Sentir parlare di Design e Creatività, oggi, è così normale. Sono termini diventati di uso comune ma che, spesso, vengono usati in maniera poco corretta.
La creatività spesso viene banalizzata, come a credere che l’essere creativi significhi, semplicemente, inventare cose assurde. In realtà la creatività è uno strumento importantissimo per lo sviluppo culturale della nostra società e il lavoro creativo è fondamentale per affrontare, in maniera innovativa, le nuove problematiche e richieste che il mondo ci offre ogni giorno.
Ma la creatività è uno strumento di lavoro molto complesso, bisogna usarla con metodo e farlo in maniera tale da rimanere nell’ambito della fattibilità di ciò che si progetta.
In tanti hanno provato a codificare, con maggiore o minor successo, un metodo per l’uso della creatività in maniera professionale e gli elementi e le basi comuni di questi metodi sono sicuramente la ricerca e la capacità di mettere insieme fattori diversi.
Questa breve introduzione mi è sembrata necessaria perché, a seguito dell’invito della redazione di Você, ho deciso di parlare di un progetto “semplice”, uno di quei progetti per cui si sente spesso dire:”Questo lo potevo fare anch’io!”, e cercare di spiegare quanto lavoro c’è dietro un progetto di questo genere.
Il progetto che vorrei presentarvi nasce da una ricerca partita nel 2008 sul tema della “glocalizzazione”. Questa ricerca si è allargata negli anni, consci del fatto che la globalizzazione (a cui siamo più abituati) stava e sta appiattendo i nostri gusti e spingendoci sempre più verso produzioni di massa che distruggono tutto il background culturale delle regioni e delle nazioni. Per questo motivo, quello che abbiamo cercato di fare, con diversi prodotti, è stato riscoprire realtà artigianali della nostra terra e riportarle alla luce attraverso una progettazione congiunta, designer-artigiano, ed una scelta di linguaggio globale.
Questo approccio ci ha permesso di confrontarci con materiali e lavorazioni che spesso sono lontani dal nostro vivere quotidiano e, ancora più importante, ci ha permesso di lavorare con artigiani capaci di stupire con la loro maestria e di realizzare prodotti che l’industria globale non potrebbe mai realizzare, raggiungendo, quindi, l’obiettivo primario della “glocalizzazione” e cioè il progettare e realizzare un prodotto che abbia solide radici locali ma capace di avere un linguaggio (e quindi un mercato) globale.
In uno dei nostri viaggi alla scoperta di queste realtà, ci siamo imbattuti in Georg Reinking, un artigiano tedesco che si è trasferito in Italia proprio per apprendere le capacità artigiane di un piccolo paese, Guardiagrele, rispetto alla lavorazione del ferro battuto.
Guardiagrele (in provincia di Chieti), nella storia, è sempre stato riconosciuto come patria dei migliori mastri forgiatori abruzzesi. Questi mastri sono sempre stati legati al materiale che utilizzavano ed a stilemi classici della lavorazione che, seppur in tempo passato aveva portato loro molte ricchezze, attualmente sono in crisi e non riconosciuti come attuali. Georg ha avuto, dalla sua, l’intelligenza di capire che queste lavorazioni potevano permettergli anche l’uso di altri linguaggi, ma prima era necessaria una sperimentazione a riguardo.
Subito dopo questa sperimentazione siamo arrivati noi che abbiamo osservato questa cultura al lavoro, incantati dalla maestria di Georg e dalla bellezza di un materiale così duro, come è il ferro pieno, che nelle sue mani diventava un segno plastico, leggero, abbandonando quella rigidità dello schema classico che aveva contraddistinto il linguaggio usato fino ad allora.
Da questo incontro sono nati i prodotti Fe+Z, sviluppati in maniera sinergica con Georg Reinking (Atelier Ferro).
Questa serie di prodotti strutturano un linguaggio poetico legato alla plasticità del materiale nella sua fase di forgiatura, plasticità che viene usata per creare delle funzioni ed una sorta di sconvolgimento delle caratteristiche fisiche del materiale stesso.
Più precisamente: tutti gli elementi che interagiscono con il ferro (che siano candele o oggetti vari) e che pesano meno del ferro stesso e sono meno resistenti, danno l’impressione di modificare, di curvare, di schiacciare il metallo, deformandolo di volta in volta in maniera plastica, appunto.
Il risultato sono degli oggetti eleganti, minimali ed evocativi, capaci di far capire le caratteristiche tecniche di questa lavorazione in particolare; diventano una sorta di carta d’identità della cultura della forgiatura che è dietro ogni singolo pezzo di ferro.
Il metallo, dunque, diventa strumento per un nuovo linguaggio, adatto agli arredamenti moderni ma carico di quella cultura della lavorazione per forgiatura, tipica di questa piccola parte della regione abruzzese, ottenendo, nella loro semplicità, il risultato auspicato fin dall’inizio e cioè poter essere un prodotto “glocale”, inscindibile dal luogo in cui è stato prodotto ma adatto ad un mercato globale di riferimento.
Questo progetto è un esempio di come la Creatività e la Ricerca siano di stimolo per le culture di tutto il mondo, quando le si usa con intelligenza e con un’idea di sostenibilità. Grazie a questo “semplice” progetto i fabbri forgiatori potrebbero riaprire le loro aziende, avere un mercato di riferimento importante e tornare a caratterizzare la cultura di un territorio.
La creatività è una leva, la ricerca è il suo fulcro, l’importante è saper gestire bene gli elementi in gioco.
Angelo Bucci | deZign Studio
Creatività e Design Sentir parlare di Design e Creatività, oggi, è così normale. Sono termini diventati di uso comune ma che, spesso, vengono usati in maniera poco corretta.