In English we say we feel lazy, but in Japanese you can say, 尻が重い which literally means “my butt is heavy.” My butt is heavy. I think that’s beautiful.
In Italian it’s the same. 🤝

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@propriononsaprei
In English we say we feel lazy, but in Japanese you can say, 尻が重い which literally means “my butt is heavy.” My butt is heavy. I think that’s beautiful.
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Auguri.
Volevo scrivere qualcosa di molto semplice, breve e delicato da pubblicare su instagram, per quello che sarebbe stato l’ottantunesimo compleanno di quest’uomo qui nella foto, mentre legge sereno il 22 gennaio di un anno fa, se venti giorni dopo non ci avesse lasciato.
Mi è difficile parlare del dolore in quanto stato emotivo. Sono molto brava a percepire il dolore altrui, e per percepire intendo proprio viverlo sulla mia pelle, interiorizzarlo e soffrire con chi già sta soffrendo. Come se irrazionalmente pensassi che, facendolo mio, io possa ridurne l’intensità a chiunque lo stia vivendo. Offrire conforto. Vivo un dolore mio che però è generato da un dolore collettivo. Per quanto questa caratteristica mi avvicini alle persone, al tempo stesso mi ha allontanata dalla percezione del mio dolore personale. Forse percezione non è la parola esatta. Mi ha allontanata dalla validazione del mio dolore personale. E’ più o meno importante del dolore di questa persona lì e di quella persona là? Posso mostrarlo oppure devo tenerlo da qualche parte perché credo che quella situazione sia peggiore della mia? Il mio dolore merita, dunque, di essere provato? E, nel caso in cui meritasse di essere provato, in che misura? Esiste un’unità di misura del dolore? Non credo. Noi stessi siamo il nostro personale sistema di misura del nostro dolore, e non possiamo misurare la sofferenza altrui, perché appartenente a una diversa scala di valori. Eppure, nonostante io sia consapevole di questa verità, mi sono trovata a scrivere e cancellare più e più volte la didascalia per la foto di mio nonno. Perché, quando si tratta di condividere il dolore, o parti di esso, ciò che risulta automatico fare è mentire, minimizzare? “Sto bene, non ti preoccupare”. Esporsi, mostrare le proprie vulnerabilità è ancora controverso, nonostante ognuno di noi sia vulnerabile. Perché, troppo spesso, essere sinceri riguardo le emozioni di sofferenza viene interpretato come una richiesta di attenzione? Nessuno mi ha mai detto che stessi cercando attenzioni quel giorno in cui ero estremamente felice perché il cielo era tornato sereno dopo una settimana di pioggia ininterrotta. Da qui, il domandarmi con così tanta incertezza se condividere oppure no, e se sì come, qualcosa che rimanda, al dolore, che di esso ne porta una testimonianza.
Un anno fa festeggiavamo l’ottantesimo compleanno del nonno, con quella consapevolezza, a cui non si è davvero mai pronti, che sarebbe stata l’ultima volta. Lui nella vita, come tanti, è stato tante cose: un figlio, un lavoratore instancabile, un ragazzo innamorato e poi un marito, un padre, ma soprattutto, per ventidue anni, e per tutti quelli che ancora verranno, il mio nonno. Ci sono ancora delle volte in cui, se penso a lui, mi viene da piangere. Se chiudo gli occhi lo vedo, il nonno. Vedo le sue mani grandi e forti, la sua passione per la matematica, il suo orgoglio e la sua testardaggine, la cartelletta in cui metteva tutti i disegni e i biglietti che noi nipoti gli facevamo, il modo in cui, con il passare degli anni, fosse diventato una delle persone più dolci ed emotive che io abbia conosciuto. Vedo la sua risata e, ancor di più, come volesse sempre far ridere gli altri. Lo sguardo che riservava solo alla nonna, le nostre discussioni sulla politica, i suoi “perdincibacco”, l’infinita quantità di occhiali che ha cambiato da che io mi ricordi. Quanto gli piacesse ballare, tutte le volte che per insegnarmi il valzer mi ha fatto salire con i piedi sui suoi. Il suo essere invincibile ai miei occhi. Di come tutti dicessero che la nascita di noi nipoti lo avesse trasformato. Il suo farsi la barba tutte le mattine, le camicie a quadri da lavoro, il “pullover”, come lo chiamava lui, per quando faceva fresco fuori. Di come amasse il budino. Ho scritto tanto su di lui, di prima e dopo la sua morte. Soprattutto durante quel limbo degli ultimi giorni in ospedale:
“Cosa vedo? Vedo i capelli argentei scompigliati sulla nuca, quelli che sono sempre stati perfettamente in ordine. Vedo le mani grandi e gentili. Le vedo stanche. Vedo le labbra tese e gli occhi lucidi, adesso, chiusi, riposano. Vedo la linea delle ossa delle spalle, fino a qualche mese fa forti e fiere. Osservo il costato, sotto al tuo pigiama grigio, il movimento incalzante. Come il moto delle onde per anni e anni non si è mai fermato, ha passato le sue stagioni, è cambiato con le lune, è stato docile, è stato in tempesta, è stato libero. Adesso è arrivato il tempo, che di vederlo non ci permetterà più. E’ il tempo del ricordo, dell’ascolto; come si ascolta il mare respirare dentro le conchiglie quando si è lontani. Cosa vedo? Vedo la pelle, ora pallida, malinconica della sua sempre eterna gioventù, anche in vecchiaia. Caro nonno, dimmi, te ne prego, rivelami il segreto della tua giovinezza. Vedo il tuo animo, ti raggiunge gli occhi, partendo dal cuore. Lo vedo attraverso le tue lacrime. Tu ci vedi, anche tu ci vedi. Ci vedi e chissà come pensi ti vediamo noi. Chissà come ti vedi tu. Chissà cosa provi, a vederti così teso tra le corde di una fine che non sai suonare. Chissà cosa si prova a vivere una melodia che ti è stata assegnata, uno spartito che continui a leggere e non lo sai, no, non sai da dove venga la capacità di farlo, perché mai hai studiato per questo esame. E’ un’interrogazione a sorpresa, di cui la vita ne è la professoressa e noi testimoni impotenti di fronte alla tua impreparazione. Chissà se lo sai, come continuerà il tuo spartito. Chissà se sei consapevole che anche i concerti più dolci hanno una coda. Ti guardo, e cosa vedo? Vedo che sei il direttore della tua stessa orchestra. Vedo il violino e la tromba, il flauto traverso e il violoncello. Se ne stanno lì, ma scalpitano per liberarsi dai propri musicisti. Tu sei musicista e direttore e non vedo, non vedo se non puoi, o non vuoi, dargli la libertà. Vedo la tua bacchetta ondeggiare stanca, sento il suo vibrare nell’aria, aria che sposta, flebile, e mi sfiora le guance. Ti guardo, e forse mento quando dico che ti vedo. Sdraiato, rannicchiato, come a difenderti dalle privazioni. Poco fa è entrata un’infermiera simpatica, con i capelli ricci, gli occhiali. Ha detto che puoi bere solo un litro d’acqua al giorno. Per ora, ha aggiunto, prima di uscire. Se solo sapessi, caro nonno. Hai protestato, senza convinzione. La resa appollaiata sulla spalla destra freme. Mi hai guardata negli occhi, i tuoi lucidi. Mi tolgono tutto, mi hai detto, mi tolgono tutto, che vita è? Ti ho guardato negli occhi anche io. Avrei voluto non farlo. Poi ti sei sporto un poco, verso il comodino. Io una sorsata di questo me la faccio lo stesso, hai esclamato prendendo la bottiglietta del tè. Mi hai fatta ridere, e mi sono abbracciata nella tua, nella nostra tenerezza. Ma sì nonno, fai bene. Adesso ti sei spostato un poco, ogni tuo movimento è un mio sussulto, ogni tuo stare immobile un mio colpo al cuore. Non lo so come ti dovrei guardare adesso, perché come si debba guardare lasciando parlare il cuore io, forse, ancora non l’ho del tutto imparato. Non lo so, forse, perché anche io sono arrivata impreparata a questa interrogazione. Come ti guardo sapendo di dover contare gli sguardi al rovescio?”
Sono certa che tante altre persone al mondo sono state speciali tanto quanto lui, e probabilmente anche di più. Ma nessuna di queste è stata il nonno del mio cuore. Il 22 gennaio sarà per sempre un giorno importante, per accettare, per i ricordi che ci stringono in un abbraccio caldo, sui groppi in gola, sulla profondità del dolore, sulle lacrime che non si sanno e non si devono trattenere, per la sincerità delle nostre emozioni, sulla trasparenza di queste, sulla gratitudine dell’amore, per le cose, le persone belle che la vita ci dona.
“Auguri.” - @propriononsaprei on Medium
italian lovers enjoying the summer breeze, 2018 south italy
When it is you who fulfills your expectations, you glow different
“Kiwi walked so Watermelon Sugar could run.”
Piero’s Window - Matteo Massagrande, 2018
Italian b.1959-
Oil and mixed media on board , 23 x 33 cm 9 x 13 in
A Hint of Spring - Seppo Tamminen, 2010.
Finnish,b.1944-2012
Watercolour
lunedì 14 ottobre 2019
I miracoli del corpo umano 🤸♀️🤸♂️🕺
Corteggiamento letterario
Intro: Noto un libro che ho comprato e che non ho ancora letto.
Step 1: con fare galante, lo estraggo dalla libreria e lo porto sul divano con me.
Step 2: lo guardo, lo tasto, lo annuso, ci passo le dita dentro per sentire la consistenza delle pagine. Sfoglio l'indice e l'eventuale prefazione.
Step 3: lo porto in camera da letto, lo poggio sul comodino.
Step 4: dormiamo insieme per qualche notte, ma senza fare niente. Io guardo lui e lui guarda me. La più alta e struggente forma di intimità.
Step 5: inizio a leggerlo piano piano, senza forzare la mano. Le prime pagine e i primi capitoli scivolano con lentezza.
Step 6: ci fidiamo l'uno dell'altro, ci abbandoniamo alla lettura più sfrenata, il ritmo aumenta in modo spontaneo e naturale.
Step 7: il finale ci sorprende, ci commuove, ci emoziona. Non abbiamo il coraggio di girare l'ultima pagina, non riusciamo a separarci.
Step 8: con delicatezza lo rimetto sul comodino. Per alcune notti dorme ancora con me.
Step 9: riprende il suo posto nella libreria. L'amore che mi ha dato mi resterà dentro per sempre.
At what age do you become the definitive version of yourself? – Michael Lipsey
could you ever even become the definitive version of yourself?