Quel giorno dal sapore speciale
Ci sono date che sanno di qualcosa. Hanno un profumo o un sapore particolare. Non tutti, ovvio. Solo alcune, poche. Forse si possono contare sulle dita di una mano. Sono quei giorni che hanno deciso di restarti impressi nella memoria per sempre; quelli che, per quanto possano essere uguali a tutti gli altri, con le loro incombenze e compiti e routine, hanno associato qualcosa di importante, un significato speciale. Non voglio chiamarli “ricorrenze”, perché la gran parte di ciò che viene identificato da tal nome non ha alcuna rilevanza, per me. No, queste date sono diverse, come un volto noto in una piazza gremita di anonimi sconosciuti. Sono differenti perché tu li conosci: sono l’odore della casa di tua nonna in mezzo agli odori di mille altre case. E li riconosci proprio perché portano con se un tratto particolare, una qualità distintiva, un valore aggiunto. Nel mio caso, le mie Date sanno di qualcosa: un gusto, un odore, un mood. Prendi l’11 novembre: il giorno che sa di sale, di whiskey e di pioggia. Mi ci alzo la mattina con questo sapore in bocca, e non posso fare niente per mandarlo via. Niente. Non che io voglia: diresti mai a tua madre di cambiare il profumo dei suoi capelli? Io no: non riuscirei più a riconoscerla nei suoi abbracci. Perché è così che deve essere, anche per l’11 novembre: non lo distinguerei dagli altri giorni se non avesse il gusto salato del pianto e non fosse fradicio di pioggia e lacrime, come me quella sera. Può anche splendere il sole, ma questo giorno resterà sempre il più piovoso dell’anno. Perché la tempesta la porti dentro, e da quella non c’è riparo. Il whiskey viene dopo: è il “dover essere” della giornata. Tullamore Dew, Special Reserve, tripla distillazione, invecchiato 12 anni, comprato a Dublino quattro anni fa. Spesi sessanta euro per averlo, ma solo perché avevo capito “sixteen” invece di “sixty”. Quando glielo dissi, mio padre sbiancò in volto. Decidemmo così di conservarlo per un’occasione importante: sarebbe stato il nostro modo di festeggiare. Lui non l’ha mai assaggiato. Lo stappai io, per la prima volta, da solo, sulla sua lapide, un mese dopo il funerale. Avevo preso trenta a sociologia. Ricordo che mi fece davvero schifo (mi parve di star bevendo benzina), ma ciò non mi fermò dal finire i due bicchieri che avevo versato. Da quella volta, il whiskey è diventato uno dei sapori della giornata. Non una tradizione, perché non l’ho mai bevuto l’11 novembre esatto, ma qualcosa che mi ricollega a lui e a tutte le vittorie che non ho potuto condividerci in questi tre anni. Tre anni. Sembra che siano passati pochi giorni e insieme molti secoli. Ma forse il tempo non ha rilevanza quando perdi qualcuno. È un vuoto perpetuo, un pozzo del quale puoi coprire solo la bocca. La mamma lo fa pregando, io la faccio così, come ho sempre fatto: scrivendo. È il mio modo di pregare, forse. Quindi, ehi, non aspettarti più del paio “Eterno riposo” che lei ci fa dire a tavola. Non sono il tipo, mi dispiace. Ma spero che il Grande Capo (se davvero c’è) mi convalidi come orazioni quelle tue passioni che mi hai lasciato, a tradimento, in eredità: il jazz e la fotografia. Spero che arrivi questo messaggio ogni volta che mi metterò a saltellare come un idiota sulle note di “Jailhouse Rock” dei Blues Brothers o che scatterò una foto bruciata e mossa: “Ti penso”. Perché è così: ti penso ogni volta. Magari non con dolore o sofferenza, anzi, per fortuna quasi mai così. Ma ti penso. E penso anche che non sia giusto che io debba coltivarle da solo, perché una passione è tale solo se puoi condividerla con qualcuno. E mi sarebbe piaciuto condividerle con te: avrebbero sostituito tutte le parole che non ci siamo detti. Non è mai stato semplice comunicare tra di noi, lo sai. Per questo, a volte, ho avuto paura che non mi avresti lasciato niente, che saresti stato una presenza marginale nella mia vita. Non potevo avere più torto. Al giorno d’oggi, conservo di te più tratti di quanti non avrei voluto, come il fatto di essere terribilmente irascibile. Ti ricorda qualcuno? Credimi, in me vive un’enorme parte di te, che siano difetti, virtù, demoni o passioni. Quindi non sarà attraverso la preghiera o il ricordo che renderò gloria alla tua memoria; semplicemente porterò avanti quello che avevi iniziato: combatterò le battaglie con i tuoi stessi demoni, coltiverò le tue stesse passioni, condividerò col mondo i pregi che abbiamo in comune e cercherò di smussare i difetti che ho ereditato. La mia vita sarà il memoriale che ti dedicherò, infine. Stammi bene, vecchio mio.











