Sempre le stesse metafore fruste, ho sempre le stesse immagini rapprese. Una cartina tornasole di ciò che sarà? O di ciò che è stato? Preferisco di gran lunga questa ultima opzione. Incontrami pure nel deserto, o nel bel mezzo di una valanga, non fa differenza se non per la temperatura percepita e il diverso orientamento dei venti. Incontrami lungo la via, sono Caronte che ti porta fino alla riva opposta, incontrami nelle profondità dell’oceano circondata da alghe come fossero liane della giungla.
Non capisco tutto questo accanimento, l’inutile accanimento terapeutico, insufflare farmaci nelle vene svuotate e bianche. Ricordo come mi stringesti la mano, prima di sprofondare, sembrava che volessi darmi una benedizione. Il tuo gesto era di riconciliazione con la vita e di presa di coscienza della morte. un raggio pallido ti attraversava il viso, tutto era candido in te, la mano amabilmente solcata, la vestaglia, gli occhi appena ombrati di grigio e la lanugine delle guance.
Non posso dimenticare i tubicini al naso, il tuo assentire muto alla domanda sul tuo stato con un breve cenno del capo, come quello del soldato morente, del combattente che sa di aver fatto il proprio dovere fino in fondo e non sa dove è diretto, spiazzato nelle ultime ore di vita, non sa se lo attenderà una nuova landa di lacrime e di battaglie con altri guerrieri giunti in quel posto ,senza domandarsi il perché e il come , a condurre l’eterna guerra degli spiriti della valle.
Turbinano nella corrente, una sfera di anime che si aggrovigliano e armeggiano con le lance e gli scudi senza sosta, senza posa.
Credo nell’inevitabilità della lotta in vita, ma che questa possa anche spostarsi in una dimensione extrasensoriale lo trovo terrorizzante.
Dicevo che come un guerriero hai seguitato a parare i colpi e ad attaccare quando il momento era propizio: i conflitti con te stessa erano i peggiori, così come quelli con il mondo intero, con gli angeli e i demoni che immaginavi, ai quali ti univi e con i quali tessevi dialoghi senza capo né coda, o magari ben articolati, chi lo sa cosa si agitasse nel fondo della tua anima?
Potevo solo ammirare la tua prontezza, il tuo sguardo di acciaio e di velluto, le unghie incrostate di terra tipiche di chi ha vissuto facendosi largo a fatica tra le erbe spontanee, cercando di dare una forma compiuta agli oggetti. Immersa da sempre nella concretezza, ti ci tuffavi a capofitto e di ogni evento sapevi cogliere luci ed ombre.
Ti voglio ricordare così, con il tuo vestito di ogni giorno, le solite occupazioni, il sorriso senza malizia, pieno di franchezza. Il sorriso che abbozzavi prima timidamente poi con risolutezza ti illuminava tutta, ti accendeva, era come la fiammella che si agita nell’oscurità circostante, un lampo di allegria nelle giornate vuote e monotone.
Non riesco a fare a brandelli il passato, non mi libero delle istantanee e dei negativi, come vedi sono ancorata, radicata nei luoghi della memoria. Un albero che si innalza tanto da raggiungere potenzialmente il primo fulmine, un sasso che atterra al suolo non barando sulla propria natura. Ecco da cosa sono animata, dall’energia che fluisce e ridesta pensieri che credevo sepolti. Tutto quello che è accaduto, trova il proprio senso, il proprio verso, sono sicura che dopo tante peregrinazioni tu sia approdata a questa conclusione ben prima di me. Me l’hai trasmessa ed io la custodisco come bolla fragile sempre sul punto di frantumarsi al suolo, ma che sa riflettere tutti i colori del mondo.