Vieni con me.
Andiamo in un paese sconosciuto
restiamo là tutta la primavera tutta l'estate
fin che potremo.
E tu mi guarirai.
Gabriele D'Annunzio

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Vieni con me.
Andiamo in un paese sconosciuto
restiamo là tutta la primavera tutta l'estate
fin che potremo.
E tu mi guarirai.
Gabriele D'Annunzio
21 marzo 2019 ~ Specchio
Mio fratello mi ha confessato di star scrivendo una fanfiction. Scrive. Come me. L'emozione è stata grande e innegabile.
Da bambino spesso e volentieri lo vedevo, lo pensavo, come il mio perfetto opposto, una fiamma che si contrapponeva all'ombra della sottoscritta. E invece adesso più lo guardo più mi sembra di guardare uno specchio . Oltre il fuggevole riflesso la concretezza del sangue.
Always and Forever.
• III
Il silenzio è un fantasma che ti perfora le orecchie.
Io sono Hector Horeau e vi odio. Odio i sonni che dormite, odio l'orgoglio con cui cullate lo squallore dei vostri bambini, odio ciò che toccano le vostri mani marce, odio quando vi vestite per la festa, odio i soldi che avete in tasca, odio la bestemmia atroce di quando vi permettete di piangere, odio i vostri occhi, odio l'oscenità del vostro buon cuore, odio i pianoforti che come bare popolano il cimitero dei vostri salotti, odio i vostri amori schifosamente giusti, odio tutto quello che mi avete insegnato, odio la miseria dei vostri sogni, odio il rumore delle vostre scarpe nuove, odio ogni singola parola che avete mai scritto, odio ogni momento in cui mi avete toccato, odio tutti gli istanti in cui avete avuto ragione, odio le madonne che pendono sui vostri letti, odio il ricordo di quando ho fatto l'amore con voi, odio i vostri segreti da niente, odio tutti i vostri giorni più belli, odio tutto quello che mi avete rubato, odio i treni che non vi hanno portato lontano, odio i libri che avete lordato con i vostri sguardi, odio lo schifo delle vostre facce, odio il suono dei vostri nomi, odio quando vi abbracciate, odio quando battete le mani, odio quel che vi commuove, odio ogni singola parola che mi avete strappato, odio la miseria di quel che vedete quando guardate lontano, odio la morte che avete seminato, odio tutti i silenzi che avete straziato, odio il vostro profumo, odio quando vi capite, odio qualsiasi terra che vi abbia ospitato, e odio il tempo passato su di voi. Ogni minuto di quel tempo è stata una bestemmia. Io disprezzo il vostro destino. E ora che mi avete rubato il mio, solo mi importa sapervi crepati. Il dolore che vi spezzerà sarò io, l'angoscia che vi consumerà sarò io, il tanfo dei vostri cadaveri sarò io, i vermi che si ingrasseranno con le vostre carcasse sarò io. E ogni volta che qualcuno vi dimenticherà, lì ci sarò io. Volevo poi solo vivere. Bastardi.
Castelli di rabbia, A. Baricco
Tanti saluti da un'elegantissima Will dall'ospedale.
Memorie di stille impazzite
Dal diario di Hay Lin
Ricordo molto bene la prima volta che incontrai Irma; eravamo all'asilo e i miei occhi erano ancora umidi dei lucciconi mentre portandomi il pollice alla bocca continuavo a rantolare Mamma. Alla fine i primi giorni di scuola di un bambino si assomigliano un po' tutti.
E poi c'era lei; quella bambina paffutella col grembiule ancora macchiato di cioccolato che mi additava "Ti gocciola il naso, ti gocciola. Sei un fontana" Premurandosi di canzonarmi ad alta voce e facendomi oggetto dell'ilaritá di tutti: ma ero troppo intimorita da lei anche solo per pensare di odiarla. Il secondo giorno andò anche peggio: voleva costruirsi una mini piscina con le mie lacrime per farci galleggiare la barca - tappo di colore azzurro. E io non reagivo, semmai facevo cadere qualche lacrima in silenzio sperando non se ne accorgessero. Un giorno alcuni bambini mi presero da parte con lo scopo di allagare la classe con le mie lacrime così da uscire tutti prima, e cominciarono a darmi dei pizzicotti.Accadde allora: con le mani serrate sui fianchi la bambina paffutella afferró l'orecchio a sventola del pel di carota 《Le fontane sono un bene pubblico e se le danneggi finisci in galera, lo sai questo?》 Il bambino vacilló per un attimo ma non demorse 《Ma sta zitta che lei non è una fontana. Piange come una fontana semmai. Una specie di alieno piagnucoloso》La ragazzina alzò il ditino e con fare esperto spiegò 《Ma perché lei non è un alieno ma un cucciolo di drago. Non li avete mai visti appostati sulle fontane o sulle insegne? Ecco, lei un domani sarà una di loro》 E indicò con un cenno del capo il piccolo ricamo orientale sul mio grembiulino. Credevo che nessuno lo avesse visto.
O che a nessuno fosse importato.
A quella bambina invece sì; e capii che la sua non era cattiveria ma incontenibile e genuina vitalità. E in quanto tale starle appresso poteva significare un'altalena lunatica di capricci e carinerie, un po' come li porta il vento.Cominciammo così, tra lacrime e periodi ventosi sempre più unite - tanto da non accorgerci di essere diventate inseparabili.Era stato tutto così naturale. ...
Come spuma d'onda che s'incastra nella brezza marina ricavandone gradevole odore peculiare. Di Acqua e di Cielo.
STGM III (Atto I)
Aisha era scomparsa. Quando l'aveva saputo le erano tremate le gambe e la terra, in cui la sua Essenza affondava solide radici, d'un tratto aveva cominciato a risucchiarla; la tenera Madre si era fatta Matrigna nel gorgo che sembrava trascinarla sempre più in basso - nelle viscere del proprio Dolore. Ma la verità era un'altra. La Terra e la Natura erano e resteranno madri amorevoli della loro Custode senza tuttavia poterla preservare dall'angoscia del turbamento che notizie come questa sanno infliggere. Flora non capiva: la principessa di Andros era la sua migliore amica dunque perché allontanarsi senza avvisarla? Era anche vero che da quando la sventura nella forma della carestia che aveva preceduto poi un misterioso morbo, si era abbattuta su Andros, la giovane Fata era diventata sempre più sfuggente fino a trincerarsi dietro una preoccupante <del>assenza</del> silenzio che nemmeno lei era riuscita a penetrare. Alla Corte erano tutti preoccupati per la sua sorte soprattutto a causa del NoMor; era così stata battezzata la malattia nel sangue delle sue vittime. A sentirlo sembrava il nome di un qualche demone ancestrale e in un certo senso lo era: chiunque ne fosse stato contaminato nel giro di una settimana avrebbe avuto le membra consumate dalle pustole e gradualmente avrebbe perso il raziocinio, ma non sarebbe morto - non ancora; ridotto a un ammasso di carne purulenta e sofferenza un'innaturale ferocia avrebbe esasperato i suoi istinti al punto da spingerlo a cibarsi di altri suoi simili nel tentativo di alleviare la fame e l'agonia nel modo più basilare. NoMor, non ancora morti e non più vivi. Zombies li avrebbero chiamati sulla Terra secondo Bloom. <i>Popolo</i> li chiamava Aisha: sudditi, amici, parenti. Che ora stavano lì a disperarsi. Ce l'aveva ancora negli occhi lo scintillio della chioma fulva di Tressa ardere nella luce d'un pallido sole con un sudario di lacrime a offuscarle il viso abbronzato - <i>quegli occhi contenevano l'oceano, erano Oceano e non avrebbe smesso di piangere mai, mai</i>. Era alta e così minuscola Flora ora che stava percorrendo quel sentiero con le sue amiche e quella giovane che nemica non è ma non è certo amica. Più che altro per come si comportava più che per innato pregiudizio. Oltre lei c'erano Bloom, Musa, Tecna e la strega di nome Elle; Stella si era rifiutata categoricamente di allontanarsi da Solaria e dal suo agonizzante padre. E forse era meglio così, meglio che si fosse risparmiata quest'altra preoccupazione a pesarle addosso, macigni sotto i quali l'animo leggero della principessa di Solaria rischiava di frantumarsi in infiniti e piccolissimi cristalli di luce malinconica. Stavano percorrendo un sentiero attraverso il bosco, una striscia di terra su cui i ciuffi d'erba stavano diventando sempre più numerosi e ampi a testimoniare la volatilità della presenza dell'Uomo e l'imponenza della forza dirompente con cui la Terra si stava riappropriando di ciò che era suo, con dita di legno d'alberi dai lunghi fusti che culminavano in rami contorti su cui le foglie lambite dal vento cantavano inni gioiosi a un cielo limpido che s'intravedeva appena da lì in basso. Eppure era bellissimo. Gli occhi di Flora non potevano incontrarlo ma poteva <i>sentirne</i> la bellezza nel calore con cui baciava le chiome rigogliose, nel tripudio della natura tutta che li circondava, fitta e selvaggia, traboccante di Vita che palpitava nella linfa degli alberi, tra i petali di esotici e colorati fiori, nel frullare delle ali degli uccelli i cui versi riecheggiavano nella tiepida penombra. Una grandezza terribile e stupenda. No, non avrebbe dovuto consentire alla lietezza di levigare i suoi crucci o si sarebbe sentita in colpa verso Aisha; eppure era proprio quella sintonia elettiva che aveva con la selva a far sì che il suo animo brillasse della luce riflessa di tutta la gloria della Natura, mentre nei suoi sensi spontaneamente protesi verso quel paesaggio affascinante vibravano energie in frenetici alleluia. Non riusciva a sottrarsi al benessere così razionalmente peccaminoso, così istintivamente giusto - <i>come puoi negare la Verità dei battiti del cuore?</i> Non poteva. E non appena si fossero allontanati da quello che era uno dei pochi boschi di Andros - pianeta perlopiù marino - allora avrebbe avuto modo di espiare nelle sferzate d'un inesorabile rimorso elevato a potenza. 《Stando a quanto ci è stato riferito da queste parti dovrebbe esserci un villaggio》 Bloom s'interruppe mordendosi il labbro inferiore e spostando gli occhi azzurri verso la cadaverica Strega 《Uno dei pochi ancora risparmiato da NoMor. Sei sicura che in tutto questo non c'entri...》 Si bloccò. No, non aveva il coraggio di pronunciare quel nome, non ancora non di nuovo. 《Valtor? Sinceramente non lo so, ma non mi stupirebbe》 Elle alzò le spalle senza nemmeno rivolgerle un'occhiata; Tecna le stava precedendo di qualche passo lasciandosi andare a qualche imprecazione ogni qualvolta il palmare s'inceppava, ma non perse tempo a rischiarare con la nettezza della logica la torbida nebbia paranoica che aveva preso ad addensarsi da quando avevano saputo chi era il nemico da dover combattere - un'altra volta 《Non ne abbiamo la prova. Non sappiamo nemmeno se quello che dici, Elle, è vero; non sto insinuando la tua malafede, però magari potrebbe non essere così. Insomma, ci vogliono elementi concreti》 Elle sbuffó e alzò gli occhi al cielo spazientita 《Ricordatemi di preciso perché ho scelto di seguirvi nel rintracciare la vostra amica》 ringhió tra sé e fortunatamente non si accorse di Musa che se la stava ridendo sotto i baffi nell'udirla borbottare. La luce che filtrava attraverso le foglie stava divenendo sempre più intensa allargandosi in pozzanghere che divenivano distesa lucente man mano che la vegetazione si diradava; 《Ecco, quello dovrebbe essere il villaggio》annunciò Tecna allungando il braccio a indicare un punto non troppo lontano della radura che si spalancava davanti a loro, lì dove brillavano i colori vivaci di basse e modeste costruzioni rurali, di contadini e artigiani.
Avanzarono in silenzio e sotto i loro passi il sentiero si faceva via e serpeggiava tra edifici in pietra e muratura dai tetti spioventi, un'unica linea che correva dritta e poi s'incurvava, si diramava nella geometria umile d'un paese che a stento raggiungeva il centinaio d'abitanti. E tuttavia c'era qualcosa di strano - una mancanza. Non c'erano suoni al di là dello scricchiolio delle loro scarpe e l'affanno dei respiri in petti accaldati sotto i raggi d'un sole cocente; un sole maligno nella cui luce quel luogo si era prosciugato. Flora strizzó gli occhi e li levò verso l'alto storcendo istintivamente il nasino nel materializzarsi d'un vago quanto sgradevole sentore. Si fermò subitaneamente mentre le altre continuavano a macinare metri e a guardarsi attorno spaesate - come se fossero loro a essersi perdute. 《Aspettate》 Quella della Fata dei Fiori sembrava più un'implorazione mentre si portava le mani ai lati della testa e abbassava le palpebre: cercò di richiamare a sé la concentrazione necessaria a entrare in contatto con la terra riarsa, lasciando che il proprio spirito scivolasse al di sotto dei propri piedi fino a infiltrarsi nel terreno, e poi ancora più giù nelle profondità fino a raggiungere l'inestricabile intreccio di radici e seguirle, inseguire quella traccia fetida, estremamente sgradevole che le sue narici avevano catturato. Non avrebbe voluto, si avvicinava molto alla violenza l''ostinazione con cui cercava di riempirsi l'olfatto di quella scia fino a poterne avvertire il retrogusto rancido sulla lingua, per scandagliarla e arrivare a conoscere cos'era quella sorta di marcescenza - <i>aveva quel sapore la mancanza di vita?</i> Così orrenda, così orrenda... Anche Tecna sembrò intuire qualcosa e prese a occhieggiare attorno furtiva frattanto le dita esperte si muovevano rapide sul palmare. 《Ma che sta succedendo?》 Intervenne Musa attirandosi l'ennesima occhiataccia di Elle 《Davvero ti sfugge, Fata della Musica?》 inarcó sarcastica un sopracciglio e con un cenno del mento indicó il paesaggio circostante 《Questo è praticamente un paese fantasma e l'aria puzza di morte》 Concisa e diretta, forse troppo. Bloom fu scossa da un brivido e Musa sussultó, lasciandosi andare a un rantolo turbato 《Questo silenzio...》Era innaturale. La faceva stare male. Non lo disse ma la sua espressione contratta lo palesava. Nulla di quel luogo apparteneva più alla Vita. Tranne loro. 《NoMor》Una sola parola scaturita dalle labbra di Tecna mosse appena nel modellare il sospetto impadronitosi della mente di tutte; e sulla sua bocca aveva il rintocco della sentenza. Dal piccolo drappello sembrò levarsi un unico sospiro preoccupato. Intanto Flora aveva riaperto gli occhi e guardava nella direzione d'uno spiazzo che probabilmente costituiva il cuore pulsante del piccolo centro abitato che era stato. Il disgustoso olezzo sembrava sprigionarsi da lì, emanarsi ed espandersi gradualmente soffondendo l'aere che diveniva più greve, un'intangibile cappa che lentamente le stava avvolgendo; forse era la patina di sudore della loro pelle ma la viscosità che le insozzava aveva qualcosa di malsano - avvelenava il respiro, ammorbava le carni. Anche Tecna smise di camminare e intimó 《Ragazze, ferme...》 Ma se avesse semplicemente lasciato cadere la frase o se avesse continuato, questo Flora non avrebbe potuto dirlo. Un colpo secco alla nuca talmente rapido e forte da essere indolore - oppure, molto semplicemente, la sofferenza era stata talmente fulminea e lancinante da annullare qualsiasi percezione. E poi sulla Fata dei Fiori calò il buio.
Una volta Medea stette ad ascoltare quei canti insieme a me. Alla fine disse: di noi hanno fatto ciò di cui avevano bisogno. Di te l'eroe, e di me la donna malvagia. Così ci hanno allontanati l'uno dall'altra.
Medea , Christa Wolf
Calvario Laico.
Ci vuole soltanto una vita per essere un attimo.
Cosa vuoi da me, Loredana Bertè
Noi siamo sangue di un mondo lontano. Ubbidiamo a un cuore che batte altrove.
Karl Lubomirski
My brother and I.
Edgar Allan Poe
Sketches for iPoe Collection
Happy Birthday Edgar Allan Poe!
La Muerte Enamorada (Death In Love) by Chema Gil Ramirez
Cronache dall'Ospedale #1
Ieri la mia compagna di stanza ha espresso il desiderio di morire a casa sua. È una signora sulla sessantina attaccata all'ossigeno e a una macchina per l'alimentazione che ti spacca le fottute vene; è una malata terminale .
Chiunque si dica contro l’eutanasia dando per scontato che basti fornire qualsiasi (tortura) cura medica per (accanirsi) fargli desiderare di vivere ancora o è un idiota o non ha mai visto in faccia certe persone; individui coscienti intrappolati tra le pareti del cranio montato su un corpo marcescente. Una poltiglia di carne, ossa e dolore dolore dolore . Quale nobilta, dov'è la dignità in tutto questo? Dov'è la pietà? Non certo per il paziente. La pietà è per i familiari, affinché s'illudano di poterlo trattenere. In attesa di un miracolo. Egoisticamente. Ma forse non è neanche questo. In quei momenti alcuni pregano affinché tutto finisca . Ma non si può. C'è il carcere. Omicidio. Bla bla bla.
La verità è che la Morte è naturale e ineluttabile come la Vita ma a renderla tabù è la Paura. La vigliaccheria di tanti la pagano in relativamente pochi. Incapaci di guardare negli occhi la Morte, pavidi imbecilli che si avvolgono tra le calde pieghe d'una coperta intrecciata di etica e religione non impermeabile ai liquidi putridi che erodono i tuoi organi dall'interno - nonostante tutto ciò che fai il tuo più letale nemico è già all'interno. Sta lì da sempre, da quando sei nato. Puoi chiamarlo DNA. O Destino se ti va .