Aisha era scomparsa.
Quando l'aveva saputo le erano tremate le gambe e la terra, in cui la sua Essenza affondava solide radici, d'un tratto aveva cominciato a risucchiarla; la tenera Madre si era fatta Matrigna nel gorgo che sembrava trascinarla sempre più in basso - nelle viscere del proprio Dolore. Ma la verità era un'altra. La Terra e la Natura erano e resteranno madri amorevoli della loro Custode senza tuttavia poterla preservare dall'angoscia del turbamento che notizie come questa sanno infliggere.
Flora non capiva: la principessa di Andros era la sua migliore amica dunque perché allontanarsi senza avvisarla?
Era anche vero che da quando la sventura nella forma della carestia che aveva preceduto poi un misterioso morbo, si era abbattuta su Andros, la giovane Fata era diventata sempre più sfuggente fino a trincerarsi dietro una preoccupante <del>assenza</del> silenzio che nemmeno lei era riuscita a penetrare.
Alla Corte erano tutti preoccupati per la sua sorte soprattutto a causa del NoMor; era così stata battezzata la malattia nel sangue delle sue vittime. A sentirlo sembrava il nome di un qualche demone ancestrale e in un certo senso lo era: chiunque ne fosse stato contaminato nel giro di una settimana avrebbe avuto le membra consumate dalle pustole e gradualmente avrebbe perso il raziocinio, ma non sarebbe morto - non ancora; ridotto a un ammasso di carne purulenta e sofferenza un'innaturale ferocia avrebbe esasperato i suoi istinti al punto da spingerlo a cibarsi di altri suoi simili nel tentativo di alleviare la fame e l'agonia nel modo più basilare. NoMor, non ancora morti e non più vivi. Zombies li avrebbero chiamati sulla Terra secondo Bloom. <i>Popolo</i> li chiamava Aisha: sudditi, amici, parenti. Che ora stavano lì a disperarsi. Ce l'aveva ancora negli occhi lo scintillio della chioma fulva di Tressa ardere nella luce d'un pallido sole con un sudario di lacrime a offuscarle il viso abbronzato - <i>quegli occhi contenevano l'oceano, erano Oceano e non avrebbe smesso di piangere mai, mai</i>.
Era alta e così minuscola Flora ora che stava percorrendo quel sentiero con le sue amiche e quella giovane che nemica non è ma non è certo amica. Più che altro per come si comportava più che per innato pregiudizio.
Oltre lei c'erano Bloom, Musa, Tecna e la strega di nome Elle; Stella si era rifiutata categoricamente di allontanarsi da Solaria e dal suo agonizzante padre.
E forse era meglio così, meglio che si fosse risparmiata quest'altra preoccupazione a pesarle addosso, macigni sotto i quali l'animo leggero della principessa di Solaria rischiava di frantumarsi in infiniti e piccolissimi cristalli di luce malinconica.
Stavano percorrendo un sentiero attraverso il bosco, una striscia di terra su cui i ciuffi d'erba stavano diventando sempre più numerosi e ampi a testimoniare la volatilità della presenza dell'Uomo e l'imponenza della forza dirompente con cui la Terra si stava riappropriando di ciò che era suo, con dita di legno d'alberi dai lunghi fusti che culminavano in rami contorti su cui le foglie lambite dal vento cantavano inni gioiosi a un cielo limpido che s'intravedeva appena da lì in basso. Eppure era bellissimo.
Gli occhi di Flora non potevano incontrarlo ma poteva <i>sentirne</i> la bellezza nel calore con cui baciava le chiome rigogliose, nel tripudio della natura tutta che li circondava, fitta e selvaggia, traboccante di Vita che palpitava nella linfa degli alberi, tra i petali di esotici e colorati fiori, nel frullare delle ali degli uccelli i cui versi riecheggiavano nella tiepida penombra.
Una grandezza terribile e stupenda. No, non avrebbe dovuto consentire alla lietezza di levigare i suoi crucci o si sarebbe sentita in colpa verso Aisha; eppure era proprio quella sintonia elettiva che aveva con la selva a far sì che il suo animo brillasse della luce riflessa di tutta la gloria della Natura, mentre nei suoi sensi spontaneamente protesi verso quel paesaggio affascinante vibravano energie in frenetici alleluia. Non riusciva a sottrarsi al benessere così razionalmente peccaminoso, così istintivamente giusto - <i>come puoi negare la Verità dei battiti del cuore?</i>
Non poteva. E non appena si fossero allontanati da quello che era uno dei pochi boschi di Andros - pianeta perlopiù marino - allora avrebbe avuto modo di espiare nelle sferzate d'un inesorabile rimorso elevato a potenza.
《Stando a quanto ci è stato riferito da queste parti dovrebbe esserci un villaggio》 Bloom s'interruppe mordendosi il labbro inferiore e spostando gli occhi azzurri verso la cadaverica Strega 《Uno dei pochi ancora risparmiato da NoMor. Sei sicura che in tutto questo non c'entri...》 Si bloccò. No, non aveva il coraggio di pronunciare quel nome, non ancora non di nuovo.
《Valtor? Sinceramente non lo so, ma non mi stupirebbe》 Elle alzò le spalle senza nemmeno rivolgerle un'occhiata; Tecna le stava precedendo di qualche passo lasciandosi andare a qualche imprecazione ogni qualvolta il palmare s'inceppava, ma non perse tempo a rischiarare con la nettezza della logica la torbida nebbia paranoica che aveva preso ad addensarsi da quando avevano saputo chi era il nemico da dover combattere - un'altra volta 《Non ne abbiamo la prova. Non sappiamo nemmeno se quello che dici, Elle, è vero; non sto insinuando la tua malafede, però magari potrebbe non essere così. Insomma, ci vogliono elementi concreti》 Elle sbuffó e alzò gli occhi al cielo spazientita 《Ricordatemi di preciso perché ho scelto di seguirvi nel rintracciare la vostra amica》 ringhió tra sé e fortunatamente non si accorse di Musa che se la stava ridendo sotto i baffi nell'udirla borbottare.
La luce che filtrava attraverso le foglie stava divenendo sempre più intensa allargandosi in pozzanghere che divenivano distesa lucente man mano che la vegetazione si diradava; 《Ecco, quello dovrebbe essere il villaggio》annunciò Tecna allungando il braccio a indicare un punto non troppo lontano della radura che si spalancava davanti a loro, lì dove brillavano i colori vivaci di basse e modeste costruzioni rurali, di contadini e artigiani.
Avanzarono in silenzio e sotto i loro passi il sentiero si faceva via e serpeggiava tra edifici in pietra e muratura dai tetti spioventi, un'unica linea che correva dritta e poi s'incurvava, si diramava nella geometria umile d'un paese che a stento raggiungeva il centinaio d'abitanti. E tuttavia c'era qualcosa di strano - una mancanza.
Non c'erano suoni al di là dello scricchiolio delle loro scarpe e l'affanno dei respiri in petti accaldati sotto i raggi d'un sole cocente; un sole maligno nella cui luce quel luogo si era prosciugato. Flora strizzó gli occhi e li levò verso l'alto storcendo istintivamente il nasino nel materializzarsi d'un vago quanto sgradevole sentore. Si fermò subitaneamente mentre le altre continuavano a macinare metri e a guardarsi attorno spaesate - come se fossero loro a essersi perdute.
《Aspettate》 Quella della Fata dei Fiori sembrava più un'implorazione mentre si portava le mani ai lati della testa e abbassava le palpebre: cercò di richiamare a sé la concentrazione necessaria a entrare in contatto con la terra riarsa, lasciando che il proprio spirito scivolasse al di sotto dei propri piedi fino a infiltrarsi nel terreno, e poi ancora più giù nelle profondità fino a raggiungere l'inestricabile intreccio di radici e seguirle, inseguire quella traccia fetida, estremamente sgradevole che le sue narici avevano catturato. Non avrebbe voluto, si avvicinava molto alla violenza l''ostinazione con cui cercava di riempirsi l'olfatto di quella scia fino a poterne avvertire il retrogusto rancido sulla lingua, per scandagliarla e arrivare a conoscere cos'era quella sorta di marcescenza - <i>aveva quel sapore la mancanza di vita?</i> Così orrenda, così orrenda...
Anche Tecna sembrò intuire qualcosa e prese a occhieggiare attorno furtiva frattanto le dita esperte si muovevano rapide sul palmare. 《Ma che sta succedendo?》 Intervenne Musa attirandosi l'ennesima occhiataccia di Elle 《Davvero ti sfugge, Fata della Musica?》 inarcó sarcastica un sopracciglio e con un cenno del mento indicó il paesaggio circostante 《Questo è praticamente un paese fantasma e l'aria puzza di morte》 Concisa e diretta, forse troppo. Bloom fu scossa da un brivido e Musa sussultó, lasciandosi andare a un rantolo turbato 《Questo silenzio...》Era innaturale. La faceva stare male. Non lo disse ma la sua espressione contratta lo palesava. Nulla di quel luogo apparteneva più alla Vita. Tranne loro.
《NoMor》Una sola parola scaturita dalle labbra di Tecna mosse appena nel modellare il sospetto impadronitosi della mente di tutte; e sulla sua bocca aveva il rintocco della sentenza. Dal piccolo drappello sembrò levarsi un unico sospiro preoccupato.
Intanto Flora aveva riaperto gli occhi e guardava nella direzione d'uno spiazzo che probabilmente costituiva il cuore pulsante del piccolo centro abitato che era stato.
Il disgustoso olezzo sembrava sprigionarsi da lì, emanarsi ed espandersi gradualmente soffondendo l'aere che diveniva più greve, un'intangibile cappa che lentamente le stava avvolgendo; forse era la patina di sudore della loro pelle ma la viscosità che le insozzava aveva qualcosa di malsano - avvelenava il respiro, ammorbava le carni.
Anche Tecna smise di camminare e intimó 《Ragazze, ferme...》
Ma se avesse semplicemente lasciato cadere la frase o se avesse continuato, questo Flora non avrebbe potuto dirlo.
Un colpo secco alla nuca talmente rapido e forte da essere indolore - oppure, molto semplicemente, la sofferenza era stata talmente fulminea e lancinante da annullare qualsiasi percezione.
E poi sulla Fata dei Fiori calò il buio.