Il numero di Dunbar: guru dei social network
Vi propongo, di seguito, la traduzione di un articolo di Drake Bennett, giornalista del Bloomberg Businessweek, a proposito degli studi dell'antropologo e sociologo brittanico Robin Dunbar, conosciuto perlopiù per un numero - meglio definibile come "limite cognitivo" - che ha preso il suo nome: il numero di Dunbar.
Ecco a voi il link all'articolo: Link.
Poco più di dieci anni fa, lo psicologo evoluzionista Dunbar cominciò a studiare l'abitudine tipicamente inglese di inviare biglietti d'auguri in occasione delle festività natalizie. Questo prima dell'avvento dei social network, prima, quindi, che amici e "likes" divenissero grandezze misurabili come le miglia su un contachilometri, sicché in assenza d'altro, Dunbar necessitava di qualcosa che potesse fungere da indicatore di relazioni sociali significative. Lo studioso era interessato non tanto al numero di conoscenti di un individuo, ma a quante persone lo stesso fosse effettivamente legato. Dunque per rinvenire questi legami, ritenne di dover seguire la scia delle cartoline d'auguri. D'altro canto, la stessa attività di preparazione, compilazione, spedizione dei biglietti, rappresenta una sorta di investimento: occorre conoscere o cercare indirizzi, comprare biglietti o realizzare il perfetto collage di adorabili foto di famiglia, scrivere qualcosa, comprare francobolli, e imbucare il tutto nella cassetta della posta. L'aspetto significativo sta nel fatto che sebbene il processo non richieda spese nemmeno lontanamente significative, la maggior parte delle persone non sarebbe disposta a prendersi un tale disturbo per chiunque.
Lavorando con l'antropologo Russell Hill, Dunbar riuscì a mettere insieme la rete di auguri natalizi della famiglia inglese media. Dal lavoro dei due ricercatori emerse, ad esempio, che circa un quarto dei biglietti era destinato ai familiari, quasi due terzi agli amici e un otto per cento ai colleghi. La scoperta principale dello studio, ad ogni modo, era rappresentata da un singolo dato numerico: 153,5, approssimando per difetto 150, ossia il numero totale dei singoli destinatari di biglietti di ciascuna famiglia.
Questo numero era esattamente quello che Dunbar si aspettava. Nel corso dei venti anni precedenti, egli stesso e altri ricercatori sulla sua stessa lunghezza d'onda, avevano rintracciato gruppi di persone composti da 150 individui praticamente in ogni dove. Gli antropologi, studiando le ultime società che vivono prevalentemente di caccia e raccolta rimaste al mondo, avevano scoperto che ogni clan tende ad avere 150 membri. Nella storia militare d'Occidente, la più piccola delle unità militari autonome, la compagnia, in genere è composta di 150 soldati. La comune degli Hutteriti, una setta anabattista autosufficiente, simile agli Amish, finisce sempre per sfaldarsi ogni qualvolta raggiunge un numero di componenti superiore a 150. Lo stesso vale per gli Uffici della "W.L. Gore & Associates", un'azienda di tessuti, nota per prodotti innovativi come Gore-Tex e per la sua struttura manageriale assolutamente non gerarchica. ogni qualvolta un ramo supera i 150 impiegati, la società si spacca in due e fonda un nuovo ufficio.
Per Dunbar esiste una semplice spiegazione alla base del fenomeno: così come gli esseri umani non sono in grado di respirare sott'acqua o correre i cento metri piani in 2 secondi e mezzo, o vedere microonde a occhio nudo, la maggior parte di essi non può mantenere più di 150 relazioni significative. Cognitivamente, non siamo "costruiti" per questo. In generale ogni qualvolta un gruppo cresce fino a superare i 150 componenti, i suoi membri sembrano perdere la loro capacità di relazionarsi gli uni con gli altri. Dunque, viviamo in un pianeta sempre più urbanizzato e affollato, ma abbiamo attitudini sociali da età della pietra. "150 sembra rappresentare il massimo numero di individui con cui ciascuno può intrattenere relazioni sociali genuine, il tipo di relazioni che consiste nel sapere con chi e come abbiamo a che fare", scrive Dunbar, "In parole povere, è il numero di persone con cui prenderemmo un drink insieme senza imbarazzo se ci trovassimo inavvertitamente nello stesso bar".
Dunbar è stato uno studioso influente, e oggi gode di una rinnovata popolarità soprattutto tra una tipologia particolare di seguaci: i programmatori della Silicon Valley che si occupano della "costruzione" dei social network. A Facebook e altre start up come Asana e Path, le idee di Dunbar sono regolarmente prese in considerazione nel tentativo di replicare le dinamiche sociali del mondo fuori dalla rete. Gli ingegneri di software e i designer basano le loro teorie su quello che è ormai noto come il numero di Dunbar. Path, un servizio di condivisione di foto e messaggi fondato nel 2010, è stato realizzato ricalcando esplicitamente la teoria di Dunbar: esso impone ai suoi utenti un massimo di 150 amici.
Secondo Dave Morin, uno dei cofondatori di Path "Quello che la ricerca di Dunbar sta a rappresentare è che non importa quanti e quali passi la tecnologia sia in grado di compiere: siamo tutti esseri umani e in quanto tali abbiamo limiti." Per sviluppatori come Morin, la convinzione di Dunbar che l'attitudine umana ai legami ha dei limiti rappresenta una sfida al sistema di valori di Facebook, dove ciascuno può collezionare fino a qualche migliaio di amici. Il lavoro di Dunbar ha arricchito quel dibattito già esistente tra gli architetti dei social media riguardo a fino a che punto la tecnologia più sapientemente realizzata sia in grado di espandere le dimensioni del mondo "sociale" di un individuo. Come Dunbar afferma "Il problema è: può la tecnologia digitale permetterti di mantenere i vecchi e nuovi amici e allo stesso tempo di allargare la tua cerchia sociale? La risposta sembra essere no, almeno per il momento."
Dunbar [...] è un professore dell'Università di Oxford, che pranza regolarmente presso la Senior Common Room del Magdalene College, di cui è membro. [...] È cresciuto in Tanzania, dove suo padre era ingegnere elettronico e da ragazzino era solito navigare lungo la costa e andare in giro per i boschi a caccia di elefanti. Si laureò nei primi anni settanta, e il suo interesse di ricerca originario non erano le amicizie umane ma la vita sociale della gelada, una scimmia esistente solo negli altipiani etiopi, strettamente imparentata col babbuino.
Ciò che lo attirava delle gelada erano le particolarità del loro sistema sociale, che si fonda su piccoli gruppi familiari, a loro volta confluenti poi in orde più grandi. Questo sistema, vagamente simile a quello delle moderne tribù che vivono di caccia e raccolta, è conosciuto come sistema sociale a fissione e fusione, e appartiene a sole due specie di scimmie tra le circa 300 specie di primati, uomo escluso.
Dunbar era interessato in modo particolare all'abitudine di pettinarsi di queste scimmie. Per le gelada e per molti altri primati, il pettinarsi concerne solo in parte scopi di pulizia, rappresenta anche una forma di legame. La vita delle gelada è piena di vicende, caratterizzata addirittura da società segrete, colpi di stato e alleanze turbolente, e le scimmie consolidano le proprie amicizie togliendosi a vicenda parassiti dal pelo e massaggiandosi la pelle. In un vecchio scritto, Dunbar mostrò che il tempo impiegato dalle gelada per pettinarsi non dipende dalla taglia dell'animale, il che potrebbe evocare scopi igienici, in quanto scimmie di stazza più grossa richiedono tempi di toletta maggiori, dipenderebbe, invece, dalle dimensioni del gruppo: più grande è il gruppo, più tempo i suoi membri impiegheranno a ingraziarsi gli altri mediante massaggi. Dunbar cominciò a chiedersi se anche altre caratteristiche potessero essere collegate alle dimensioni del gruppo.
Nel 1992 pubblicò la risposta al suo stesso quesito: le dimensioni del cervello. Gli scienziati sono stati a lungo affascinati dalle dimensioni significative del cervello dei primati. Essere intelligenti ha indubbiamente i suoi vantaggi ma un cervello sviluppato richiede un enorme ammontare di energia e anni per raggiungere la dimensione massima, nonché un cranio perfettamente formato che lo protegga, rendendo i parti molto pericolosi. Molte specie completamente prive di cervello hanno prosperato e continuano a prosperare sul nostro pianeta.
La teoria di Dunbar si fonda sull'evoluzione del cervello a dimensioni maggiori. Vivere in grandi gruppi conferisce vantaggi significativi, tra i quali principalmente una maggiore protezione contro i predatori. Ma vivere insieme è anche, senza dubbio, difficile. I membri di un gruppo sono in competizione tra di loro per cibo e accoppiamento, devono difendersi da prepotenti e traditori, e ritagliarsi spazio per comportarsi a loro volta da prepotenti e traditori. "Per molte specie sociali, in particolare i primati, il gruppo rappresenta uno strumento per risolvere alcuni particolari problemi ambientali", spiega Dunbar, "ma il gruppo stesso scatena un'intera serie di problemi a livello individuale. È il problema del contratto sociale: le persone ti calpestano i piedi e ti rubano il cibo che hai coltivato mentre ti accingi a raccoglierlo".
Con l'aumento delle dimensioni del gruppo, emerge un vertiginoso ammontare di dati numerici: un gruppo di cinque componenti presenta al suo interno un totale di 10 relazioni bilaterali tra i suoi stessi membri, un gruppo di venti ne conta 190, un gruppo di 50, 1225. Una vita sociale di questo tipo richiede una neocorteccia sviluppata, vale a dire lo strato di neuroni sulla superficie del cervello, dove prende forma il pensiero cosciente. Nel suo scritto del 1992, Dunbar mise a confronto la neocorteccia di ciascuna specie di primate con la grandezza del gruppo in cui viveva. Più sviluppata era la neocorteccia, più grande era il gruppo che il primate era in grado di gestire. Ciononostante, anche il primate più intelligente non possiede strumenti tali da consentirgli di gestire relazioni in gruppi infinitamente grandi. Per ottenere risultati analoghi riguardanti la relazione tra neocorteccia e relazioni umane, inserì i dati nel grafico realizzato per analizzare le relazioni tra primati e ottenne 147,8.
Dunbar non è stato il primo a suggerire come le dinamiche sociali possano spiegare l'evoluzione di intelligenze superiori, ma la sua semplice teoria aritmetica - cervello più grande uguale gruppo più grande -, ha goduto di una vasta eco, e attualmente è visto come il padre di quella che è conosciuta come l'ipotesi del cervello sociale. "È stata molto influente e la sua è stata l'ipotesi dominante", afferma Simon Reader, biologo evoluzionista presso la McGill University.
Nell'autunno del 2010 Dunbar riceve una chiamata da Morin, che allora era responsabile della App di Facebook nonché uno degli inventori di Facebook Connect. Nello stesso anno aveva lasciato la compagnia per contribuire a fondare Path. Morin aveva scoperto i lavori di Dunbar anni prima, quando era una matricola di economia all'Università del Colorado.
Morin, ora trentaduenne, era cresciuto a Helena, nel Montana, una città di ventottomila persone [...] Nonostante Morin abbia trascorso i suoi anni da adulto in città, ha usato la rete per creare una comunità virtuale che ricreasse la realtà del suo luogo natale.
"Path", dice, "consente a tutti lo stesso. Il servizio permette di postare foto dai propri smarthphone. Gli utenti possono scambiarsi messaggi e rovistare tra il materiale pubblicato. Una funzione più "intima" è quella che consente di condividere con la propria cerchia di contatti quand'è che l'utente va a dormire e quando si sveglia. Il network può comprendere un massimo di 150 persone. Per farla breve, Path è per i clan."
Per Morin le persone condividono su Path cose che non condividerebbero altrove. "Fondamentalmente, oltre questo numero di persone, che sei grado di tenere in mente, cominci a filtrare te stesso, a rivedere quanto e ciò che condividi e a indossare una sorta di maschera sociale." Il servizio di recente ha superato i cinque milioni di utenti, e a detta di Morin mantenere un network di piccole dimensioni ha consentito alla compagnia di guadagnarsi una base di utenti fedeli.
La prima conversazione tra Morin e Dunbar era durata un paio d'ore. Tra le altre cose, i due discussero delle ricerche di Dunbar su quanto a lungo un'amicizia media potesse sopravvivere in assenza di un contatto diretto (dai 6 ai 12 mesi) e su come, secondo Dunbar, una donna possa avere due migliori amici, incluso il proprio partner, mentre un uomo uno soltanto. Da allora i due avevano continuato a mantenere i contatti. L'algoritmo di ricerca usato da Path per trovare gli amici più stretti degli utenti si basa sul lavoro di Dunbar.
Morin ci tiene a sottolineare che è fuorviante parlare di un solo numero di Dunbar. Dunbar in realtà parla di una scala di numeri, che delimitano cerchie di contatti e che man mano si allargano. La più interna è quella corrispondente a gruppi da tre a cinque membri: i nostri amici più stretti. Poi una cerchia da 12 a 15, quelli la cui morte sarebbe devastante per noi (che è anche il numero dei componenti di una giuria nei paesi anglosassoni). Poi viene cinquanta, che è la dimensione degli agglomerati più piccoli delle tribù che vivono di caccia e raccolta, come gli aborigeni australiani. Dunbar scrive nel suo libro "How Many Friends Does One Person Need?" (Di quanti amici ha bisogno una persona?) che oltre 150 ci sono ulteriori anelli di connessione: 1500 per esempio è il numero di persone che parlano lo stesso dialetto. Questi numeri, che Dunbar ha ricavato da etnografie e sondaggi, crescono moltiplicandosi per tre: il perché, a Dunbar, non è chiaro.
Il "venture capitalist" Jerry Murdoch è uno degli investitori di Path. La sua ditta, Insight Venture Partners, ha investito anche in Twitter e Tumblr. Murdock, che si intende di numerologia, vede il numero di Dunbar come una sorta di sequenza di Fibonacci sociale, una semplice relazione matematica che rivela profonde verità sul funzionamento dell'universo. Egli crede che le due serie di numeri siano strettamente correlate: "Quello che fa la teoria di Dunbar, come tutte le teorie valide, è spiegare i limiti esistenti in natura. E sono i limiti a fare grande l'architettura, sono i limiti a rendere grandi le compagnie."
A rendere popolari le idee di Dunbar è la loro semplicità, il che ha esposto lo studioso ad accuse di riduzionismo. "Applicare questa singola idea monolitica significa ridurre tutta la complessità del mondo a una sola dimensione e ad un solo numero", dice Duncan Watts, ricercatore presso Microsoft. Per come la vede Watts il modello di relazioni sociali proposto da Dunbar, come una serie di cerchie di intimità, rappresenta una ipersemplificazione: nella vita reale, le persone non avrebbero migliori o peggiori amici, hanno tipologie differenti di amicizie, per ragioni diverse. "Si afferma che le persone che "contano" nella vita di un individuo siano solo 150. La mia risposta alla domanda "perché queste persone contano?" è: dipende da ciò che hai intenzione di fare. Queste persone "importanti" possono essere i tuoi colleghi, i tuoi ex compagni del liceo, il tuo gruppo attuale, la tua famiglia. La sfida per il social networking è risolvere questo problema."
Altri, soprattutto antropologi e neuroscienziati, confutano la teoria di Dunbar, ritenendo che essa dia per scontati altri fattori che potrebbero aver condotto allo sviluppo del cervello umano: la pressione derivante dalla necessità di escogitare sistemi efficienti per ricercare cibo e aggirare i meccanismi di difesa di piante e animali da mangiare e cacciare. Le pressioni ambientali, come evitare i predatori, cercare cibo e rifugio, scegliere un habitat. "Tutte queste decisioni, credo che abbiano avuto un ruolo nello sviluppo del cervello," afferma il biologo Reader.
I ricercatori che hanno usato metodologie diverse per misurare le dimensioni della cerchia sociale di un individuo sono giunti a risultati numerici che non coincidono con quelli di Dunbar. Secondo gli studi dell'antropologo Russel Bernard e dello scienziato Peter Killworth la dimensione media della rete sociale è di 291. Un altro studio pubblicato sul Journal of the American Statistical Association, ha dato come risultato 611.
Tra gli architetti di social network, alcuni vedono nel numero di Dunbar una sorta di ostacolo. Quando Morin lavorava a Facebook, discuteva di scienza comportamentale con Dustin Moskovitz, uno dei cofondatori. Nel 2008 Moskovitz, insieme al programmatore Justin Rosenstein, ha lasciato Facebook per fondare Asana, una compagnia che offre software di task management destinati a migliorare il lavoro in gruppo. Mentre Path rimane all'interno dei confini sociali descritti da Dunbar, Asana cerca di oltrepassarli.
Per Moskovitz e Rosenstein, uno strumento come Asana è una sorta di telescopio. "Una tecnologia che estende il range delle nostre abilità. Che permette di mantenere contatti e relazioni sociali, sapere quello che le persone fanno, conoscere le loro debolezze e i loro punti di forza, senza necessariamente avere conversazioni con ciascuno dei componenti della nostra cerchia virtuale." dice Moskovitz. Rosenstein aggiunge: "Certamente uno dei nostri obiettivi è incrementare il numero di Dunbar".
Dunbar è abituato alle critiche al suo lavoro e a fornire risposte alle stesse. È d'accordo con Watts, riguardo al fatto che le persone hanno reti sociali diverse per raggiungere scopi diversi, ma ciò non vuol dire che non esista un legame emozionale di base per alcune persone, indipendentemente dall'utilità che le stesse possano avere per noi. Persone come il nostro datore di lavoro o il nostro negoziante di fiducia, sono importanti nella nostra vita, ma con le quali non abbiamo relazioni significative. Lo studioso continua a vedere il suo numero spuntargli intorno. Uno scritto pubblicato nel 2011 ha rivelato che su Twitter il numero medio di persone con cui un utente interagisce è di 100-200. E nonostante il limite di amici imposto da Facebook sia un generoso 5000, l'utente medio ne ha circa 190, più di 150 quindi, ma nel margine di errore contemplato da Dunbar.
Dunbar non ha amici su Facebook, talvolta spia la moglie, quando a casa si connette al suo account, ma non è sul social network. Ha un account su LinkedIn "per sbaglio", dice. Ha aperto un account su Path ma non lo usa mai.
Non esclude la possibilità che gli esseri umani possano essere in grado di riprogrammare i limiti cognitivi delle loro vite sociali, come è già accaduto in passato. Il motivo per cui siamo in grado di "funzionare" in gruppi di dimensioni maggiori rispetto ai nostri cugini primati, afferma Dunbar, è perché migliaia di anni fa abbiamo imparato a parlare. Mentre i babbuini fanno amicizia spulciandosi a vicenda, noi per intrattenerci a vicenda abbiamo retorica e pettegolezzi, e chiacchiere da intervallo, per non parlare del canto, storie, barzellette. Il linguaggio, egli dice, è il modo in cui gli umani usano i loro cervelli sviluppati per arrivare a 150. E fin quando non sopraggiungerà una novità altrettanto rivoluzionaria, 150 è dove, egli ritiene, che rimarremo.