Mai cosa fu più vera.

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祝日 / Permanent Vacation
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Claire Keane
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Mai cosa fu più vera.
L'amore.
''Okay Hazel grace?'' ''Okay...''
Colpa delle stelle
J:Grazie di essere Il mio eroe. M: È tutto quello che ho sempre voluto essere.
Sai le scalate, quelle difficili, dove non sai se ce la fai ad arrivare in cima. E invece,anche se con fatica, continuate a scalare,davvero. Perchè cazzo ragazzi,quassù il panorama é stupendo! La foto é mia cuccioli, spero vi piaccia.
"C’erano una volta tre fratelli che viaggiavano lungo una strada tortuosa e solitaria al calar del sole. Dopo un po’ i fratelli giunsero ad un fiume troppo pericoloso da attraversare. Essendo versati nelle arti magiche ai tre fratelli bastò agitare le bacchette per costruire un ponte. Ma prima di poterlo attraversare, trovarono il passo sbarrato da una figura incappucciata: era la Morte. Si sentiva imbrogliata perché di solito i viaggiatori annegavano nel fiume. Ma la Morte era astuta: finse di congratularsi con i tre fratelli per la loro magia e disse che meritavano un premio per la loro abilità a sfuggirle. Il maggiore chiese una bacchetta più potente di qualsiasi altra al mondo, così la Morte gliene fece una da un albero di sambuco che era nelle vicinanze. Il secondo fratello decise di voler umiliare la Morte ancora di più e chiese il potere di richiamare i propri cari dalla tomba. Così la Morte raccolse una pietra dal fiume e gliela offrì. Infine la Morte si rivolse al terzo fratello, un uomo umile. Lui chiese qualcosa che gli permettesse di andarsene da quel posto senza essere seguito dalla Morte. E così la Morte con riluttanza gli consegnò il proprio mantello del invisibilità. Il primo fratello raggiunse un lontano villaggio armato della bacchetta di sambuco e uccise un mago con cui in passato aveva litigato. Inebriato dal potere che la bacchetta di sambuco gli aveva dato, si vantò della sua invincibilità. Ma quella notte un altro mago rubò la bacchetta e per buona misura gli tagliò la gola. E così la Morte chiamò a sé il primo fratello. Il secondo fratello tornò a casa, tirò fuori la pietra, la girò tre volte nella mano. Con sua gioia la ragazza che aveva sperato di sposare prima della di lei morte prematura, gli apparve. Ma presto ella divenne triste e fredda perché non apparteneva al mondo dei mortali. Reso folle dal suo desiderio il secondo fratello si tolse la vita per unirsi a lei. E così la Morte si prese il secondo fratello. Riguardo al terzo fratello, la Morte lo cercò per molti anni ma non fu mai in grado di trovarlo. Solo quando ebbe raggiunto una veneranda età, il fratello più giovane si tolse il mantello dell’invisibilità e lo donò a suo figlio, poi salutò la Morte come una vecchia amica e andò lieto con lei, congedandosi da questa vita da pari a pari.”
"Che farai senza di me?" “Mangerò, forse di meno.” “E poi?” “Fumerò, forse di più.” Strinse i pugni e abbassò gli occhi. “Non avresti mai dovuto incontrarmi.” “Non avresti mai dovuto sorridermi.” “Come facevo a non sorriderti?” “Come facevo a non innamorarmi?” La stazione era buia, vuota, eravamo rimasti solo noi lì dentro. In lontananza si cominciava a sentire il rumore dei binari calpestati. “Dai, vado via. Altrimenti perderai il treno.” “Che importa? Quello più importante l’ho già perso.” “E’ colpa tua.” “E’ colpa di questa fottuta distanza.” Attaccai le mie labbra al suo orecchio sinistro e gli sussurrai piano. “Ma adesso siamo vicini.” “Si. Siamo vicinissimi.” “Dimentica i chilometri, ricordati delle emozioni.” “Il treno su cui non vorrei mai salire sta per arrivare. Non c’è più tempo per ricordarmi delle emozioni.” “Allora ricordati di me quando guarderai fuori dal finestrino.” “Se ti bacio ricordo meglio.” E le nostre guance si sfiorarono con le lacrime incastrate fra le ciglia, e le sue mani tremarono nei miei capelli come quando si raccoglie un oggetto prezioso caduto a terra che non si è rotto, e la sua fronte premette forte sulla mia come per schiacciarmi i pensieri, e il rumore del treno si faceva sempre più intenso. “Eccolo lì. Mi sa che devo…” “Si. Devi…” Raccolse lo zaino a terra. “Non mi ricorderò di te quando guarderò fuori dal finestrino. Mi ricorderò di te quanto ti volterò le spalle e ti lascerò qui e starò in pensiero perché non potrò seguirti con lo sguardo mentre mi allontano. Mi ricorderò di te quando in treno ci saranno altri cento posti liberi e a me basterebbe la tua presenza per riempirlo. Mi ricorderò di te quando prenderò la bottiglina d’acqua, e l’altra mano non sarà legata alla tua. E mi ricorderò di te quando…” “Il treno è qui…” Gli dissi con un filo di voce. Lui corse verso le porte che si stavano per chiudere, mi guardò ancora una volta. Dietro quei vetri trasparenti lo vidi sedersi, incrociare le gambe e abbassare la schiena. Il treno era partito. Si allontanava velocissimo, e in quel momento lo invidiavo così tanto, perché stava portando con sé la cosa più cara che avevo. Raccolsi anch’io la borsa a terra. Ma… c’era un bigliettino affianco. Doveva essergli caduto dallo zaino. Lo aprii. “…E mi ricorderò di te quando tornerò a casa, e non mi sentirò più a casa senza di te.”
(via quantebriciolerestanodietrodinoi)
Percorrerò mai la strada della felicità?
“Perchè se tu un giorno ti sveglierai e relizzerai che ti manco e il tuo cuore inizierà a chiedersi dove posso trovarmi su questa terra, penso che tu tornerai là dove ci siamo incontrati e vedrai che io ti sto aspettando all’angolo della strada”
(via your-smile-infinite)
La tua voce è la dimostrazione che i brividi e la pelle d’oca non vengono causati solo dal freddo.
(via your-smile-infinite)
Un giorno incontrai questa ragazza, così bella, i capelli mori e gli occhi neri. Frequentavamo lo stesso liceo, liceo classico. Io ero all’ultimo anno, lei era una bambina al secondo anno di superiori. Aveva un enorme sorriso, le labbra a forma di cuore, e una collana con una perla: era bellissima. Ricordo che la prima cosa che mi colpii di lei fu quella luce nei suoi occhi, e il neo che aveva sulla guancia destra. Era bellissima, e tutti i ragazzi del liceo la volevano. Veniva a scuola con vestiti a fiori, cappotti lunghi, stivali. Stava bene con tutto. Era pura, come una bambina che vede per la prima volta il cielo e gli sorride. Una mattina, bussò alla porta della mia classe, doveva consegnare un foglio. Quando chiuse la porta mi trovai davanti alla domanda più importante della mia vita: avrei dovuto lasciar perdere o inseguire il mio sogno, quella ragazza appena uscita dalla stanza? Non le corsi dietro, non la inseguii, non le feci un sorriso, non la guardai, non la toccai: niente. La mia mente fu invasa dal fastidioso pensiero che io per lei non sarei potuto essere abbastanza. E allora restai fermo, in silenzio. La cosa peggiore che avessi potuto fare. Ci osservavamo, sempre, durante la ricreazione. Poi, quando ci incontravamo nel corridoio, lei arrossiva e abbassava lo sguardo, e io la guardavo con gli occhi pieni d’amore: l’amore di un ragazzo troppo insicuro per renderla felice. Ci dedicavamo versi, poesie, frasi. Lei le scriveva sul suo banco, e, al suonare dell’ultima campanella, le andavo a leggere, e ci aggiungevo qualche parola, come a dire ‘ti amo anche io’; io le scrivevo sui muri, incidevo la bellezza del mio amore sul giallo scolorito delle pareti della città, poesie sotto gli occhi di tutti, solo per lei. La prima cosa che le scrissi fu una frase in greco, su un pezzo di carta strappato dal quaderno di letteratura, una frase che i Greci ritenevano grandiosa,che incidevano nel marmo, che per loro indicava l’eternità del tempo. Il nostro era un grande amore: uno di quegli amori che spezza il fiato, che si incontra una volta nella vita. E mi ricordo ancora quando correva tra i prati, i piedi nudi e i capelli al vento, e quel sorriso di bambina. Correva ed era libera, come una farfalla vola spinta dalla brezza estiva. La amavo molto. Poi un giorno, passeggiando per il corridoio, i suoi occhi non incrociarono i miei. Il giorno seguente non venne a scuola, ne quello dopo. Aveva cambiato paese. Ricordo che quello fu il giorno della mia prima morte, poiché fu il giorno in cui desiderai di morire. Non la vidi per anni, ma tutti i giorni io pensavo a lei: bevevo il caffè e pensavo a lei, guardavo una donna,facevo la spesa, cantavo una canzone, portavo il cane fuori, facevo l’amore con un’altra, e pensavo a lei. Speravo sarebbe tornata, proprio come torna una malattia mortale. Poi - proprio come una malattia - iniziai a preoccuparmi di meno, il mio pensiero andava ad altre cose, persone, fatti. Ero felice di liberarmene, poiché era un pensiero che non mi faceva vivere, che non mi faceva morire. Poi un giorno - era l’ora di pranzo - vidi un vestito a fiori, un cappotto marrone lunghissimo alla fine del quale si intravedevano dei tacchi. Quello fu il giorno della mia seconda morte: perché mai prima di allora avevo tanto desiderato vivere. Mi alzai e camminai lentamente verso di lei, e credevo fosse un sogno. Mi sentivo come un assetato in un deserto, al quale all’improvviso appare il miraggio di un’oasi. Mi sedetti al suo tavolo e incontrai quegli occhi neri che mi erano mancati per dieci anni. Rimanemmo immobili, fermi a fissarci: non ci credevo. Prese il tovagliolo azzurro che era sotto al suo piatto e iniziò a scriverci qualcosa. Me lo porse. Una frase che per i Greci indicava l’eternità del tempo. Come la prima volta, come al liceo. ‘Kτήμα εις αεί’. E le sorrisi, e la baciai, perché tra noi, sarebbe stato per sempre.
noianchesiamounastoriadamore (via noianchesiamounastoriadamore)
Erano solo amici, ma dopo è andata così che si sono resi conto che sono ‘qualcosa di più’ l’uno per l’altra che solo un amico e un’amica. Probabilmente lo sentivano entrambi sulla loro pelle. Erano amici da una vita. Lei conosceva lui più di qualunque altra persona, come lui. Si capivano a metà parola, bastava solo uno sguardo per capire la ragione della sua rabbia. Capiva che la felicità era vicina quando i suoi capricci erano piacevoli per lui, quando nei messaggi scriveva lettere. Quando non aveva soldi per un mazzo di fiori e raccoglieva qualche fiore al parco, solo per farle una sorpresa. Tutto si era rotto quando di botto, a metà maggio, lui le scrisse un messaggio: ”Ho un’altra. Me ne vado per sempre, non aspettarmi, piccola. Non ti amo. Scusa, è andata così.” Batteva nervosamente i pugni sulla porta del suo appartamento, ma nessuno apriva la porta. Al cellulare una voce dolce ripeteva in un modo scortese per la centesima volta ”questo numero non è disponibile…”. Gli amici comuni non sapevano niente e non avevano nemmeno sentito di questo suo ‘nuovo amore’. Le gambe le facevano male, battendo tutti i pavimenti. Non sapevano niente nemmeno all’istituto, al lavoro. Dicevano che si era licenziato ed è andato via. Qualcuno diceva in America, altri dicevano Europa. Prima le aveva regalato la libertà e dopo l’aveva mandata in un punto di morte. Ne valevano pena tutti questi momenti di sofferenza per un attimo di felicità? Era morta dentro, si era bloccata, lo odiava con tutto il cuore. Esaurimento nervoso, ospedale. Stava lì senza accettare visite. Non permetteva a nessuno di avvicinarsi, né le amiche, né i genitori. Il tempo passa, silenziosamente portando via il passato e tutto quello che è riuscita a sopportare. Sono passati anni, ha incontrato un altro. Lui l’aiutava a rialzarsi, ad essere sé stessa. Con il suo arrivo nella sua vita cambiò tutto. I genitori hanno dato la loro benedizione con la grazia di Dio. Si sposarono, lo sapeva tutta la città. E’ stato bellissimo. Era bello saper vivere senza di quella persona che non dava più segni di vita. Il dolore sparì, ha iniziato tutto da un foglio nuovo, bianco. Sono passati altri anni, lei lo perdonò, lasciò che Dio lo giudichi. Non pensava nemmeno al suo ritorno. Se sarebbe ritornato, così, di punto bianco, a parlare con lui non le interesserebbe proprio. E sarebbe già da finire queste righe ma… Circa tra cinque anni, quando aveva già una figlia, le arrivò una lettera. Indovinate da chi? Da lui, sì. E tutto questo dopo quasi dieci anni… Lui decise di ricordarla, e lei ironica iniziò a leggere, ridendo anche, ma il sorriso le scomparve dalla faccia. Cade per terra stringendo forte la lettera sulla quale lui scriveva: ”Ciao amore! Se stai leggendo queste righe sei molto brava. Dieci anni fa non sono riuscito a dirti guardandoti negli occhi quello che ti sto scrivendo ora. Sono andato via in silenzio, dicendo qualcosa alla fine… Riguardo al fatto che amavo un’altra… che ridicolo. Ti ho scritto questa lettera l’estate successivo e ho chiesto a qualcuno di dartela quando non ci sarebbe stata più traccia di me nella tua vita, quando mi avresti dimenticato, quando saresti stata felice. Ti ho mentito e non cerco scuse. Solo che il mio destino ha deciso così. E sai, la cosa più difficile e stata stare nell’appartamento e sentire i tuoi silenziosi singhiozzi fuori dalla porta. Credimi, anche io adesso sto piangendo ma ecco il motivo di tutto ciò: I medici mi hanno detto che ho un tumore al cervello. Mi rimangono pochi mesi, seriamente. Non sono mai andato via, non amavo un’altra. Come potevo non amarti più, amore mio? Come potevo dimenticare il tuo sorriso, i tuoi abbracci? Scusami che non ti ho fatto provare l’abito bianco. Spero che l’abbia fatto qualcun altro. Tutto andava bene, ma non abbiamo avuto fortuna. Ti auguro la felicità. Non potevo morire davanti ai tuoi occhi. Non avresti potuto stare con un altro, avresti vissuto col passato dentro. Mi dispiace di averti mentito, ma era meglio per te. Una volta eri la mia metà, e sappi che ti ho amato veramente. E ti amo anche adesso all’ultimo respiro. Rimani con Dio.”
Bahh Tee - 10 anni dopo tumihairesafragile (via tumihairesadebole)
Mi chiamo Amy, ho 16 anni, mia sorella si chiamava Lilith e si è suicidata quando avevo cinque anni. Da quando Lilith non c’è più i miei continuano a litigare. Da quando Lilith non c’è più la mamma è andata in depressione e mio padre si è fissato col lavoro. Da quando Lilith non c’è più l’armadio dalla sua parte non è mai stato più aperto. Da quando Lilith non c’è più il nostro gatto graffia anche le mie di braccia. Da quando Lilith non c’è più anche i miei temperini sono sempre rotti. Da quando Lilith non c’è più la mamma non cucina più nulla di buono. Da quando Lilith non c’è più le colpe sono sempre mie. Da quando Lilith non c’è più la nonna non sa più chi sono. Da quando Lilith non c’è più penso sempre di essere un errore. Da quando Lilith non c’è più il letto di fianco al mio è rimasto vuoto. Da quando Lilith non c’è più la mamma non mi ha più abbracciata. Da quando Lilith non c’è più la casa è diventata fredda. Da quando Lilith non c’è più mi manca come l’aria. Da quando Lilith non c’è più ho iniziato a stare come lei. Ora so come stava Lilith. Ora so perché lo ha fatto, Lilith. Ora non mangio più nemmeno io. Ora vado male a scuola anche io. Ora fumo di nascosto anche io. Ora ascolto sempre musica anche io. Ora aiuto tutti per non dover affrontare il mio dolore anche io. Oggi ho pianto tutto il giorno anche io. Oggi ho lasciato il telefono a casa anche io. Oggi non sono tornata a casa da scuola neanche io. Oggi ho preso una decisione importante. Oggi ho scritto una lettera. Oggi ho una pistola nella mano destra. Oggi vado a trovare Lilith.
Pain will destroy you (via pain-will-destroy-you)
Dimenticata? Tu sei parte della mia esistenza, di me stesso. Sei stata ogni parola che ho letto, da quando per la prima volta sono venuto qui. Tu eri dappertutto; facevi parte delle bellezze che la natura mi offriva: eri nel fiume, nelle vele dei bastimenti, nelle nuvole, nella luce, nell’oscurità, nel vento, nei boschi, nel mare, nelle strade. Sei stata l’incarnazione di ogni dolce fantasia cullata dalla mia mente. Le pietre con le quali sono stati costruiti i più solidi edifici di Londra, non sono più reali e meno indistruttibili delle tue mani, di quello che non siano e saranno la tua presenza e il tuo influsso su di me, qui e dovunque, ora e sempre. Fino all’ultima ora della mia vita non puoi che rimanere parte della mia anima, parte di quel po’ di bene che è in me, e di tutto il male.
Charles Dickens (via egocentricacomeigatti)
«Sposami» «No» «Come no?» «Vuoi sposarmi?» «Sì» «Ahah attaccati» «Vaffanculo» «Va bene sposiamoci» «No adesso non voglio più» «Visto? Ti mettevo alla prova» «Gne» «Chiedimelo di nuovo» «Vuoi sposarmi?» «Resterai sveglio con me quando di notte non riuscirò a dormire?» «Sì» «Mi lascerai guardare i cartoni animati?» «Li guarderò con te» «Mi sopporterai quando mi arrabbierò perché premi il dentifricio dal centro?» «Sì. Ma continuerò a premerlo dal centro» «Quando sarò di buon umore e saltellerò in giro per casa come una stupida sarai felice con me?» «Ti dirò che sei scema, ma sarò più felice di te» «E quando sarò triste?» «Ti farò ridere» «Mi dirai sempre tutto anche le cose più insignificanti?» «Niente è insignificante» «Mi aiuterai a scegliere i vestiti?» «Va bene» «Tu mi ami» «Sì» «Perché?» «Perché sì» «E mi amerai anche domani?» «Sì» «E anche il giorno dopo?» «Sì» «Chiedimelo di nuovo» «Vuoi sposarmi?» «Voglio sposarti»
_____________________ (via mihaiguardatapercaso)
Bastava pronunciare un nome, “quel nome”, per vedere il suo sguardo cambiare completamente. A quel punto ho capito che l’amore partirà anche dal cuore, ma poi arriva agli occhi e sei fregato, impossibile negarlo, impossibile nasconderlo, impossibile non sentirlo.
Con Affetto, Vaffanculo.
(via conaffettovaffanculo)
Non avvicinarti troppo, dentro è buio, è dove i miei demoni si nascondono.