Tremolante come me, come il mio occhio. Un sussulto appena in gola, un tuffo al cuore, un misto di spavento e stupore. Questo sei stata alla fine. Per quanto tempo ti sei mantenuta su queste frequenze d’orrore, a quanti hai nascosto il tuo sguardo schermandoti con le mani, facendoti crescere la frangia fino alle gote? La risposta la sappiamo già. È inutile ricostruire i dettagli della tua vita se non puoi più fare ritorno. Confondo la mia sagoma con la tua, è un fluire di veli e colori e mani intrecciate. Confondermi con te mi serve a capirti meglio, a rimettermi sulle tue tracce.
Hai lasciato intorno al luogo della tragedia tante impronte. Il tuo sangue è stato lavato via, così come i resti delle ossa, ma è rimasto lo stesso qualcosa: un alone scuro, un frammento di ultime memorie, il tuo ultimo pensiero, le tue ultime parole. Non so molto di te, non ho la conoscenza materiale dei tuoi giorni migliori, delle tue vittorie e delle tue gioie. Abbiamo condiviso pochi giorni in fondo, faticosi e densi. Giorni di sentenze, di attesa. Le giornate non scorrevano tutte uguali, erano un crescendo di gravità, di pesantezza. La luce giorno dopo giorno si faceva sempre più fioca, ne volevi sempre meno intorno, non volevi più lasciarti inondare d’energia. Scaldarti al sole era diventato un insulto verso te stessa perché ti distoglieva per un attimo dal tuo compito, da quello che per te in quel momento aveva la massima importanza, dal tuo groppo.
È difficile perfino bere un sorso d’acqua quando penso a te. Non potevo prevedere la tua fine, non riuscivo a leggerla nei tuoi occhi, ero talmente presa dal presente, da me stessa, dalle mie contorsioni mentali. Dividevamo la stessa stanza eppure non vedevo il fondo della tua disperazione. In quella situazione anomala il tuo comportamento mi sembrava normale, consono al luogo. Non ho mai pensato a quel soffitto come al coperchio di una bara, lo spazio fisico di quella stanza non è mai stato un sarcofago. Tu vivevi e anche io ero in vita. Quell’oscurità non mi ha mai disturbato. Forse avrei dovuto esserne turbata, allertare tutti, stare maggiormente in ascolto.
Quando mi hanno dato la notizia è stato come se avessero sparato un colpo di fucile in aria. La mia quiete apparente è stata squarciata, ma non me ne sono resa conto subito. Ero troppo sedata per capire. Troppo distante e ovattata per reagire, per puntare il dito, accusare o anche solo per piangere. Lo chiamai gesto di libertà il tuo, un gesto estremo di libertà e autodeterminazione, in una di quelle assurde riunioni plenarie. Ho dato la parola alla razionalità in quell’occasione. Forse non volevo dare in pasto agli altri il mio ricordo di te. Io sono stata una delle ultime persone con cui hai parlato, con cui hai condiviso l’ora d’aria.
Spero che il pensiero che ti rivolgo non si tramuti in alcun modo in un’autoaccusa, una spada in gola. Sarebbe inutile e distruttivo. Non potevo fare niente, non ero nelle condizioni di aiutarti, proteggerti. Proteggerti poi da cosa? Da te stessa? So fin troppo bene che questo è impossibile, è pretendere troppo. Confinate come eravamo, a terra, umiliate e offese, non avevamo alcuna voce in capitolo. Forse il tuo è stato un gesto di forza e di sfinimento insieme. Un modo per mettere un punto definitivo alla tua storia, alla tua voce, o un modo per non nuocere. Un gesto d’abbandono nei tuoi confronti e di difesa verso i tuoi cari.








