Mi manca svegliarmi alle 6 e mezza in ritardo, dopo aver rimandato 5 sveglie in due telefoni diversi, mi manca uscire di corsa dopo aver indossato i primi vestiti trovati sulla sedia, arrivare con il mio abbondante quarto d’ora accademico (concetto che ho provato con tutta me stessa a trasmettere ai cugini francostacanovisti), lo sguardo rassegnato dei medici nel vedermi arrivare per ultima, trafelata, i capelli dritti e con una crisi respiratoria in atto. Mi mancano le divise pulite e sempre di taglie sbagliate, l’odore del gel antisettico, indiscutibilmente la nuova droga del momento, doversi ripresentare ogni giorno a qualche anestesista o infermiere non ancora incontrato. Mi manca terribilmente la sala operatoria, la sua tranquillità e la sua agitazione, i riti, l’odore, il freddo, le posizioni innaturali per tenere gli strumenti e il pensiero martellante dopo 5 minuti di immobilità ‘se non si muovono cedo e mollo tutto, vedrai ora cado sul paziente, mio dio non sento più le dita’, le pause pranzo, quelle buonissime e quelle con spaghetti bolognaise che piuttosto meglio il digiuno. Il caffè schifoso, ma oh alla caffeina non si rinuncia, e il non cedere jamais a chiamarlo ‘espressò’ con simpatici siparietti: ‘un espresso’ ‘quai? un espressòòò?’ ‘ oui, un ESPRESSO’ , passi il Valentinà, ma l’espressò proprio no. Mi mancano persino gli innumerevoli momenti imbarazzanti in cui non capivo il mio interlocutore o peggio non lo sentivo (a quanto pare l’udito dei francesi è molto più sviluppato del nostro, forse per bilanciare l’assenza di papille gustative). Mi manca tornare a casa alle sette di sera, stanca, ma così stanca che il massimo che riuscivo a fare era mangiare una barretta decathlon e andare a dormire, ma soddisfatta per aver imparato qualcosa di nuovo, magari anche piccolo e inutile, ma nuovo. La prima ammissione, la prima cartella, la prima visita da sola, la prima visita in grazia di dio da sola, la prima volta che sono riuscita anche a chiacchierare con il paziente e non solo a leggere le mie domande scritte sul taccuino, quando una signora anziana mi ha detto che somigliavo a sua nipote, o quando sono entrata nella stanza di un signore di 90 anni già immaginando serie difficoltà comunicative e invece Monsieur Valentin oltre avere il mio stesso nome si è rivelato un simpaticissimo amante della Sardegna. Mi mancano i bambini che mi hanno teso la mano o sorriso o guardato storto, la prima sutura, e la seconda, 7 punti su una gamba, abbandonata da sola con il paziente e il cuore che sperava solo nel ritorno dello specializzando a controllare che non avessi storpiato il povero cristo, ma niente, quindi che fai? finisci, pulisci tutto, sorridi al paziente e preghi che i punti reggano. La prima presentazione allo staff, con la voce che trema, e probabilmente nessuno che ha capito il mio francese scadente, la prima volta che mi hanno insegnato il lavaggio sterile e la prima volta che mi sono resa conto che la sala non era più un posto mistico (e diciamocelo un po’ spaventoso), ma un posto in cui mi sentivo perfettamente a mio agio. Per non parlare della prima diagnosi e del primo ECG che non sembrava solo una linea nera su sfondo rosa ma ehi in effetti ha senso (ce non troppo, ma un po’ si), il primo cuore che, come una macchina perfetta, batte sotto i miei occhi, e il 20esimo che però fa sempre lo stesso effetto, e le ansette intestinali che cercano di uscire durante la prima laparatomia. Le battute con gli specializzandi, e gli strutturati che ti insegnano, ti spronano, ti considerano parte del team, le infermiere che in sala ti trovano la posizione migliore per vedere l’intervento e che sottobanco ti regalano fili e kit da sutura. La Francia, anzi l’Alsazia, in soli nove mesi mi ha dato tantissimo su tutti i fronti, ma non posso non considerare primario il fronte lavorativo, mi ha ridato fiducia in quello che voglio fare, entusiasmo in qualcosa che stavo continuando a fare più per abitudine che per passione, mi ha ricordato ‘perchè’, perchè tutto questo studio e sacrificio, mi ha ricordato l’obiettivo e ha anche dato forma a questo obiettivo. Ora so cosa voglio diventare, so quale voglio che sia il mio posto. E per questo non smetterò mai di ringraziare tutte le persone che ho incontrato in questi ospedali che sono stati un po’ casa, persone che in un modo o nell'altro hanno contribuito ad aiutarmi in questo percorso, chi con un sorriso, chi con una lezione, una domanda difficile a cui non ho saputo rispondere, dandomi una mano quando ero persa e negandomela quando ero pronta solo che non lo sapevo. Grazie a tutti, anche se non lo riceverete mai, mi sento in dovere di scriverlo e dirlo e urlarlo al mondo, grazie.