoshi-jinja puzzava da morire a causa degli alberi di ginkgo, e mi ha riportato immediatamente con la mente alla stradina che conduce alla chiesa di Altavilla, flagellata in autunno dallo stesso olezzo. Tra l’altro, il ginkgo è uno dei più begli esempi di fraintendimenti interlinguistici, perché il suo nome deriva dalla trascrizione scorretta da parte del botanico tedesco Engelbert Kaempfer di ‘ginkyō’, lettura a sua volta errata dei caratteri che ne compongono il nome, 銀杏, che in effetti potrebbero leggersi ‘ginkyō’ o ‘ginkō’ se solo il giapponese avesse un senso, ma dal momento che non ce l’ha in verità si leggono invece ‘ichō’. Ah, inutile dire che se anche si leggessero davvero ‘ginkō’ la ‘g’ sarebbe dura e non dolce come invece è pronunciata in italiano. Per dirla con una citazione dal film islandese ‘Englar Alheimsins’, “c'è così tanto, nella nostra cultura, che è basato su malintesi…”.
Altra chicca di Fukuoka è sicuramente lo Ōhori-kōen, un parco bellissimo che deve il suo nome di ‘grande fossato’ (大濠, ōhori) al fatto che l’ampio bacino d’acqua al suo interno una volta faceva parte del sistema difensivo del vicino castello di Fukuoka, oggi perlopiù in rovina.
Costruito tra il 1926 e il 1929, lo Ōhori-kōen, con il suo camminamento che attraversa le acque del laghetto al suo interno, è modellato sull’esempio cinese del Lago dell’Ovest - spiegato il motivo per cui mi ricordava tantissimo Hangzhou! Passeggiarci in quell’ora d’oro che precede il tramonto con la colonna sonora di Jade Bird che canta “Lottery” dalle casse dello Starbucks in riva alle sue sponde rimarrà probabilmente uno dei miei ricordi più preziosi di questo viaggio.
Una cosa che mi ha colpito mentre sull’aereo osservavo i nomi delle città del Kyūshū comparire a intermittenza sulla mappetta proiettata sugli schermi è stata la quantità di toponimi che utilizzano i caratteri cinesi per il loro valore fonetico e non semantico. Vero che nei toponimi ‘Fukuoka’ o ‘Nagasaki’ sono utilizzati per il loro significato rispettivamente di ‘collina della ricchezza’ (福岡) e ‘lungo promontorio’ (長崎), ma ce ne sono tantissimi altri in cui se ne considera semplicemente la lettura senza troppo badare al significato (Kurume 久留米, Usa 宇佐, Saga 佐賀, Omuta 大牟田, Sasebo 佐世保, Aso 阿蘇, Tsukumi 津久見, Akune 阿久根 e molti molti altri). Questo testimonia l’antichità degli insediamenti umani nella zona, dato che i caratteri cinesi furono introdotti nel VI secolo dalla Cina tramite la Corea, a cui il Kyūshū è geograficamente molto vicino, e inizialmente utilizzati quasi alla stregua di sillabe semplicemente per il loro suono, prima che alla coeva corte di Kyōto venisse in mente di cominciare a fare i simpaticoni e inventarsi letture alla cazzo tipo Yamato 大和 che non ha il minimo senso, e ovviamente molto prima che la capitale fosse spostata a Tokyo nel XVII secolo, quando ormai coi caratteri ci si inventavano le peggio cose (tipo ‘Atago’ 愛宕, ‘Toneri’ 舎人 o ‘Shinonome’ 東雲… WTF?!).
Un toponimo in particolare però ha catturato la mia attenzione mentre visitavo Fukuoka: Gion 祇園, quartiere che porta lo stesso nome di una zona di Kyōto. Secondo una teoria, fu usato lo stesso nome perché il santuario principale di questa zona e probabilmente il più importante per Fukuoka, il Kushida-jinja, ospita Susanoo, a cui è dedicato anche lo Yasaka-jinja di Kyōto che si trova appunto nel quartiere di Gion.
Se durante la prima metà di luglio Kyōto festeggia il Gion Matsuri, festival in cui palanchini detti omikoshi お神輿 e carri addobbatissimi detti yamaboko 山鉾 sfilano per la città invocando la protezione divina sulla città, nello stesso periodo Fukuoka è animata dallo Hakata Gion Yamakasa Matsuri, in cui giganteschi omikoshi vengono portati da sette gruppi di uomini che si sfidano in una corsa attraverso la città, in un rituale dalla funzione a sua volta apotropaica e, suppongo, anche artropatica.
Poco distante, si trova anche un tempio che si dice essere stato fondato da Kūkai in persona nel IX secolo, il Tōchōji.
Questo tempio ospita la più grande scultura in legno di Buddha del Giappone, a cui tecnicamente non era permesso fare foto ma OPS, ai donto spiiku Japaniz.
Immagino che la velocità con cui la batteria del telefono ha cominciato a scaricarsi subito dopo sia stato il giusto castigo di Buddha. 🔋
Sotto la statua si snoda un corridoio che inizialmente mostra dei dipinti dei vari inferni buddhisti e poi conduce a un tunnel completamente buio dove si viene invitati a fare lo stesso giochetto presente nello Zenkōji di Nagano, e cioè a cercare di toccare la Chiave del Paradiso, una chiave di metallo appesa a una parete che se toccata garantirebbe la salvezza e l'accesso alla Terra Pura. Forte della mia precedente esperienza, questo giro ce l’ho fatta al primo colpo, mica come l’altra volta che mi è toccato rifare la galleria due volte 🙈
Poco distante dal quartiere di Gion si apre una zona che è la sua totale antitesi, e cioè Canal City, un mega centro commerciale su millemila piani, veri e propri gironi dove le anime dei poveri dannati che hanno commesso l’errore di entrarvi vagano disperati alla ricerca di negozi che non troveranno mai perché non ci si riesce ad orientare tra tutti gli esercizi commerciali di cui è imbottita la struttura.
In verità vi dico, per essere un tempio dedicato al consumismo (sarà per quello che è vicino a Gion? lol) non è neppure sgradevole con le fontane e tutto quanto, tutto sommato non mette neanche quella tristezza che ogni tanto i centri commerciali infondono.
Il girone dei sodomiti, immagino?
Se Gion mi aveva ricordato Kyōto, ancora di più l’ha fatto il Dazaifu Tenmangū. Esistono diversi Tenmangū in giro per il Giappone, tutti dedicati a Sugawara no Michizane, raffinato politico e letterato del periodo Heian che, inviso alla famiglia Fujiwara impostasi alla corte di Kyōto, fu mandato a governare Dazaifu, nel Kyūshū, che ancora più di adesso era praticamente un sottilissimo modo di mandarlo affanculo in esilio, senza contare che, come nel caso di Saitama, già dal nome suona sufficientemente dasai (ダサい, ‘da sfigati’). Fu qui che morì nel 903, e in seguito alla sua morte Kyōto fu sferzata da una serie di calamità naturali che vennero interpretate come la vendetta dello spirito di Michizane, per placare il quale venne appunto edificato il Kitano Tenmangū a Kyōto, che ne venera la forma deificata, Tenjin, divinità celeste protettrice delle lettere. Sul luogo in cui venne sepolta la salma di Michizane, invece, sorse il Dazaifu Tenmangū.
Non ero sicuro che sarei riuscito ad andare anche a Dazaifu perché è a 30-40 minuti da Fukuoka, o meglio proprio dalla stazione di Tenjin, ironicamente (pare che vi sia un altro tempio dedicato a Tenjin, il Suikyō Tenmangū, che avrebbe dato il nome all’area, quella dove tra l’altro si trovavano gli yatai di cui vi ho parlato precedentemente). Sono però molto contento di esserci riuscito perché il Dazaifu Tenmangū vale decisamente una visita.
Il santuario è preceduto da un laghetto chiamato Shinji-ike 心字池 per il fatto che la sua forma dovrebbe ricordare l’ideogramma 心 (‘cuore’, ‘mente’). Lo si attraversa camminando su una sequenza di tre ponti: il primo e l’ultimo sono ad arco (in giapponese vengono chiamati taikobashi 太鼓橋 perché la loro forma ricorda il diametro di un tamburo taiko), quello centrale è invece piatto. Ci sono diverse simbologie celate dietro i tre ponti: il fatto che due di essi siano ricurvi e dunque più accidentati starebbe a significare quanto sia complicato per gli esseri umani accedere alla sfera del divino; inoltre, ognuno dei tre è collegato a una dimensione temporale. Il primo è il ponte del passato, e va attraversato senza voltarsi indietro; il secondo è quello del presente e va oltrepassato senza fermarsi; l’ultimo è quello del futuro, e occorre fare attenzione a non inciamparvi se si vuole che i propri desideri vengano esauditi. Si dice inoltre che non porti bene attraversare i tre ponti nell’ordine inverso, motivo per cui al ritorno bisognerebbe fare un giro più lungo per evitare il laghetto. Io ovviamente penso di aver inavvertitamente contravvenuto a tutti questi dettami lol
Vi sono altre tre forti analogie tra il Dazaifu Tenmangū e il Kitano Tenmangū: le statue bronzee del bue, animale che avrebbe trainato il palanchino che custodiva la salma di Sugawara no Michizane dal punto in cui morì sino alla sua tomba, presenti in entrambi i santuari; il fatto che anche al Dazaifu Tenmangū si tenga un mercatino delle pulci, in questo caso però a mesi alterni e ovviamente non quando ero lì io lol, dal curioso nome di omoshiroichi おもしろ市, ‘mercatino interessante’; infine, la presenza dei pruni, alberi molto amati da Michizane, e in particolare a Dazaifu del ‘pruno volante’ (tobiume 飛梅) che avrebbe lasciato Kyōto per seguirlo nel luogo del suo esilio e radicarsi proprio davanti all’edificio principale del santuario. Questa leggenda è così amata che uno degli articoli più venduti della zona è l’umegaemochi 梅ヶ枝餅, un dolcetto di riso ripieno di fagioli rossi con l’immagine di un fiore di pruno impressa sulla superficie.
Subito dietro all’edificio principale del santuario si trova il Museo Storico di Kankō, dove per pochi yen si accede a una sala sotterranea che ospita una serie di diorami (che non solo non è una bestemmia, ma può anche essere, sebbene non esattamente in questo contesto, un sinonimo di panorama, EDOGAWA RANPO SII FIERO DI ME) che illustrano le tappe salienti della vita di Sugawara no Michizane.
“Mi è capitato in passato di sentire la storia del francese che si dice abbia inventato il panorama, e sembra che almeno in principio il suo intento fosse quello di creare un nuovo mondo. Esattamente come gli scrittori sulla carta o gli attori sul palcoscenico cercano di dare vita a nuove realtà, senza dubbio anch’egli avrà voluto tentare di creare una sconfinata seconda dimensione all’interno di un piccolo stabile servendosi di quel suo particolare espediente scientico.” [Edogawa Ranpo, ‘La strana storia dell’Isola Panorama’]
Non molto lontano dal Dazaifu Tenmangū si trova anche il Museo Nazionale del Kyūshū. La coppia incontrata allo yatai mi aveva fortemente consigliato di visitarlo, ma non ne ho avuto il tempo, e poi diciamocelo, mo’ anche basta con tutta questa cultura.
Il museo è stato realizzato dall’architetto giapponese Kiyonori Kikutake, che a me non dice nulla ma magari a qualcuno di voi sì lol, e vi si accede tramite delle comode scale mobili che passano attraverso un tunnel illuminato dai colori dell’arcobaleno, molto LGBTQ+-friendly.
Lungo la via che conduce al Dazaifu Tenmangū si trova anche uno Starbucks molto particolare perché realizzato in collaborazione con l’architetto Kuma Kengo. Ero venuto a conoscenza dell’esistenza di questo edificio proprio quando a febbraio avevamo avuto l’onore di avere il famoso architetto come oratore a uno dei nostri eventi della Camera, ed effettivamente posso confermare che l’utilizzo del legno per creare una struttura caratteristica del suo stile sia molto d’impatto, però Kuma-san, lasciatelo dire: se non metti le prese della corrente per ricaricare il cellulare mi togli il 50% delle ragioni per entrare da Starbucks (l’altro 50% è, manco a dirlo, la connessione Wi-Fi).
MA ADESSO BASTA PERDERE TEMPO A PARLARE DI FUKUOKA E VENIAMO FINALMENTE AI TRE SANTUARI DI MUNAKATA, il vero motivo per cui ho intrapreso il viaggio che mi ha portato in Kyūshū.
Come vi accennavo all’inizio del post, la sorella minore è venerata nella città di Munakata, quella di mezzo sull’isola di Ōshima e quella maggiore sull’isola di Okinoshima, che però non è accessibile e può solo essere osservata dall’estremità settentrionale di Ōshima. I tre punti geografici da raggiungere dunque erano Munakata e le due estremità sud e nord di Õshima, e devo ammettere che i mezzi per arrivarci ci sono e funzionano, ma non sono esattamente comodissimi e incastrarli ha richiesto una rigorosa organizzazione che mi ha tenuto impegnato tutto il weekend precedente alla partenza lol.
Il piano era di partire presto da Fukuoka la mattina del 7 ottobre, arrivare alla stazione di Tōgo da cui si prende un autobus per raggiungere Kōnominato (神湊, ‘il porto degli dei’ WoWoWoWWW), dal cui imbarcadero si sale su un traghetto che conduce a Ōshima. Da lì, dopo aver visitato il Nakatsugū, abbastanza vicino al porto dell’isola, un autobus mi avrebbe portato all’altro capo dell’isola, dove si trova lo Okitsugū-yōhaijo (沖津宮遥拝所, ‘il luogo da cui scrutare da lontano l’Okitsugū’), una specie di santuario che funge praticamente da premio di consolazione per tutti quelli che non possono raggiungere Okinoshima, cioè di base tutti lol, visto che ci può mettere piede solo il sacerdote scintoista che officia le funzioni sull’isola e un numero limitatissimo di visitatori che non so esattamente cosa debbano fare per accedere a un simile privilegio. Finita la visita, sarei tornato indietro con il traghetto e avrei preso un altro autobus fino allo Hetsugū, per poi tornare a Tōgo e di lì di nuovo a Fukuoka.
Naturalmente, chiunque abbia stabilito gli orari dei traghetti e degli autobus lo ha fatto in modo che si incastrassero, però rispettare i tempi e tenere sempre d’occhio l’ora in modo da non sgarrare rispetto alla scaletta è stato abbastanza cardiopatico, dato che se mi fosse saltato anche un solo aggancio non sarei riuscito a fare tutto quello che mi ero prefisso. Curioso davvero, poi, che durante questa vacanza mi fossi portato dietro il romanzo “Tokyo Express” (controverso titolo con cui è stato ripubblicato “Ten to Sen”, letteralmente “Punti e linee”, già precedentemente tradotto con l’altrettanto discutibile “La morte è in orario”) di Matsumoto Seichō, il ‘Simenon giapponese’, che non solo non avevo mai letto ma che non sapevo fosse del Kyūshū, dove infatti buona parte del libro è ambientato. Dico ‘curioso’ perché non lo sapevo ma la trama di questo giallo è tutta giocata sull’incastro precisissimo degli orari dei treni, dei traghetti e degli aerei, in perfetta sintonia con il programmino della vacanza che avevo stilato lol (comunque, titolo ignorante a parte, ve lo consiglio tantissimo, è molto avvincente e mi ha letteralmente tenuto incollato alle pagine sino alla fine, era da un po’ che non finivo di leggere un libro così in fretta).
Così, la mattina del 7 ottobre, alle 7:46 del mattino alla stazione di Hakata salgo su un treno diretto verso Tōgo, accompagnato dal suddetto “Tokyo Express” e dalla mia droga più recente, risultato della mia malattia che mi spinge a comprare qualsiasi prodotto in edizione limitata i convenience store propinino a noi povere vittime del marketing stagionale, in questo caso il caramel pumpkin latte, da vera Scream Queen.
Tōgo mi dà subito l’impressione di essere un luogo che non ha altro senso se non quello di essere una stazione di cambio e un punto di partenza per il pellegrinaggio verso Munakata, tanto che un loop bus continua ad andare avanti e indietro per recuperare la gente alla fermata e portarla verso lo Hetsugū, che io però vedrò più tardi, di ritorno da Ōshima. In compenso il mio autobus, quello che dovrebbe condurre al porto, non si vede da nessuna parte e quando comincia ad essere in ritardo di tre minuti inizio a imparanoiarmi, tanto che monto con arroganza sul loop bus che palesemente fa un altro percorso e chiedo alla povera autista che a momenti mi spruzzava lo spray al peperoncino negli occhi se sto aspettando nel posto giusto, ottenendo delle (beh, doverose lol) scuse per l’attesa e la promessa che tra non molto arriverà anche il mio autobus. Quando finalmente, con cinque imperdonabili minuti di ritardo, finalmente compare, sono felice di lasciarmi Tōgo alle spalle dato che ho da poco notato che quella che pensavo essere una buca delle lettere insolitamente bianca invece che rossa è in realtà un contenitore dove inserire i libri che si vorrebbe mettere all’indice perché traviano le menti dei giovani.
Kyūshū, adesso sì che ti riconosco con questa vergine di ferro per libri che dà subito quel tocco di Medioevo e arretratezza.
Dopo la corsa in autobus e la traversata in traghetto, finalmente metto piede su Ōshima, e a pochi passi dall’imbarcadero, ecco che raggiungo il Nakatsugū, dove è venerata Piper Halliwell Takitsuhime-no-Kami, la sorella di mezzo che ha il potere di fermare il tempo controlla la marea violenta.
Il corpo principale del santuario (dove quel giorno era in servizio un sacerdote scintoista che quando ha saputo che ero italiano ci ha tenuto a farmi sapere che era stato in Italia in viaggio di nozze causandomi un attimo di sgomento perché mi ero dimenticato che nello scintoismo non c’è l’obbligo di celibato ecclesiastico) si trova in cima a una scalinata, che quel giorno veniva spazzata da una vecchina che ha photobombato alla grande uno dei miei rarissimi tentativi di selfie facendomi immediatamente desistere.
Sul lato sinistro rispetto al corpo principale del santuario si apre un boschetto dove si trova l’Ama-no-Manai, il pozzo dal quale Amaterasu avrebbe attinto l’acqua usata per risciacquare i pezzi della spada del fratello da cui sarebbero poi state generate le tre dee di Munakata.
Per raggiungerlo ho dovuto schivare tante di quelle ragnatele piene di ragni grossi come albicocche che ragno violino levate proprio, ma qualcuno mi spiega perché in questo paese gli insetti sono grandi il triplo che in Italia?
Ai lati del santuario, invece, se ne aprono due di più piccoli dedicati a Hikoboshi il mandriano e Orihime la tessitrice, personificazione delle stelle Altair e Vega che, secondo Bakemonogatari il folklore giapponese, erano alacri lavoratori fino a quando non si innamorano e iniziano a trascurare il loro dovere. Tenuti separati in modo da non disattendere ai propri compiti, possono finalmente incontrarsi una volta all’anno il 7 di luglio durante la notte di Tanabata. Una bella metafora di che priorità i giapponesi pensano abbiano le relazioni rispetto al lavoro.
Ammetto di aver girato un po’ prima di capire dov’era il santuario di Orihime, perché è infrattato nella boscaglia sulla sinistra appena varcato il torii del Nakatsugū, ed è preceduto da un fiumiciattolo che rappresenterebbe la Via Lattea, che divide le due stelle amanti, nelle cui acque teoricamente si troverebbero dei vetrini colorati che gli abitanti dell’isola ripuliscono e vendono spacciandole per residui di stelle (oookayyy..?). Di lì ci si arrampica tramite una catena piazzata alla bell’e meglio su una piccola salita in cima alla quale si trova il piccolo santuarietto.
Il santuario di Hikoboshi, posto specularmente rispetto a quello di Orihime in modo che i due amanti possano guardarsi (awwww), è preceduto da una zona sacra a Ebisu, uno dei sette dei della fortuna e protettore dei pescatori, la cui figura si confonde con quella di Hiruko, il ‘figlio mignatta’ della coppia cosmogonica Izanami e Izanagi, nato deforme perché nel rituale di accoppiamento fu la donna a parlare prima dell’uomo. Secondo alcune versioni del folklore giapponese, infatti, questa specie di sanguisuga, abbandonata in mare dai genitori, crebbe fino a diventare una divinità in piena regola con il nome di Ebisu.
Prendendo poi un autobus di cui ero l’unico passeggero - l’autista, obbligato per contratto a illustrare in un giapponese formalissimo tutti i luoghi in cui passavamo, si stava palesemente chiedendo chi glielo faceva fare, gliel’ho proprio letto negli occhi riflessi sullo specchietto retrovisore che non ci credeva che capissi quello che diceva… mi domando, ma se non ci fossi stato neppure io avrebbe comunque ripetuto tutta quella pappardella tra sé e sé? - arrivo al suggestivo Okitsugū-yōhaijo, arroccato sul pendio di una scogliera che digrada verso il mare.
È proprio da qui che, tendendo lo sguardo, nelle giornate serene è possibile avvistare la lontana Okinoshima. Purtroppo nonostante il tempo fosse abbastanza favorevole quel giorno c’era un po’ di foschia, ma se ne intuiva comunque la forma (ma 50 chilometri all’orizzonte sono così tanti? stupidamente pensavo che sarebbe apparsa UN FILINO PIÙ vicina).
“[…] una piccola isola del diametro di meno di due ri, che emerge dalle acque come un manjū verde rovesciato, separata da tutte le altre. Oramai è considerata praticamente un’isola deserta, e fatta eccezione per qualche pescatore della zona che di quando in quando vi approda spinto da un capriccio, non se ne cura quasi nessuno. Oltretutto, isolata dal mare burrascoso della punta di un promontorio, salvo in casi di estrema bonaccia è pericoloso per i piccoli pescherecci avvicinarvisi, e d’altra parte non è nemmeno un posto per il quale valga la pena correre dei rischi. La gente del luogo la chiama comunemente Okinoshima, ‘l’isola al largo’ […]” [Edogawa Ranpo, ‘La strana storia dell’Isola Panorama’]
Su Okinoshima si troverebbe l’Okitsugū, dove è venerata Prue Halliwell Tagorihime-no-Kami, sorella maggiore telecinetica collegata alla nebbia marina, proprio quella che nascondeva l’isola alla vista lol. Tra l’altro quanto calza a pennello che l’isola più romita e inaccessibile sia quella dedicata alla sorella maggiore, dal momento che Prue Halliwell alla fine della terza stagione muore (ma devo mettere uno SPOILER ALERT per una serie TV andata in onda nel 2001 o possiamo considerare il pericolo archiviato?) e ci diventa quindi irraggiungibile?
Quanti traumi mi ha lasciato questa scena, QUANTI. Ci piango ancora la notte ogni tanto.
Come buona parte dell’esperienza religiosa giapponese (ma non solo a pensarci bene), l’aspetto più affascinante è proprio questo effetto ‘vedo/non vedo’ lol, cioè il fatto che l’isola sia effettivamente visibile, quindi se ne possa constatare l’esistenza, ma che sia inaccessibile. In questo senso di ‘inavvicinabilità’ c’è tutto lo spazio necessario alla fede, così come nel caso delle tre leggendarie insegne imperiali (lo specchio di Amaterasu, la spada di Susanō e il gioiello ricurvo), che si dice siano custodite rispettivamente nel santuario di Ise, in quello di Atsuta e nel Palazzo Imperiale (i primi due tranquillamente visitabili da chiunque), ma che non vengono mostrati al pubblico. Ritrovarmi su un promontorio di un’isoletta del Kyūshū a chilometri da qualsiasi luogo abbia mai potuto chiamare ‘casa’ a scrutare l’orizzonte per cercare di individuare Okinoshima è stato senz’altro il momento più mistico di questa sorta di ‘viaggio spirituale’, e quando l’ho finalmente avvistata mi sono sentito come catapultato nel romanzo di Edogawa Ranpo.
A dire la verità, l’isola che è servita da ispirazione per il racconto di Edogawa è l’Isola delle Perle di Mikimoto, nella prefettura di Mie (di cui vi parlerò più avanti in questo post chilometrico che giustamente nessuno leggerà lol), ma si può ragionevolmente supporre che Okinoshima abbia avuto la sua influenza non solo perché porta lo stesso nome, ma anche perché la descrizione nel romanzo sembra corrispondere molto più a quest’ultima che non all’Isola delle Perle di Mikimoto, che anzi è vicinissima alla costa e non ne è affatto separata da un mare burrascoso.
Terminata la mia esplorazione di Ōshima torno sui miei passi e, riapprodato sull’isola principale, giungo all’ultima tappa del mio pellegrinaggio: lo Hetsugū, dedicato a Phoebe Halliwell Ichikishimahime-no-Kami, la sorella con le premonizioni minore.
Lo Hetsugū, con la sua entrata trionfale e la sua foresta, mi ha ricordato il santuario di Ise, dove in effetti è venerata la madre delle tre sorelle, Amaterasu. Una cosa che mi lascia sempre divertito è come nella spiritualità nipponica non sia raro che, se per esempio un pellegrinaggio è spalmato su un percorso molto lungo, venga riprodotto in scala minore su un territorio più facilmente accessibile, in modo che i fedeli possano completarlo più agevolmente. Onestamente mi sembra una paraculata incredibile, una trovata di una pigrizia tale che mi stupisco che se la siano inventata i giapponesi e non gli italiani lol, e ho potuto osservarla messa in pratica proprio allo Hetsugū: poiché il Nakatsugū e ancora di più l’Okitsugū non sono comodissimi da raggiungere, nella foresta che circonda il santuario principale ne sono stati edificati due più piccoli che vengono chiamati Teinigū (第二宮, ‘il secondo santuario’) e Teisangū (第三宮, ‘il terzo santuario’), sostitutivi rispettivamente dell’Okitsugū e del Nakatsugū.
Diciamo che un po’ mi ha fatto incazzare vedere che tecnicamente farsi un giretto per lo Hetsugū e fermarsi davanti agli adiacenti due santuari è karmicamente equiparato alla sbatta che mi sono fatto io tra traghetti e autobus, ma d’altra parte il Teinigū e il Teisangū non sono neanche lontanamente paragonabili al Nakatsugū e all’Okitsugū(-yōhaijo) per suggestività e architettura, quindi nessunissimo rimpianto.
Immersa nella foresta dello Hetsugū si trova anche una collinetta che è considerata il luogo più sacro del santuario, il Takamiya-saijo, dove cresce un albero su cui scenderebbero le tre divinità durante le cerimonie rituali, in uno scenario da The Blair Witch Project.
“In October of 2018, an Italian tourist disappeared in the woods near Munakata, Kyūshū while taking pictures for his blog…” [semicit.]
E a proposito di alberi, ce n’era uno che cresceva nello spiazzo antestante l’entrata del santuario che produceva dei frutti trilobati mai visti che però mi sono sembrati molto appropriati per il luogo visto che mi ricordavano la triquetra, simbolo appunto del Potere del Trio lol
Uscendo, tra l’altro, mi sono accorto che il fiumiciattolo che delimitava il perimetro sacro pullulava di granchietti (蟹 kani), che per carità erano anche carini ma io ero venuto qui per i kami (神 ‘divinità’), quindi insomma, mi sa che ho preso un granchiOKAY la smetto lol.
Voi ridete (o forse no giustamente lol), ma io è ancora così che lo fraintendo il giapponese.
Per una fortunata coincidenza astrale, tre settimane dopo il mio viaggio spirituale ai santuari di Munakata, neanche il tempo che mi guarissero le vesciche per tutto quello che avevo camminato lol, un evento della Camera mi ha riportato in Kansai, e avendo a disposizione il weekend ne ho approfittato per visitare anche l’Isola delle Perle di Mikimoto di cui vi accennavo.
“Persino tra gli stessi abitanti della prefettura di M., probabilmente sono in molti a non essersene mai accorti. All’estremità meridionale del distretto di S., proprio dove la baia di I. si affaccia sull’Oceano Pacifico, si trova una piccola isola del diametro di meno di due ri, che emerge dalle acque come un manjū verde rovesciato […]” [Edogawa Ranpo, ‘La strana storia dell’Isola Panorama’]
Quest’isoletta, precedentemente nota come Ojima, si trova dirimpetto alla costa di Toba, nella prefettura di Mie, a cui sin dal 1970 è collegata da un ponte sopraelevato. Fu proprio qui che nel 1893 Mikimoto Kōkichi, un imprenditore locale figlio di ristoratori, riuscì a realizzare la prima coltivazione di ostriche perlifere al mondo, diventando ben presto uno dei più facoltosi uomini d’affari della zona. Si dice che la sua passione per le perle fosse dovuta al fascino che su di lui esercitava la figura delle ama (海女), le pescatrici subacquee che tradizionalmente s’immergono nel mare del Giappone alla ricerca di prodotti del mare (in particolare l’abalone), note anche al pubblico italiano tramite il reportage fotografico di Fosco Maraini realizzato nel 1954. Pare tra l’altro che mentre in origine le ama si tuffavano coperte soltanto di un perizoma, fu proprio Mikimoto a inventare la muta bianca che indossano ancora oggi nel momento in cui decise di coinvolgerle nel suo progetto. Edogawa Ranpo ebbe modo di assorbire tutte queste suggestioni per creare il suo romanzo “La strana storia dell’Isola Panorama” quando tra il 1918 e il 1919 faceva il contabile presso un cantiere navale proprio a Toba, dalla cui finestra si poteva facilmente vedere l’isola di Ojima, tant’è vero che il protagonista che arricchitosi riesce a realizzare il proprio paradiso terrestre su un’isola ricorda molto la figura di Mikimoto Kōkichi e le sommozzatrici-sirene che ingaggia nel romanzo sono un chiaro riferimento alle ama.
「伊勢の海の あまの島津が 鰒玉とりて 後もか 恋のしげけむ」
“Ise no umi no / ama no shimatsu ga / awabitama / torite nochi mo ka / koi no shigekemu” (Man’yōshū 7: 1325)
“La pescatrice isolana del mar di Ise raccoglie le perle dell’abalone. Se anch’io potessi aver la mia, pur dopo averla colta l’amerei”
La figura delle ama è rintracciabile persino nella più antica raccolta di poesie giapponesi giunta sino a noi, il Man’yōshū, compilata intorno alla seconda metà dell’VIII secolo e contenente componimenti che risalgono addirittura alla seconda metà del V, ma è pur vero che a meno che non sia usata la grafia 海女 (i cui caratteri significano inequivocabilmente “donna del mare”), risulta spesso difficile asserire con certezza se i poemi trattino proprio delle pescatrici dato che lo stesso termine scritto con i sinogrammi 海人 o nell’alfabeto sillabico あま fa riferimento ad una persona che si occupa di pesca in senso lato, e quindi potrebbe essere tradotto anche come ‘pescatore’ (che aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso, NANANANANANANANA NANANANANANANANAAA). Di indubbio c’è invece il fascino di queste donne e dell’isobue (磯笛, ‘il fischio della spiaggia’ o 海の嘆き umi no nageki, ‘il lamento del mare’), l’acuto fischio tipico che emettono risalendo dopo l’apnea per riequilibrare la respirazione e decomprimere i polmoni inducendo un’iperventilazione. Metafora del duro mestiere delle pescatrici, questo suono è stato incluso tra i 100 più rappresentativi del Giappone e dovrebbe ispirare in chi lo ascolta un sentimento di malinconia, pari solo a quello che effettivamente si prova quando si pensa che oramai queste donne sopravvivono solamente come attrazione per i turisti, e per quanto sia stato emozionante vederle all’opera nel mare dell’Isola delle Perle di Mikimoto, in effetti devo ammettere che non mi sono sentito completamente a mio agio nel far parte del gruppo di curiosi che scattavano loro foto mentre si tuffavano dalla barchetta che le trasportava per raccogliere abaloni preventivamente gettati lungo la costa a uso e consumo dei visitatori.
L’isola ospita anche un museo dove è sintetizzata la storia delle perle in Asia e dove sono esposti molteplici manufatti realizzati con esse. Sin dal periodo Nara (710-794) si riteneva che fossero uno dei sette tesori del Buddhismo, materiali preziosi che rappresentavano un valore spirituale dell’essere umano, nel caso delle perle l’altruismo. Vi sono versioni discordanti su quali sarebbero gli altri sei ma in linea generale possiamo annoverare l’oro (tesoro della convinzione), l’argento (tesoro della virtù), il lapislazzuli (tesoro della coscienza), l’agata (tesoro dell’ascolto), il corallo (tesoro della generosità) e l’ambra (tesoro della saggezza). Nel periodo Heian (794-1185), il territorio di Shima doveva versare un tributo in perle alla corte imperiale, mentre nel periodo Edo (1603-1868) se ne faceva un uso principalmente medicinale (e i no-vax muti).
Vicino al museo c’è anche uno shop dove palesemente si vedeva che ero entrato per sport visto che non potevo permettermi nulla di quello che vendevano, fino a quando scherzando con l’amico giapponese che aveva accompagnato me e la mia capa sull’isola non ho detto che nel caso ci fosse stato in vendita un rosario buddhista con una perla ci avrei fatto un pensiero e mi sono sentito rispondere: “Ma guarda che li vendono, eccolì là”. A parte il fatto che non so se mi abbia sentito qualcuno del marketing e si sia precipitato a crearne uno all’occorrenza perché il tempismo è stato sconvolgente, però visto che non costava neppure tanto (probabilmente la perla era di plastica lol) non ho potuto tirarmi indietro e ho aggiunto il terzo rosario al polso.
Poco distante si trova anche un memoriale dedicato al fondatore dell’isola, Mikimoto Kōkichi. Oltre ad una lunga serie di pannelli che illustrano la sua vita e raccontano la sua storia di imprenditore di successo, è presente anche una ricostruzione del ristorante di udon “Awako” gestito dalla sua famiglia. La figura di questo ricchissimo uomo d’affari, signore dell’isola che prenderà il suo nome, non può non aver ispirato Edogawa Ranpo nella creazione del protagonista de “La strana storia dell’Isola Panorama”. Curioso e molto suggestivo, tra l’altro, che prima di avere successo con le sue perle coltivate Mikimoto veda più volte i suoi molluschi da un’invasione di alghe altrimenti detta “marea rossa", lo stesso colore che domina la scena conclusiva del romanzo in cui allo stesso modo il protagonista perde tutto.
Toba non sembra aver dimenticato il passaggio di Edogawa Ranpo: tra le sue casette di legno dall’aria vissuta e i vicoletti che si snodano lasciandosi il mare alle spalle, ospita infatti un piccolo museo dedicato allo scrittore di mystery e noir nipponico.
Precedentemente dimora di Iwata Jun’ichi, storico, scrittore e illustratore locale che collaborò con Edogawa e divise con lui proprio quella abitazione per un certo periodo, espone diversi oggetti collegati al maestro giapponese del mistero cercando di ricreare l’atmosfera dei suoi racconti, e per quanto non sia forse eccessivamente istruttiva mi sento di consigliarne la visita per tentare di captare l’aura di Edogawa che, chissà, magari come i protagonisti di altre sue opere vi spia dalla soffitta o nascosto dentro a una poltrona…
Shout-out per il corvo trashissimo sulla spalla del maggiordomo che gracchiava “Nevermore! Nevermore!” con una vocetta metallica preregistrata.
A sinistra, la moneta di rame da due sen che dà il titolo al primo racconto di successo di Edogawa. A destra, è il gatto ad essere inquietato dal vicentino.
Non sono sicuro di riuscire a trasmettere a parole in questo post l’emozione di metaletterarietà che ho provato aggirandomi per le isole del Kyūshū e di Mie, rincorrendo Edogawa Ranpo sulle tracce del suo romanzo. È stato grazie a lui che ho scoperto dell’esistenza di Okinoshima e dell’Isola delle Perle di Mikimoto, e riuscire a visitarle dopo averne lungamente letto e studiato per parlarne nell’introduzione de “La strana storia dell’Isola Panorama” mi ha fatto sentire quasi catapultato tra le pagine del suo racconto, o forse è più vero il contrario, e cioè che mi è parso che la sua opera prendesse vita, proprio come in una specie di diorama che è imitazione talmente ben riuscita del reale che lascia meravigliati nella sua illusorietà.
Oltre a questo, gli devo però anche la prima pubblicazione di una mia traduzione. Ricordo ancora l’emozione provata la prima volta che, appena immatricolato a Ca’ Foscari nel lontano 2010, sono entrato in Ca’ Foscarina e ho visto tutti i libri delle edizioni Mille Gru, dedicate alla letteratura giapponese, che fino ad allora avevo solo sporadicamente trovato in qualche libreria della mia città, riempire interi scaffali uno accostato all’altro. Ricordo il biglietto da visita farlocco preparato per il corso di trattativa commerciale con il quale finsi giusto il tempo dell’esame di lavorare come traduttore per Marsilio, e già quella finzione mi parve irrispettosa lol. La retorica dei sogni che si avverano è stucchevole, mi rendo conto, ma ho iniziato a studiare giapponese perché un giorno mi sarebbe piaciuto diventare un traduttore e contribuire ad ampliare l’offerta di opere di quegli autori che tanto mi avevano affascinato e che avrei fortemente voluto che più persone potessero leggere, e sebbene io non abbia di certo scoperto la cura per il cancro ma semplicemente tradotto un romanzo, sono estremamente felice di questo piccolo passo che si muove nella direzione che avrei sempre voluto intraprendere.
“Where’s Ranpo?”
© Courtesy of C.S., grazie infinite stella, con questa foto mi hai fatto un regalo gigantesco (T ^ T)
“La strana storia dell’Isola Panorama” arriva dopo un anno e qualche mese di ore rubate al sonno ogni giorno dopo 9 ore di ufficio (visto che purtroppo la traduzione letteraria non può essere il lavoro che mi paga l’affitto, nonostante sia esattamente quello che vorrei fare ‘da grande’), di piatti non lavati e camicie non stirate per guadagnare tempo, di piccole rinunce nel weekend o durante le vacanze, e dopo quasi un altro anno di labor limae con l’editore per presentarlo al meglio. Ci ho lavorato a Tokyo, a Izu Ōshima, in Italia, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. È stata un po’ una sfida all’inizio cercare di entrare nello stile di Edogawa Ranpo che, come un mandala, si dipana intorno a quello che effettivamente vuole dire in cerchi concentrici che vanno restringendosi fino a cogliere il punto, ma perdersi nelle sue frasi cercando di ricondurle alla mia lingua madre è stata un’esperienza incredibile. Prima di questo avevo già tradotto un altro romanzo di un altro autore, ma il progetto era naufragato perché sfortunatamente i diritti erano già stati acquistati, tra l’altro probabilmente non troppo prima che io lo avessi terminato, e per tutto il tempo che ho impiegato a tradurre “La strana storia dell’Isola Panorama” ho avuto l’ansia che chissà, magari qualcun altro ci stesse lavorando e potesse pubblicarlo prima che io riuscissi a finirlo, per cui quando l’ho visto annunciato ufficialmente ho tirato un enorme sospiro di sollievo.
L’altra cosa che però mi ha profondamente commosso e colpito è stato ricevere le foto del libro dalle persone più disparate, magari dall’altra parte del globo, magari che non sentivo più da un sacco di tempo e che, anche non essendo necessariamente fanatici della letteratura giapponese, hanno deciso di fidarsi e di dare il loro sostegno a questo romanzo. Un po’ come quando ho iniziato il blog, ho avuto modo di risentire persone provenienti dalle più svariate fasi della mia vita, e mi sono sentito pieno di gratitudine per tutto il supporto ricevuto, semplicemente. Quello che era solo un documento di Word sul mio computer portatile ormai vecchissimo adesso è un volumetto di 192 pagine che vedo girare su internet, su Twitter, su Instagram, maneggiato da persone che a volte non conosco ma che sono entusiaste perché fan di Edogawa Ranpo, o perché contano di usare questo libro per i loro progetti di tesi, o perché avevano letto il manga che finora era l’unico adattamento tradotto in italiano di questo racconto e vogliono leggere l’opera originale. Se l’avete già letto o vorrete leggerlo, sarò davvero felice di sentire il vostro parere, perché dopo averci lavorato così a lungo e con tutta la dedizione di cui sono stato capace mi interessa molto il riscontro dei lettori. Vi lascio qui sotto alcuni link utili e magari anche qualche recensione che ho trovato nel Web, in una lista che cercherò di tenere aggiornata se ne troverò altre più avanti. Nel frattempo, un grazie immenso a tutti quelli che l’hanno letto, che l’hanno comprato, che l’hanno aspettato, che hanno supportato il progetto, che hanno creduto che un giorno sarebbe finalmente arrivato in libreria, che mi hanno incoraggiato e spronato anche quando le pagine ancora da tradurre non sembravano diminuire.
Sento che vorrei dire molto altro, ma semplicemente, grazie 💙
Easter egg per chi è arrivato a leggere fino a qui: per l’immagine di copertina, ho scelto un’opera di Kawase Hasui, un esponente dello shin-hanga (新版画, che potremmo definire le stampe ukiyoe moderne), “Futago Islands of Matsushima”. Matsushima, con le sue isolette disseminate di pini, è uno dei tre paesaggi più suggestivi del Giappone, ma in particolare le due ritratte in questa illustrazione vengono chiamate ‘le isole gemelle’, ed essendo l’intera vicenda giocata su uno scambio di identità tra due sosia, ho pensato che potesse essere adatta…
La strana storia dell'Isola Panorama - Marsilio Editori
Scheda libro nel catalogo Marsilio Sonzogno
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