Le suicide est un mot mal fait; ce qui tue n’est pas identique à ce qui est tué.
Théodore Jouffroy
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Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
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Le suicide est un mot mal fait; ce qui tue n’est pas identique à ce qui est tué.
Théodore Jouffroy
hic sunt leones
Ci sono confini a questo mondo. Limiti ben precisi, valicabili soltanto a un prezzo: se li superi non puoi più tornare indietro. Cambiano da persona a persona e nessuno sa esattamente dove siano i propri finchè non se li lascia alle spalle. Ma sono lì per tutti, chi dice che non esistono è solo perchè ancora non c'è andato abbastanza vicino.
Vaulot&Dyèvre - Sunlight Pills
WiFi e Morte
Sarà che sono rimasta più di trenta ore senza WiFi. Oppure sarà che la prima roba che ho fatto quando è tornato è stata mettermi finalmente a guardare The Conjuring. Comunque sono le quattro e quarantotto e sono perfettamente sveglia, nonostante generose dosi di clonazepam e melatonina.
La docking station sul comodino ieri sera ha iniziato a fare strani rumori. In realtà non so se li avesse mai fatti prima senza che io me ne accorgessi. A dire il vero non so più nemmeno se sono veri o se me li sto immaginando. Saranno tre ore che sono qui avvolta nel buio, a intervalli vagamente regolari, diciamo ogni venti minuti, la docking station emette una specie di lieve crepitio, un misto attutito di ossa rotte e cigolii di porta. Ed è una cosa semplicemente inspiegabile. Perchè il volume è a zero, la radio è in ogni caso spenta, il telefono non è inserito e l'allarme nemmeno. Al momento è un semplice orologio digitale con luce. Eppure fa questi versi, lamenti, avvisi di cedimento, vai a capire.
E anche se sembra più un rumore di assestamento che un'interferenza elettrica, quando inizi a sentire questo genere di rumori nel silenzio assoluto ti rendi conto che il silenzio non è poi così assoluto. Per niente. Inizi a sentire distintamente il sibilo dell'elettricità correre nei muri, il fischio ultrasonico del nuovo router nella stanza accanto, il ronzio di fondo che avvolge la città. E inizi a pensare alle onde radio, alle onde elettromagnetiche, alle microonde, al wifi e alla morte. Wifi e morte nella mia mente sono due entità strettamente collegate: in assenza dell'una si fa strada l'altra.
Fergus
Mani ruvide, capelli rossi, stivali di fango.
madri straniere
La sera che la madre di Moa ha chiamato ci stavamo ubriacando lentamente dopo che l'ennesima interview era andata com'è andata. Mentre Moa parlava al cellulare in questa sua lingua incomprensibile, che però intuivo fosse strascicata dall'alcol almeno quanto il suo inglese, io e la mia classe innata continuavamo a scolare vodka direttamente dalla bottiglia. Così, in piena sbronza triste, Moa ha iniziato a raccontarmi di sua madre, usando lo stesso tono tra l'amareggiato e il divertito che uso io parlando della mia. E più raccontava, più punti trovavo in comune. I suoi sono divorziati da più tempo, ma prima vivevano a poca distanza e lei andava e veniva dall'uno e dall'altro senza problemi. Poi sua madre col nuovo compagno ha voluto tornare in Norvegia e lei ha dovuto seguirli, finito il liceo avrebbe voluto tornare in Svezia, ma il padre le ha fatto capire che non c'era posto. Ora che è a Londra da meno di sei mesi, la madre sta già pensando di sbarazzarsi della sua roba per trasformare la camera nella nuova "craft and sewing room" dei sogni.
Fast forward due settimane da quella sbronza triste e siamo qui insieme, nella camera mansardata di una casetta fuori Oslo, con una pioggia sottile sottile che minaccia di trasformarsi in neve per quando dovremo ripartire. La camera è accogliente, e le foto sul muro sembrano felici. Abbiamo dormito qui insieme stanotte, il letto è grande e caldo. Gli abitanti della casa sono via in questi giorni e noi ne approfittieremo per raccogliere le cose più importanti, prima che vengano donate o diventino materiale per qualche progetto di cucito. Dev'essere bello salvare i ricordi di qualcuno. E mi sento allo stesso tempo curiosa e timorosa ad avere accesso così illimitato all'intimità di una persona che infondo appena conosco.
di come la vita a volte ti risucchia e poi ti sputa
Non venivo su tumblr da... beh dall'ultimo post. Quando passa più di una settimana senza ch'io entri, almeno per guardre la dashboard, è perchè mi stanno succedendo cose stupende o tremende. Sta volta è la seconda. Ma, come al solito, per qualsiasi persona che non sia me i miei problemi sono fonte di ilarità. In effetti l'unica "cosa" che è davvero successa è che sono entrata nel ciclo di macellazione delle job interviews. In due settimane ne ho fatte ventisei. Che è tantissimo, soprattutto considerando che dopo le prime due ho aspettato tipo quattro giorni senza presentarmi più da nessuna parte, rinchiusa nella mia bolla fatata, sicura che avrei avuto un riscontro. E invece ovviamente no, ingenua io a farmi certe illusioni, avevo una specie di buon presentimento ma cos'è un presentimento di fronte allo sheer number di competitors che ogni giorno sono lì per il tuo stesso posto! Il fatto è che sento di avere una carica positiva limitata. Il mio ottimismo va scemando a ogni "we'll let you know", do via un po' di speranza insieme a ogni cv, e ogni volta che fallisco mi sento più stupida per aver pensato di potercela fare alla pari di chiunque altro, e mi sembra di sentire i te l'avevo detto di mia madre. Quando oggi sono tornata dalla ventiseiesima intervista-flop ero uno straccio, mi sono messa a bere rum e a imprecare, Fede ha commentato "you're overqualified" e ha riso per circa cinque minuti. Domani ho deciso di fermarmi per un giorno, spero di ricaricarmi.
wish me luck
Il vago ricordo dell'ultimo post mi è tornato ieri, ma avevo troppo da fare per occuparmene. Sono passata adesso per controllare se e cosa avevo postato. E sì, avevo davvero postato, sbrodolato cazzate. Ho deciso di cancellare, ma ho tenuto Seventeen Years dei Ratatat. Modestamente anche da brilla scelgo musica passabile. E l'accuratezza delle tags fa quasi paura, avrei dovuto scrivere il mio extended essay in stato di ebbrezza. Per il resto nulla. Domani parto alle due e arrivo alle due, spero di scomparire insieme a quei sessanta minuti, risucchiata nel sedile dal cambio di fuso. Sono stanca, elettrizzata, felice, spero di non mandare tutto a puttane. Ho i capelli distrutti dal sale e la prima interview è lunedì.
fiumi di birra
Sono alla terza birra della sera, credo la settima della giornata. E non è solo stasera, in due settimane sono ingrassata di quasi due chili. Ma miserie a parte, grazie al totale disprezzo di Fede per la mia privacy postale so che oggi è finalmente arrivato il mio National Insurance number, sono ufficialmente una contribuente di Sua Maestà. Ancora otto giorni e dovrò riattraversare la manica, assumere un'apparenza professionale, trovare dei vestiti presentabili, e rendermi, preferibilmente in orario, alle prime due job interviews. Intanto - sempre che i miei ospiti continuino a sopportarmi, sempre che il tempo si aggiusti, sempre che il mio corpo non si ribelli ed esploda - credo che passerò anche questa settimana a ingollare quantità imbarazzanti di croissants e birra belga, e a fare kitesurf. In quest'ordine.
Ihab vuol dire dono
Nella notte fra il quattordici e il quindici è morto in Egitto un ragazzo che Fede conosceva. Io non lo conoscevo. Una volta l'ho salutato mentre si parlavano su Skype. Se non lo avessi visto in faccia, quei dieci secondi, sentirei uno sconcerto altrettanto forte? Forse no. Forse è anche per questo che il mondo ancora non è cambiato. Se non è abbastanza vicino non ci riguarda.
Articolo e galleria fotografica non per tutti. Tutte le foto sono di Mosa'ab Elshamy.
Il canto del delfino
Ha piovuto. Non so bene che ora fosse, ma piuttosto presto. Anzi non so nemmeno se sta ancora piovendo, è difficile dirlo da qui, con la finestra chiusa, il cielo buio e la strada giù che ancora scintilla. Eravamo fuori quando ha iniziato. Io e Moa, una svedese totalmente pazza che ho conosciuto ieri. Siamo scappate sotto la pioggia insieme a Chris, il tipo con cui Moa stava parlando, che abita a due isolati.
Ci siamo asciugate insieme, Moa e io, qui nel bagno, ci sono ancora le gocce a terra. Lei si è anche rifatta il trucco, io mi sono solo ripulita il mascara. Poi con Chris abbiamo parlato di stronzate, bevuto, e ascoltato musica soul anni '70. Non so quanti minuti sono passati da quando Moa mi ha rovesciato addosso il suo deprecabile beverone di vodka & cola e io sono corsa in bagno. Sicuramente più di un quarto d'ora. Stavo uscendo dal bagno dopo essermi asciugata la gonna quando li ho sentiti. Anzi, ho sentito lei, squittire come un delfino in calore. Credo sarà una cosa lunga.