Tra pioggia e sole, questa fase 2 sta trascorrendo in modo altalenante, lo stress si fa sentire e il mal di schiena ancora di più.
In mezzo a tutto questo grigio, qualche giorno fa ho rivisto la nonna: era il suo compleanno, mi sono munita di maschera, guanti e amuchina e sono andata a trovarla. Io da una parte del tavolo, lei dall’altra. Non ci siamo toccate neanche per sbaglio ma ero ugualmente felice di averla rivista.
Le ho portato il mio disegno, ho dovuto riciclare una cornice che stavo usando in casa perché non si possono acquistare nei negozi in questo momento a quanto pare. Le ho portato un disegno ma era molto di più: le ho portato un momento di serenità, una boccata di aria fresca in questi mesi di solitudine.
E sono queste piccole cose che ti rendono profondamente felice.
Hanno riaperto le gabbie: del resto era prevedibile che questa storia dei congiunti definiti come “affetti stabili” avrebbe dato la possibilità a chiunque di riunirsi.
Il centro della mia città è pieno come in una normale weekend di saldi con amichetti che cazzeggiano in giro come se niente fosse... a volte non hanno nemmeno la mascherina. Un vero schiaffo a chi sta lottando in corsia tutti i giorni. Ma si sa che questo è uno dei casi in cui si pensa di essere immortali con la scusa del “siamo 70 milioni in Italia, vuoi che venga proprio a me?”.
In questa fase 2, sono finalmente riuscita ad andare dal fisioterapista per la mia schiena che è davvero a pezzi: ho scoperto che non è dovuto allo yoga - e btw oggi completo i 30 giorni con Adriene, prima volta che finisco una challenge in vita mia - ma al mio lavoro e alla mia sedentarietà. Oh già, baby: pare che se stai seduta per 14 ore al giorno tra lavoro e attività casalinghe senza camminare mai la schiena soffra (e non poco!).
Ho preso in mano un libro che spaventa - e non solo perché si tratta di un horror - ovvero Casa di foglie. Un libro esperienza... più che un libro, un trip mentale.
Dedicato alle mie nonne. Una qui a pochi passi da me e che mi ha accolta come fossi sangue del suo sangue, una che mi osserva dall’altra parte della strada, una che non mi ha mai conosciuta.
Tre donne, tre radici, tre famiglie, tre fiori nati per rendere più rigoglioso e bello il mondo...
Sono trascorsi un po’ di giorni dall’ultimo episodio di zona rossa. La fase 1 è ormai giunta al termine e da domani saremo in Fase 2. A noi piemontesi non cambierà molto, le regole sono le stesse di prima e abbiamo l’obbligo di circolare con la mascherina anche all’aperto.
Ho finalmente imparato un metodo per non farmi appannare gli occhiali: basta girare il bordo alto e basso della mascherina di mezzo centimetro e schiacciarla bene sul naso. Non chiedetemi perché, funziona e questo mi basta.
Ho finito le mie scorte di tè e di infusi sfusi, sto pensando di fare un acquisto ma sono scissa tra la Peter Tea House - che ha tantissime varietà ma non puoi acquistare meno di un etto - e il mio spacciatore di tè in centro città (che ha un po’ meno scelta ma quantomeno supporto una realtà locale).
Questa quarantena ci ha tolto molto: ci ha privato dell’affetto dei nostri amici/fidanzati, parenti (in alcuni casi, per sempre), ci ha tolto molta libertà e ci ha tolto anche quelle piccole abitudini che allietavano le nostre giornate.
Questa semi riapertura in fase 2 porta con sé il rischio di trascinarci nuovamente verso il baratro, dall’altro lato rimanere in fase 1 per altre settimane significa mettere al tappeto tutti quanti dal punto di vista psicologico, emotivo ed economico. Una ripartenza responsabile, ecco quello che ci viene chiesto ed ecco ciò che dobbiamo impegnarci a fare: non per noi, non perché lo dice Conte, ma per tutte quelle persone che stanno soffrendo o che hanno sofferto in questa pandemia.
Tra alti e bassi siamo arrivati al giorno 50 di quarantena. L’isolamento sta per terminare, o forse no... sinceramente non mi è ben chiara la situazione in cui verserà l’Italia del post 4 maggio e chi sono i congiunti. Bastava fare una lista del tipo nonni: sì; cugini di 38esimo grado: no; fidanzato: no... sarebbe stato tutto molto più immediato.
Dunque, dal momento che non sappiamo fino a quando ci toccherà restare in casa, ne approfitto per affinare delle abilità o imparare qualcosa di nuovo. Una delle mie grandi passioni è il disegno: non sono di certo una di quelle nate con la matita in mano ma è un’attività che mi piace e che negli anni ho coltivato più o meno saltuariamente.
Ci sono una serie di corsi/attività che sto portando avanti in questo periodo per allenare non solo la mano ma anche la mente che la guida. Le elenco di seguito: magari possono essere d’ispirazione per qualcuno:
Provare mezzi nuovi: sì, le matite le conosciamo tutti, però il mondo è bello perché è vario. In questa quarantena mi sono affacciata al mondo dell’acquarello. Ho iniziato con un set scrausissimo comprato da Tiger per la bellezza di 4€ insieme ad un blocco di carta fatto apposta preso sempre nello stesso posto alla stessa cifra.
Krita & Autodesk Sketchbook: Un altro mezzo a cui mi sto affacciando è il digitale: si tratta di un approccio completamente diverso rispetto all’analogico ma che permette di raggiungere risultati professionali se ben utilizzato. il grande difetto di questo mezzo sta nei software: pensandoci Photoshop e Illustrator sono molto cari. Tuttavia, esistono software completamente gratuiti che offrono la possibilità di fare dei bei lavoretti, tra questi Krita e Autodesk Sketchbook sono certamente quelli che spiccano per accuratezza e vastità di opzioni.
Fun With A Pencil: imparare da chi ne sa più di sé è sicuramente un atto di umiltà che ripaga. Fun With A Pencil è un megalibrone di Andrew Loomis; nonostante sia uscito per la prima volta nel 1939, si rivela un compendio perfetto per imparare le basi del disegno in poco tempo. Schemi, esempi, esercizi: qui dentro c’è tutto l’occorrente per creare personaggi in tutte le salse e per liberare la mente.
Skillshare/Udemy: se un libro non è ciò che fa per te e preferisci passare all’azione, Skillshare e Udemy sono le piattaforme che fanno al caso proprio. Skillshare prevede un servizio in abbonamento che può essere mensile o annuale mentre con Udemy è possibile acquistare i singoli corsi a prezzi praticamente sempre scontati. Vi consiglio The Art & Science of Drawing di Brett Evinston (si parte dalle basi fino ad arrivare al disegno figurativo e ad un corso dedicato interamente alla gestualità).
Jazza’s Arty Games!: dalla mente di Jazza (un illustratore Australiano che vanta uno dei canali YouTube dedicati all’arte più seguiti nel mondo) nasce un’app che stimola la creatività. Sfide, suggerimenti per creare ed uscire dai propri schemi. L’app è a pagamento ma costa un paio di caffè.
Oggi parliamo di una delle mie più grandi passioni: il tè. Non è stato facile innamorarmi di questa bevanda, ci sono voluti anni di tentativi, di tazze svuotate con fatica, per arrivare ad oggi in cui ne consumo in quantità industriali (sì lo so tanto tè non fa bene perché contiene teina e blablabla... ma è buono quindi a posto così).
Una cosa che ho trovato sempre molto strana è l’assenza del tè shakerato in Italia: noi il tè lo consumiamo tendenzialmente all’inglese, ovvero caldo in una tazza; in alternativa, se freddo, è un tè industriale di quelli super zuccherati. Dall’altra parte dell’oceano, invece, si usa molto l’infusione a freddo che viene anche portata a livello industriale con la produzione in serie di tè freddi in bottiglia non dolcificati ma semplicemente derivati dall’infusione di tè.
Oltre ad essere un’alternativa decisamente più salutare rispetto all’estathè o simili, il tè shakerato e il tè infuso a freddo sono perfetti come sostituti dell’acqua (infondo non sono altro che acqua condita) e questo mi è tornato molto utile mentre un anno fa facevo la mia dieta.
Come preparare un tè shakerato?
Beh, la risposta è molto semplice. Prendere una tazzona d’acqua (circa 200ml - anche di più se ne vuoi preparare tanto in un colpo solo!); 4 cucchiaini di tè sfuso. Scaldi l’acqua, infondi il tè (vale anche per le tisane!) per tutto il tempo necessario (genericamente il tè tra i 3-6 minuti, gli infusi tra 5-10 minuti). Successivamente metti l’infusione in uno shaker - o in un contenitore che sia richiudibile in modo ermetico - con 5/7 cubetti di ghiaccio e poi shake it like a polaroid picture!
Come preparare unì’infusione a freddo?
A differenza del tè shakerato, l’infusione a freddo richiede moooolto più tempo: questo perché le foglie rilasciano i loro aromi più lentamente in acqua fredda.
Prendere 1 litro d’acqua e due cucchiai di foglie di tè. E ora lasciare in infusione per:
1-2 ore - Tè verdi
3-5 ore - Tè neri
3-4 ore - Oolong
5 ore - Tè fermentati
Grazie a TeaTips per queste informazioni. Se, come me, sei appassionato di te, segui questo blog ci sono un sacco di articoli interessanti e ben scritti sulla preparazione del tè e le sue infinite varietà.
Ci siamo: dopo quasi due mesi di totale clausura, si passa ad una fase di semi apertura. Inizia la fase 2. L’ha detto il buon Giuseppy questa sera in una conferenza stampa in cui ha distrutto tutte le speranze del povero Silvio dicendo: niente party privati, niente party familiari.
Non è escluso che la curva torni a risalire... ma per ora godiamoci queste piccole libertà - che non sono molte a dire il vero - l’importante è farlo in modo responsabile.
Quest’anno la festa della Liberazione la festeggiamo in casa. A tutti coloro che “ma qvando c’era lvi i treni arrivavano in orario” un sonoro schiaffo. Perché se possono esprimere opinioni così abiette (e tra l’altro illegali in quanto apologia del fascismo) è solo grazie a questo 25 aprile.
Ci sono fatti che non dovrebbero essere opinabili
Ci sono opinioni che potrebbero essere tranquillamente abolite perché la propria libertà finisce sempre dove comincia quella del prossimo.
Per evadere dalla monotonia della quarantena, quando ho saputo il titolo proposto da La setta dei libri per il mese di aprile, mi sono detta perché no? Infondo ho tanto tempo. E così mi sono tuffata in un malloppo di oltre 800 pagine dal titolo Il priorato dell’albero delle arance di Samantha Shannon.
Questo è un romanzo che appartiene al genere fantasy ed è uscito nel 2019 (praticamente un bebè); è il lavoro d’esordio di questa autrice che dovrebbe avere intorno ai 28 anni.
Trama
La trama presentata dai tanti siti che lo vendono è molto semplice: in poche parole, una casata regale secolare, una dinastia di donne al trono giunta alla sua ultima erede, si trova a dover affrontare una minaccia che si pensava sepolta nel passato.
La storia parte dalla corte della regina Sabran, l’ultima discendente della casata dei Berethnet. Alla sua corte troviamo i soliti intrighi, le solite malefatte di chi vuole mettersi al potere, chi vuole rubare il trono... insomma, un po’ tutti i classici sotterfugi a cui Il trono di spade ci ha abituati. A vegliare su di lei, nell’ombra, troviamo Ead Duryan: una ragazza che, per essere una semplice ancella, sa maneggiare un po’ troppo bene le armi ed è in grado padroneggiare le arti della lotta.
Dall’altro capo di questo mondo immaginario, invece, troviamo Tanè: una giovane allieva che si prepara per diventare cavaliere di drago (Miduchi).
Su tutto il mondo incombe una minaccia non da poco: il Senza Nome (sending Harry Potter vibes) sta per risorgere dopo un sonno di mille anni.
Da queste due trame iniziali, si sviluppa un intreccio più complesso che viaggia su 3-4 (a tratti 5) storyline apparentemente distanti ma che, OVVIAMENTE, sono interconnesse.
Recensione
La storia, di per sé, non è male. La trama è avvincente anche se, spesso e volentieri, ricorda altri romanzi del genere: harry potter, trono di spade, signore degli anelli... troviamo un po’ di tutto qui dentro e anche in modo abbastanza palese.
Nonostante il romanzo sia piacevole tutto sommato, ci sono diversi punti che fanno storcere il naso: tra tutti, quello che mi ha dato maggiormente fastidio è la presenza di personaggi inutili. All’interno della trama (soprattutto nei primi capitoli) troviamo dei personaggi che ci vengono fatti apparire come molto importanti per poi scomparire qualche capitolo dopo senza apparente motivo e senza mai fare ritorno. Una presenza che, se non ci fosse stata, non avrebbe di certo cambiato le sorti della trama ma che è servita un po’ come riempipagine.
Alcune pagine scorrono rapide come il vento, altre sono dei mattoni che non finiscono più. Ci si lascia andare in dettagli fini a se stessi, trame che non portano da nessuna parte... insomma, tante pagine potevano essere tagliate, tante pagine potevano essere aggiunte.
Non tutti i personaggi trovano lo spazio che spetterebbe loro: solo i protagonisti - o meglio, le protagoniste - sono persone a tutto tondo con un’introspezione psicologica, gli altri li conosciamo ben poco, purtroppo. A proposito di personaggi, questo si propone come un romanzo al femminile: purtroppo gli uomini sono spesso ritratti come dei bamboccioni buoni solo a fecondare o a piangere. Per fortuna c’è Loth che salva un po’ la categoria altrimenti staremmo freschi.
La conclusione è un po’ troppo semplice sia perché ciò che accade è un po’ quello che ci si aspetta, sia perché i protagonisti hanno vita troppo facile. Sembra quasi ci sia una mano esterna - la mano narrante - che spinge le persone esattamente nel posto giusto al momento giusto. Bon ci bon ci bo-bo-bon!
Voto: 7. L’idea alla base della storia ci piace anche se in alcuni punti pecca di poca originalità. Pollici in su per le relazioni LGBT+ che sono state descritte! I personaggi potrebbero essere meglio caratterizzati (oltre alle protagoniste massime, sappiamo poco degli altri che vi ruotano attorno). Tanti dettagli ti fanno dire embè? altre volte ti tocca dire I want more perché ciò che hai non ti è sufficiente.
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SPOILER SOTTO IL TAGLIO!
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Ci sono un paio di morti seminati lungo il romanzo che mi hanno lasciata davvero interdetta. Uno di quei tipici episodi da wat?
La morte di Kit. Questo povero tizio viene presentato come il miglior amico di uno dei pochi protagonisti maschili, Loth. Tutto bellissimo, amicizia bellissima: appena i due partono per una missione importantissima e pericolosissima Kit muore perché gli crolla addosso una galleria per un terremoto (e già lì... va beh). Questo avviene nei primi capitoli, tutto troppo in fretta e di Kit non si parla più... tranne quando viene data notizia della sua morte, la quale viene liquidata con un sonoro embè? Perché pare non gliene freghi niente a nessuno, nemmeno alla sua donna.
La morte di Lintley, capo delle guardie di Sabran sempre fedele alla corona che rischia sempre la vita per salvare quella della regina. Abbiamo il piacere di apprezzare il capitano Lintley durante tutto il corso del romanzo anche se a questo personaggio viene dato un po’ poco spazio. Il capitano muore durante la mega battagliona finale: lo troviamo in infermeria su un letto con una guancia ricucita. La scena è la seguente:
A: è stato ferito, l’ho ricucito
B: Guarda che è morto
Abbracci e pianti.
Tutto questo nel giro di 2 pagine di kindle tipo. Sembra quasi un tentativo dell’autrice di far sembrare il finale meno roseo: non è possibile che tutti i buoni vincano, facciamo morire anche qualcuno di loro che però non abbia troppa importanza. Pensa, pensa.... Lintley! Perfetto!
Torna l’amato appuntamento con I classici dell’Elfo, grandi spettacoli teatrali proposti online dal milanese Elfo Puccini. Questa settimana due nuove pièce sono comparse sulla solita pagina:
Il giardino dei ciliegi: opera ben nota di Anton Cechov in una versione rivisitata come solo l’Elfo sa fare;
Lola che dilati la camicia: una storia che ho avuto il piacere e l’onore di studiare durante i miei anni di magistrale (grazie al corso di Storia del teatro e dello spettacolo). Una trama toccante tratta da una storia vera il che rende tutto più intenso.
Oggi, se non ho sbagliato a fare i conti, è il giorno di confinamento numero 42. Confinamento decretato dal governo in conseguenza della pandemia globale di Covid-19, malattia provocata dal virus S…
Attualmente lavoro come content manager in un’agenzia di marketing di Milano.
Mi occupo di contenuti per il web: vivo tra social, blog, siti, advertising... Insomma, quelle cose inquietanti che tipo vai su un sito e poi ti ritrovi la pubblicità su Instagram.
Mi sono presa un paio di giorni di pausa dalla zona rossa. Sì, perché dopo 42 giorni di quarantena e due mesi di smart working anche la più creativa delle menti comincia a sentire i primi segni di squilibrio e stanchezza. Per sconfiggere questa stasi, ho deciso di dedicare il weekend a formazione, cibo, gioco alla wii, yoga e pure un po’ di nanna.
Oggi si ritorna a lavorare con il solito tran tran.
Speriamo tutto questo finisca presto.
E bom.
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