Non può essere un caso!
L’ombra degli edifici vicini proiettata sul muro la mattina presto, magari fu notata da Keith Haring durante la realizzazione a Pisa nel 1989 del murale Tuttomondo….
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Non può essere un caso!
L’ombra degli edifici vicini proiettata sul muro la mattina presto, magari fu notata da Keith Haring durante la realizzazione a Pisa nel 1989 del murale Tuttomondo….
Un muro, due lati
Non ricordo da dove venissi, cosa nel sogno avessi fatto prima.
Ricordo questo muro davanti a me. Non altissimo, diciamo due o tre metri. In qualche modo scalabile. Ci provo, cerco appigli, piccole sporgenze, ruvidità.
Con uno sforzo ragionevole riesco a salire e quando metto la prima mano in cima al muro, sento un senso di appagamento: ce l’ho fatta!
Mi sporgo con la testa e vedo un panorama vasto, bellissimo, fatto di colline direi toscane. Campi verdi, sinuosi. Paesi. All’orizzonte il mare prospero d’isole.
Ma, brutta sorpresa, dall’altro lato il muro non è alto due o tre metri, ma centinaia, forse migliaia di metri. Non si vede la sua base tanto è laggiù.
Uno sforzo vano, utile solo a vedere ciò che “avrebbe potuto essere e non è stato”.
Conviene arrampicarsi sui muri, anche solo per soddisfare la curiosità di vedere cosa c’è oltre?
"Ascoltami, c'è voluto mezzo secolo di vento per mettere insieme quello che ti sto dicendo."
Franco Arminio
Labbra sfiorate
Chi fosse non lo so. Diciamo che lo sospetto, ma non ne ho certezza. So solo che stavamo parlando di non so cosa. Parole su parole su parole. Parole mescolate, senza alcun senso apparente. Nel parlare le nostre facce si avvicinano. Ci ascoltiamo e parliamo insieme, accatastando parole l’una sull’altra. I nostri occhi guardano altrove. I miei, almeno. Lo sguardo vaga, come se cercassi le parole nello spazio attorno a me. E come le luci di due fari su isole vicine, quell’asincronia piano piano si acquieta e diventa sincronia. Gli sguardi si incrociano per un istante. Un millesimo di secondo nel quale anche le nostre labbra si sfiorano, nell’unico attimo di silenzio. Labbra tenere, da tenere per sempre a mente.
Ovviamente mi sono svegliato proprio in quel momento, incerto sul dopo di quel bacio lambito. La mattina ho notato che il tracciato del mio orologio da runner, proprio in quell’istante, aveva registrato un picco di frequenza cardiaca. Ma quell’orologio da runner non era al mio polso. Era appoggiato sul comodino.
[Questo testo, insieme ad altri miei brevi racconti, è stato pubblicato qui: https://app-teatrodipisa.tumblr.com/post/615575787062673408/la-collezione-dei-sogni-di-maurizio-gazzarri]
Fuga ignifuga
Scappo. Stavolta riesco a correre, non c’è attrito o zavorra che mi freni. Sono in un paese dall’aspetto medievale. Non mi pare di conoscere le strade, i vicoli e le piazze. Ma scommetto che fosse Volterra. Non so da che cosa scappo; mi pare di essere inseguito da me stesso, ma forse è solo un gioco di specchi come quei labirinti nei luna park di serie B. Non sono l’unico a scappare. Anzi, più corro e più i fuggitivi si fanno numerosi. Trovo un passaggio in auto, grazie a uno sconosciuto. Si scapicolla giù per le discese, i tornanti, le curve sinuose. L’auto sbanda, un testacoda ci fa perdere l’orientamento. Non si capisce più cosa è davanti e cosa è dietro, cosa da un lato e cosa dall’altro. L’auto si ferma, io scendo barcollando e mi rimetto a correre. Si è fatto buio, buio pesto; vedo la strada solo grazie ai fari delle auto che balenano e proiettano nell’aria le ombre delle persone, dei cartelli stradali, dagli alberi. Vedo auto finite nei burroni, ma la gente che ci sta dentro sorride e non appare per niente allarmata e spaventata dalla situazione. E allora penso: se non sono preoccupati loro, perché dovrei esserlo io? Se per loro questa fuga è ignifuga, perché dovrei aver paura di bruciarmi?
Apro gli occhi. La sveglia segna le 2:30, meno di due ore da quando mi sono addormentato. Quante cose si possono fare in così poco tempo, soprattutto nei sogni…
[Questo testo, insieme ad altri miei brevi racconti, è stato pubblicato qui: https://app-teatrodipisa.tumblr.com/post/615575787062673408/la-collezione-dei-sogni-di-maurizio-gazzarri]
Fatemi capire
Non ho mai sopportato la frase “Vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo.” Provate a dire a un maratoneta “Corri ogni chilometro come se fosse l’ultimo”, o a un tennista “Gioca ogni punto come se fosse l’ultimo.” Entrambi ti guarderanno di traverso, ne sono certo. Il maratoneta dirà che non esiste un ultimo chilometro. Nel senso che ogni corsa ha un suo ultimo chilometro, diverso l’uno dall’altro. Se devi sprintare per battere un avversario è un conto, se il tuo scopo è solo arrivare alla fine è un altro conto. Il tennista ti chiederà se con quell’ultimo punto vincerà o perderà la partita. Non sono esattamente la stessa cosa.
Ogni giorno della vita, come ogni chilometro di una maratona, va affrontato dosando le energie per fronteggiare al meglio quelli successivi, pianificando – per quanto possibile – il futuro. Chi vive ogni giorno come se fosse l’ultimo non ha un futuro e chi non ha un futuro è come se fosse già morto.
Rodari Club
In questi giorni mi è capitato spesso di leggere articoli e riflessioni sulle opere di Gianni Rodari, visto che quest’anno si festeggiano i 100 anni dalla nascita (e i 40 dalla morte, purtroppo). Un autore che da bambino ha riempito le mie giornate con le sue filastrocche, le sue poesie, i suoi errori/non errori, i suoi racconti sfaccettati. Ovvio che finisse nei miei sogni, in qualche modo. C’ero io, in mezzo a tanti altri bambini. Anzi, io non ero bambino come gli altri. Ero adulto come adesso, ma con la percezione nitidissima di essere piccolo come gli altri attorno a me. Era una specie di Rodari Club. E lui che parlava e raccontava e ci faceva raccontare i nostri desideri e le nostre paure, esorcizzandole e trasformandole in amichevoli mostri addomesticati. Ma Rodari non era Rodari, in realtà. Era il mio babbo, per tanti anni maestro d’asilo ispirato da figure come Rodari. Mio padre, morto quasi vent’anni fa.
Mi sono svegliato felice e frustrato allo stesso tempo, soddisfatto e triste allo stesso momento.
[Questo testo, insieme ad altri miei brevi racconti, è stato pubblicato qui: https://app-teatrodipisa.tumblr.com/post/615575787062673408/la-collezione-dei-sogni-di-maurizio-gazzarri]
Convergenze parallele, oblique, perpendicolari.
I collezionisti di attimi
Un giorno, scapicollandomi sui pattini, giunsi in un istante nel Paese dei collezionisti di attimi.
In questo posto ogni persona porta sempre con sé un taccuino e una matita o, i più tecnologici, uno di quei telefonini sottili sottili. I più arditi girano con la macchina fotografica al collo e la Lettera 22 sotto al braccio, pronti a scattare una foto o a immortalare un istante battendo sui tasti della macchina per scrivere. Da lontano si riconoscono i bulimici, quelli che appuntano qualunque cosa, tanto che, alla fin fine, è come non appuntarsi niente.
In un parco giochi incrociai una coppia con un figlio che avrà avuto nemmeno tre anni. Erano intenti ad ascoltare e collezionare ogni parola detta dal piccolo, ogni frasetta embrionale, ogni termine storpiato.
Per il vigile urbano del Paese la collezione di attimi era una raccolta di fotografie di buone azioni, di auto parcheggiate come si deve, di piste ciclabili non invase da motorini, di gomme masticate gettate nei cestini.
Erano talmente tutti presi dal collezionare i propri attimi che nessuno si era accorto di un taccuino dimenticato su una panchina. Lo raccolsi e lo aprii, sperando di trovare il nome o l’indirizzo del proprietario. Non potei fare a meno di sedermi e di mettermi a leggere le prime pagine.
Quegli unici tre secondi in cui hai tenuto la testa appoggiata sulla mia spalla.
L’ondeggiare della coda dei tuoi capelli.
Quella volta che mi hai chiamato da lontano allungando a dismisura l’ultima vocale del mio nome.
Quando mi hai detto “Ci scattiamo una foto?” e dietro di noi è sbucato l’arcobaleno.
Il rumore dell’incarto del libro che mi hai regalato.
Incrociare il tuo sguardo nello specchietto retrovisore.
Una risata non trattenuta a una mia battuta scema.
Quella volta che ho detto “Magari!”, senza rendermene conto.
Pagine e pagine di micro ricordi, di istanti millimetrici, esatti e irripetibili. Scritti con inchiostri diversi, con penne diverse. Ora che lo notavo, ogni frase aveva una calligrafia diversa! Sicuramente composto da persone diverse! Sembrava proprio una collezione collettiva, comunitaria e condivisa. Chiunque poteva prendere il taccuino e aggiungere un suo attimo da collezionare. Chiunque poteva leggere gli attimi degli altri, senza conoscerne i singoli autori. Perché è l’attimo quello che conta e non chi l’ha vissuto.
E, allora, ho estratto la matita dal taschino, ho cercato uno spazio libero nel taccuino e ho scritto “Il momento in cui mi sono seduto su una panchina e sono diventato anch’io collezionista di attimi”.
[Insieme ad altri racconti in stile rodariano, questo testo è stato pubblicato su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/i-viaggi-della-quarantena_2994.html]
Il lucernario senza luce
[Scritto nel novembre 2017]
Per chi volesse ascoltarla, questa storia parla di un bambino chiamato Maurizio, come il cantante Maurizio Arceri, di suo fratello Gianni, cinque anni più grande, dei loro genitori e di un lucernario apparentemente placido e tranquillo.
Di luoghi oscuri e misteriosi erano piene le case dell’epoca. Pensate che questa storia si svolge nel secolo scorso, anzi nel millennio scorso! La nonna Curzietta aveva una stanza sotterranea, inaccessibile ai minori di anni 10 per via delle scale ripide e scivolose: impossibile sapere cosa ci fosse oltre quella rampa! La nonna Anna, come in tutte le case che si rispettino, aveva il “salotto buono”, blindato e utilizzato solo in casi eccezionali, quali la visita imprevista di un Papa o di un Imperatore romano giunto tra noi con la macchina del tempo. Al di là della porta immaginavo vi fossero tesori inestimabili, montagne di caramelle pre-halloween, sfilze di soprammobili intonsi e divani incellofanati per fermare il tempo e le tarme.
Ma più di tutte le cose, ce n’era una che scatenava l’immaginazione di Maurizio: quel lucernario strano, che divideva la sua camera da quella dei genitori. Va detto, per onor di cronaca, che la cameretta dei due fratellini era priva di finestre e vi si accedeva da una porta minuta che teletrasportava dal lettone dei genitori ai lettini dei ragazzi. Quel lucernario non stava sul soffitto ma sulla parete, in alto in alto, sopra all’armadio artigianale costruito con sapienza da babbo Venio. Più che un lucernario si trattava di un bocchettone d’aria fresca. Non illuminava un bel niente, ma aiutava a ricambiare l’anidride carbonica e i primi fumi giovanili con un po’ di ossigeno. Un lucernario senza luce, ritagliato in una zona d’ombra e sospettosa.
La mamma Giovanna regolarmente toglieva le ragnatele, ma anche quelle pulizie non aumentavano di un lumen il flusso luminoso. E amen.
Maurizio immaginava che quel lucernario fosse l’accesso ad altri universi. Lo aveva visto molte volte nei cartoni giapponesi che già passavano nella tv in bianco e nero. Una porta, od un portale come si direbbe adesso, verso la quarta dimensione. Immaginava e si spaventava. Pensava a quel buco nel muro come unica via di uscita nel caso in cui qualche mostro viscido fosse entrato dalla porta. Ma i dubbi su cosa ci fosse oltre, lo convincevano che sarebbe stato meglio affrontare i mostri piuttosto che oltrepassare quel lucernario. Maurizio aveva un modo tutto suo di affrontare quei mostri, coraggioso e ardimentoso: si raggomitolava nel lettino, sommerso dalle coperte e con la testa sotto al cuscino: “così non mi vedrà quel mostraccio brutto e cattivo!”, pensava. E pensando e sospirando non si addormentava e finiva per svegliare anche il fratellone.
“Un giorno scapperò da questa dimensione e passerò da quel buco”, rifletteva fra sé e sé. Frase senza senso, visto che per arrivare lassù sarebbe servita quantomeno una scala e soprattutto molto coraggio.
Sdraiato sul letto, quando lo sguardo incrociava la cornice del lucernario, Maurizio ipotizzava. “Potrei costruire un robot d’acciaio e con quello affrontare l’ignoto… ma da quel buco nessun robot passerebbe mai. Potrei parlarne con i miei amichetti Mauro e Fabrizio… ma che vergogna se capissero che ho paura.”
Una notte poi, una di quelle notti spartiacque tra l’essere ancora troppo piccoli per scalare la montagna armadio e il non essere ancora troppo grandi dal non passare più da quella spaccatura nel muro, dopo un sogno denso di ombre indefinite e sudore freddo, Maurizio decise che lo avrebbe fatto, si sarebbe in qualche modo arrampicato e avrebbe provato il brivido di andare dall’altra parte del guado.
Scrisse al fratello un messaggio e progettò il viaggio.
“Caro Gianni, quando leggerai questo biglietto io potrei non essere più con voi. Non capire male: non ho intenzione di ammazzarmi… Ho progettando la fuga definitiva da questa stanza e voglio vedere cosa c’è oltre quel lucernario. Non so cosa mi aspetti: mondi alternativi a questo o passaggi spaziali che mi catapulteranno in un altro luogo della Via Lattea? Ragni mutanti che pungendomi mi daranno superpoteri o scariche elettriche a 1000 volts? Ti chiedo solo di non seguirmi, anche perché ormai sei troppo grosso per passare da quel buco e rimarresti incastrato. Prenditi cura della mia collezione di ricordi. Ciao, Maurizio”
Prese una sedia, accumulò sopra due dizionari e tre volumi dell’enciclopedia Conoscere, salì con prudenza, allungò le mani fino a toccare la copertura dell’armadio, appoggiò un piede sulla chiave dell’anta e l’altro sul bordo della specchiera, provò a tirarsi su ma un piede cedette, fece leva sull’altro e trovò un nuovo equilibrio, riuscì a mettere un gomito sopra l’armadio e poi un ginocchio e con un ultimo sforzo era lassù, tra la polvere dimenticata e il frisbee dato per perso.
Da lì la stanzetta assumeva altre sembianze. Come sembrava piccolo il letto (ma forse era davvero piccolo). E quella riga celeste che contornava le pareti bianche a pochi centimetri dal soffitto, com’era bella vista da vicino: così precisa e limpida. E la scrivania disordinata? E poi anche i libri visti dal di sopra, non sembravano un sentiero sterrato di campagna? Come cambia il nostro piccolo mondo, cambiando il punto di osservazione.
L’ultimo gesto fu un gioco da ragazzi; aveva calcolato bene: non era ancora cresciuto abbastanza da non passare più da quel lucernario. In un istante si trovò di là. Mondi fantastici? Alieni imbizzarriti? Varchi temporali? Semplicemente la camera dei suoi genitori, vista dal tetto dell’altro armadio quattro stagioni.
35 anni dopo, Maurizio si è trovato a ripensare a quel lucernario fiabesco, a quell’angolo misterioso della sua casa natale.
Ha capito che i mostri più temibili sono quelli dentro di noi e che in quell’istante esatto in cui a 11 anni ha attraversato quel varco la consapevolezza del mondo ha assunto una strana concretezza e che si potesse continuare a giocare senza perdere la lucidità e che scalare le montagne può essere liberatorio e che provarci non è mai sbagliato e che toccare con mano è la migliore delle esperienze e che il giorno dopo era come il giorno prima ma con un giorno di vita in più e che alla fin fine i libri non servono solo ad essere letti ma anche a montarci sopra per andare un po’ più in alto.
Correre, senza meta correre
Mi piace correre. L’ho scoperto tardi, a 46 anni. Mi mangio le mani quando penso che avrei potuto iniziare prima, ma tant’è. Non si pensi che sia una scheggia, tutt’altro. Quando va bene impiego sei minuti a fare un chilometro. Ogni tanto faccio qualche corsa diciamo “ufficiale”, con tanto di pettorale e medaglia all’arrivo. Ma il più delle volte corro per correre, senza meta e senza striscioni con la scritta “Arrivo”. La cosa più bella è la compagnia. Perché correre è come sognare. Se si corre da soli, rimane una corsa, se si corre insieme ad altri, diventa la vita.
Finché è stato possibile, ho partecipato a quella fantastica manifestazione al confine tra il ludico, il motorio e lo sportivo, chiamato “Trofeo delle 3 province”, che mette assieme oltre 50 appuntamenti nell’arco di un anno. Si vedono posti nuovi, si attraversano borghi e città, boschi e parchi. Ci si ristora con cibi tipici. Si incrociano storie di vita. E si corre con gli amici e le amiche. Ci si sveglia all’alba ogni domenica, senza sentirne il peso. Poi, ci sono le corse in città, sulle Piagge o in centro o sul lungomare tra Marina e Tirrenia. Sempre insieme agli altri.
La pandemia ha fermato tutti. Nei primi giorni ho reagito correndo addirittura in casa, tra il soggiorno e la camera. Poi, ho mollato, in attesa della fine della clausura. Si poteva correre nei dintorni di casa, è vero. Ma non l’ho fatto. Perché sarei stato solo e perché non avevo voglia di sentirmi addosso gli sguardi in tralice dei vicini di casa.
Da due settimane è stato possibile uscire per andare a correre senza più limiti di distanza da casa. E così, con i miei fidati amici e compagni di corsa, Stefano e Simona, ho rimesso il naso fuori. Letteralmente. Respirare l’aria di San Piero a Grado o di San Rossore è stata una rinascita. Sono venuti fuori un po’ di acciacchi dovuti al fermo prolungato, ma niente può fermare la voglia di tornare a calpestare l’asfalto o le strade di campagna. Se prima correvo per lo più in silenzio, adesso non faccio altro che parlare. Complice l’andatura parecchio lenta, la respirazione entra bene in sintonia con le parole. Non sono certo, però, che chi corre accanto a me abbia così tanta voglia di ascoltarmi…
In queste due settimane abbiamo scelto luoghi lontani dalla “calca”. Tra di noi stiamo alla giusta distanza, e preferiamo evitare di incrociare le tante persone che corrono sulle Piagge o in centro. Per noi. E per loro. Com’è giusto che sia.
Certo è che sta montando sempre più la nostalgia delle corse in gruppo, delle cabrate del martedì pomeriggio, delle corse la domenica mattina con gli amici e le amiche del Pisa Road Runners. Ma ci sarà tempo per tutto.
Intanto corriamo in due o in tre, rafforziamo la nostra amicizia, affrontiamo le stesse curve, calpestiamo gli stessi sentieri. Incrociamo gli stessi animali e i nostri occhi vedono gli stessi paesaggi. Perché correre è come sognare. “Nessun sogno è mai solamente un sogno.” Io dico: nessuna corsa è mai solamente una corsa.
Ipocondria onirica
Sto correndo. Stranamente in modo agevole: di solito nei sogni mi è impossibile anche camminare, figuriamoci correre. Sono solo e mi sento leggero. Tant’è che i passi si allungano spesso a dismisura. Attorno a me strade conosciute. Riconosco il viale delle Piagge e i Lungarni di Pisa. Non c’è proprio nessuno, come nei giorni più complicati della quarantena. Nel sogno sono consapevole di star sognando, ma non me ne curo. Svolto un angolo e, senza alcuna avvisaglia, mi ritrovo nel mezzo a una folla che non mi fa passare. Non so perché io non pensi di tornare indietro. C’è qualcosa, anzi qualcuno, al di là della folla, che mi aspetta e voglio proseguire, malgrado la calca. Una calca opprimente che mi toglie quasi il respiro. Faccio pochi centimetri alla volta, come quella volta che rimasi intrappolato sul Ponte di Mezzo dopo i festeggiamenti della Luminara di Pisa. Comincia a farmi male la gamba sinistra, proprio dove nei giorni scorsi ho avuto davvero fastidio durante una corsa. Dolore alla coscia, formicolio che arriva fino al piede. Finalmente sono oltre la ressa. Ma oltre alla gamba, sento dolore alla schiena, in un punto preciso quasi al centro della colonna vertebrale. Scorgo a pochi metri da me un'amica preziosa, la mia compagna di corsa; sì, è proprio lei che stavo cercando di raggiungere. È voltata di spalle e non mi vede. Tento di chiamarla, ma la confusione tutt’attorno impedisce alla mia voce di farsi sentire. Mi avvicino ma la gamba cede definitivamente, non la sento più. Come non averla. Cado rovinosamente. Mi tengo la gamba con le mani, guardando impressionato quest’arto che non risponde più ad alcun comando. Collego il dolore alla colonna vertebrale alla gamba immobile. Mi convinco che si è rotto qualcosa, una vertebra o l’intera colonna. In un istante penso che non potrò più correre, camminare, stare in piedi. Mi sono fatto da solo diagnosi e conseguenze, cause ed effetti. La mia compagna di corsa è lì a pochi metri da me, ancora voltata dall’altra parte. Non mi ha visto, né sentito. Io vorrei urlarle di girarsi e di aiutarmi, vorrei dirle tutto quello che non le ho mai detto, come fosse l’ultimo istante della mia vita. Ma mi fermo un millesimo di secondo prima di aprire bocca. Ma lei, lei, si volta lo stesso e… Mi sveglio proprio in quell’istante.
Non saprò mai quale sarebbe stata la sua espressione se il sogno non si fosse bruscamente interrotto. Eppure, con gli occhi aperti nel buio della notte, mi sono convinto che mi stesse sorridendo.
Borgo Quaranta
Dopo una corsa di chilometri millanta, mi ritrovai in un battibaleno nel Borgo Quaranta.
All’ingresso del piccolo paese era stato messo un grande cartello con una scritta bianca su sfondo rosso: “Avviso: solo chi sta per festeggiare i suoi quarant’anni può entrare in questo paese e si deve impegnare a uscirne entro tre giorni dal compleanno.”
Wow, un paese dedicato a chi deve varcare la soglia degli “anta”. Contro lo sconforto della mutazione e per condividere con i simili un momento traumatico della vita! E io lo posso dire, avendolo passato da quasi dieci anni… Ma, shhh, non lo dite a nessuno di Borgo Quaranta, altrimenti mi cacciano via.
I luoghi di Borgo Quaranta hanno nomi parecchio originali. Accanto a Via della Gioventù Perduta c’è Piazza Lo Sguardo al Futuro. All’angolo di Largo Profilo Adiposo c’è Corso di Pilates, dove si trova la Palestra dei Passi Svelti. La strada con i negozi si chiama Corso dell’Ultimo Treno. C’è poi una larga via alberata che percorsa in un senso si chiama Viale del Tramonto, percorsa nell’altro diventa Viale dell’Aurora. Il Borgo è attraversato dal Fiume Della Vita e due ponti collegano le sponde: il Ponte di Mezza Età e il lungo Ponte del Primo Maggio.
La piazza principale del paese è la Piazza dei Pensieri Positivi, dove si festeggiano tutti i compleanni dei quarantenni. Una piazza circondata da bei palazzi e locali accoglienti: c’è il Palazzo Arcobaleno, noto per le sue mostre di fotografie in bianco e nero, il Palazzo dei Nuovi Sogni, dove si possono scrivere gli antitestamenti (cioè la lista dei desideri, degli obiettivi e degli abbracci che vorremmo ricevere), e, infine, il Palazzo del Comune Sentire. Nella stessa piazza ci sono il Bar Ando sull’Età, dedicato a chi si ostina a rimanere trentenne, il Bar Betta, per gli uomini che vogliono sembrare più maturi di quello che sono, il Bar Camenandosi, molto ospitale con chi ci prova sempre e comunque, il Bar Collante, per chi non regge l’alcol. Nel Bar Zotto e nel Pub Algia nessuno vuole mai entrare: chissà perché…
Gli abitanti, si diceva, sono tutti in procinto di festeggiare o hanno appena superato i quarant’anni. C’è chi arriva con grandi aspettative e si ritrova ad andar via tale e quale a prima. C’è chi arriva con indifferenza e alla fine è felice della differenza. C’è qualcuno che se ne va via triste. Ma c’è chi, e sono la maggioranza, capisce fino in fondo di non essere che uno o una dei tanti e, soprattutto, che le rughe non sono che il pentagramma di un nuovo spartito; e se ne torna nella propria vita più maturo, non per il passaggio alla nuova decade, ma per il nuovo sguardo sul domani.
E io, che dai quaranta ci son già passato da un bel po’, piano piano, alla chetichella e senza dar nell’occhio, esco da Borgo e m’incammino nel paese successivo: il Villaggio Cinquanta. Ma questa è un’altra storia…
[Insieme ad altri racconti in stile rodariano, questo testo è stato pubblicato su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/i-viaggi-della-quarantena_2994.html]
La salita/discesa
Uno dei sogni più frequenti è quello di non riuscire a camminare. Uno sforzo sovrumano per fare un passo, senza riuscire a fare nemmeno un metro. Sabbie mobili sotto ai piedi, zavorre alle caviglie, tiranti alle gambe, macigni sulle spalle. Talvolta sogno di dover fuggire da qualcuno o qualcosa e di non farcela a vincere la resistenza dell’attrito dell’aria. Questa volta la strada è in salita, apparentemente nemmeno troppo ripida. Eppure, devo mettermi carponi, a quattro zampe, aiutarmi con le mani per scalare quella strada. Che, poi, non è nemmeno una strada, forse è un sentiero, un viottolo di campagna, forse uno di quelli percorsi nei mesi scorsi durante una delle corse della domenica mattina. Insomma, con estrema fatica, palmo dopo palmo, arrivo in cima alla salita. E lì mi volto. E penso: ma guarda, da qui la salita sembra una discesa.
Al risveglio mi sono detto che finalmente un sogno era finito senza il dubbio su cosa sarebbe accaduto se non mi fossi destato. Senza dubbi sul dopo. O no?
[Questo testo, insieme ad altri miei brevi racconti, è stato pubblicato qui: https://app-teatrodipisa.tumblr.com/post/615575787062673408/la-collezione-dei-sogni-di-maurizio-gazzarri]
La città degli svuota soffitte
Fuggendo via dalla città delle case sfitte, arrivai nel paese degli adulti svuota soffitte.
La prima cosa dalla quale fui colpito fu un bigjim degli anni ’80 gettato dal secondo piano di una casa a due piani con cantina e soffitta. Beh, in realtà tutte le case erano fatte così. Fatti pochi passi, vidi accanto a un cancello verde due grandi buste trasparenti: erano stracolme di giocattoli, bambole invecchiate e mattoncini inconciliabili. E poi, ancora, cumuli di peluche accanto a un cassonetto grigio, vecchie console di videogame ormai dimenticati, migliaia di microgiochi trovati nei sacchetti di patatine o nelle confezioni di merendine, trottole, allegri chirurghi, sapientini, vecchie barbie dalla moda parecchio vintage…
Per strada, nessuno o quasi. Mi fermai accanto a un operaio che stava caricando i giocattoli su un camion per la raccolta differenziata.
“Ma che succede, come mai tutti questi giochi e giocattoli abbandonati?”
“Non lo sai? Oggi è il giorno destinato alle pulizie delle soffitte. Genitori di figli ormai grandi si stanno finalmente liberando di tutti i giochi degli anni ’70, ’80, ’90… Basta con questa nostalgia! Chi ha adesso quaranta o cinquant’anni cosa se ne fa dei giochi di quando era bambino? Prendono solo polvere e spazio! Il Sindaco ha ordinato di buttare tutto e tutti sono ben felici di disfarsi di questi stupidi oggetti!”
“Ma non è un peccato? Questi giochi potrebbero ancora divertire i bambini di oggi! Potrebbero ancora suscitare ricordi ed emozioni a chi li ha usati quando era piccolo.”
“Dopo decenni di polvere e tarme, proprio oggi dovrebbero averne voglia? Non ci credo.”
E via, prese con due mani tutti i giochi accatastati e li gettò con una smorfia di soddisfazione nel cassone del camion.
Vidi, poi, una signora che stava spostando una grossa scatola dalla quale spuntava una grande casa tutta rosa e bianca: chissà quante avventure erano state vissute in quella casa delle bambole.
“Signora, perché getta via quel gioco?”
Lei, dapprima mi guardò un po’ di sottecchi, facendo finta di non aver sentito. Poi, vedendomi sinceramente dispiaciuto, si avvicinò e mi disse piano piano: “Non li sto gettando, li sto regalando a chi può darli ai bambini di oggi che non possono permettersi di comprarne. Faccio parte di un’organizzazione segretissima che raccoglie, sistema e dona i giochi ai bambini e alle bambine povere. E anche quell’operaio che vede laggiù col camion ne fa parte, anche se ha l’ordine di non parlarne con nessuno…”
La città degli svuota soffitte mi aveva fatto sobbalzare l’umore, passando dalla tristezza alla felicità in un momento. Come quando si riceve proprio quel giocattolo che tanto avevamo sognato e che ci sembrava impossibile poter avere.
[Insieme ad altri racconti in stile rodariano, questo testo è stato pubblicato su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/i-viaggi-della-quarantena_2994.html]
Il traghetto surf
Siamo in molti su questo traghetto, forse grande come una nave da crociera. Il mare è in tempesta, ma nemmeno uno spruzzo d’acqua ci colpisce. Siamo in tanti, ma non conosco nessuno. C’è un silenzio totale, e neanche il mare rumoreggia, nonostante tutto. Poi, arriva un’onda gigantesca, alta chissà quanti metri. E il traghetto si infila nel corpo di quell’onda, la cavalca come fosse un surf. Agile, malgrado la stazza. Ci entra dentro e l’acqua è tutt’attorno, sopra, sotto. Ma laggiù, in fondo a quella specie di tunnel liquido, c’è la terra ferma. Il traghetto va veloce verso quella possibile uscita e più si avvicina alla fine e più il tunnel si fa piccolo. Ma anche l’imbarcazione si rimpicciolisce e continua a puntare quello spiraglio. E non c’è goccia d’acqua che ci bagna, nessuno si bagna.
Il risveglio mi coglie prima dell’approdo, incerto sull’esito di quel tentativo di giungere a riva.
[Questo testo, insieme ad altri miei brevi racconti, è stato pubblicato alla pagina https://app-teatrodipisa.tumblr.com/post/615575787062673408/la-collezione-dei-sogni-di-maurizio-gazzarri]
Il paese in diretta
Un giorno, passeggiando senza fretta, arrivai nel paese degli uomini in diretta.
Uomini e donne, anziani e bambini, architetti e ingegneri, tutti avevano una telecamera piantata sulla faccia. Diecimila abitanti e diecimila webcam, fotocamere e treppiedi. Ognuno raccontava e raccontava, parlava e parlava senza sosta. C’erano quelli che si esibivano con dovizia e perizia e quelli che non avevano nulla da dire ma lo dicevano lo stesso. Quelli che usavano il cellulare di ultima generazione e quegli altri con il computer portatile, quelli con la webcam traballante e quelli iperfantaprofessionali con cavalletto, luci e un telo verde dietro alle spalle, quelli con la gopro in superaccadì e quelli che avevano rispolverato un antico superotto. Quelli con lo sfondo naturale fatto di gatti, padelle e divani e quelli che esibivano libri mai aperti. Tutti dallo stesso lato della telecamera, tutti attori e nessuno spettatore. Visualizzazioni zero, zero like, zero commenti.
Passeggiando per le strade si potevano sentire dalle finestre aperte i discorsi in diretta. Chi raccontava la propria vita di prima e chi spettegolava sulle vite degli altri, chi leggeva un romanzo d’amore e chi spoilerava l’ultima puntata dell’ultima stagione della serie tv del momento, chi commentava un film visto vent’anni prima e chi senza freni prevedeva il futuro, chi impartiva lezioni di matematica e chi recitava quel poeta incomprensibile e banale che piaceva a tutti, chi fingeva di fare la telecronaca della finale dei mondiali di calcio e chi dava istruzioni per fare la pizza in casa.
A un certo punto mi sono accorto d’esser diventato il protagonista di una delle dirette. Con la telecamera girata verso la strada, un ragazzino sì e no di terza media, stava riprendendo la mia passeggiata solitaria.
“Ed eccolo che arriva, si avvicina senza timore, l’ultimo uomo sulla terra ad avere soltanto due occhi. Passeggia con sguardo curioso. Mi sta guardando ma non mi fa nessuna paura. Mi sembra del tutto innocuo e indifeso. Chissà come fa a guardare il mondo senza un obiettivo puntato sulla faccia, senza una telecamera che memorizzi ogni parola, ogni smorfia, ogni pensiero. Chissà cosa si prova. Chissà se è brutto, oppure è bello. Quasi quasi glielo vado a chiedere. Quasi quasi scendo a dare una controllatina a come si vede il mondo con due occhi soltanto. Quasi quasi…”
Off.
[Insieme ad altri racconti in stile rodariano, questo testo è stato pubblicato su http://www.toscanalibri.it/it/scritti/i-viaggi-della-quarantena_2994.html]