“Casa dolce casa”
Le mie labbra si incrinarono leggermente in una smorfia sarcastica al solo pensiero di considerare l’appartamento del quartiere generale in cui abitavo da ormai 2 anni come “casa”. Come si poteva anche solo paragonare alla casa della mia infanzia a Nancy? Era impossibile, eppure il dovere mi aveva portato qui, a chilometri di distanza dal mio nido, un nido che racchiudeva tutto ciò che avevo di più caro in questa mia vita: la famiglia. D’istinto lo sguardo si posò sul ripiano davanti a me. Nascosta tra i vari fogli volanti che riempivano quasi ogni angolo del mio appartamento, c’era una cornice nera dipinta a mano con delle foglie in rilievo d’argento che racchiudevano una foto. Era la foto che la zia Brigitte aveva scattato il giorno del mio diploma. Per un attimo feci quasi fatica a riconoscere la ragazzina al centro della foto. I capelli corvini erano intrecciati in una lasca treccia che le cadeva lungo la spalla sinistra, scoprendole quel suo volto così piccino in maniera tale da esaltare quei grandi occhioni cerulei, pieni di sogni e progetti. La sognatrice Emme. Al mio fianco, mamma e papà sfoggiavano un sorriso smagliante, mettendo con orgoglio la spilla che papà aveva ordinato per l’occasione con su scritto “Genitori della prima della classe”. Imbarazzante, lo so, eppure vederli così orgogliosi era qualcosa di così appagante, quindi riuscì, almeno per quel giorno, a godermi la giornata e, contemporaneamente, la follia dei miei. Forse era una delle ultime volte in cui vidi mia madre pienamente orgogliosa del mio percorso. Sapevo bene di aver ferito i suoi sentimenti non appena accettai di entrare all'accademia. In quanto figlia unica, conoscevo bene i suoi progetti nei miei confronti: trovare qualcuno che mi trattasse come una principessa, sposarmi con una cerimonia sfarzosa e regalarle dei nipotini da crescere e viziare. Forse era questo il motivo per cui, dal giorno in cui entrai in accademia, non ebbi più il coraggio di scriverle. Tutto le notizie riguardanti il mio percorso le riferivo direttamente a mio padre, relegandole solo argomenti di conversazioni piuttosto “frivoli”, come l’artrite di nonna Sophia.
Sospirai. Mi allontanai dalla cornice, muovendomi in direzione della camera da letto. Avevo bisogno di togliermi di dosso tutto ciò che rappresentava il lavoro, sentivo il bisogno di liberarmi da quello stato d’ansia misto all'adrenalina che mi accompagnava ad ogni missione, anche se solo di addestramento. Mi posizionai davanti allo specchio, scrutando per qualche secondo il mio volto o ciò che si intravedeva dal passamontagna che ero solita indossare come completo da lavoro. Levai lentamente la maschera, permettendo ai miei capelli di liberarsi dalla pressa dell’indumento ed accarezzarmi il volto accaldato e stanco per la dura sessione d’addestramento. In pochi secondi, l’operatrice del GIGN dal nome in codice Twitch lasciò intravedere quell'altra faccia che in pochi conoscevano: la giovane ed ambiziosa Emmanulle, la stessa ragazzina dagli occhioni cerulei pieni di sogni e progetti, solo un po’ più matura.
E se stessi sbagliando? E se stessi chiudendo la porta a ciò che dovrebbe essere una tappa fondamentale della mia vita? In fondo, anche se cercavo sempre di non pensarci, il percorso che stavo affrontando era quasi come una sorta di campo minato per la mia vita sentimentale. Non riuscivo nemmeno ad immaginarmi in un abito da sposa, figuriamoci nelle vesti di madre. D’istinto, portai una mano all'altezza del ventre, percependo una sorta di vuoto che riuscì a turbare quella sorta di equilibrio che mi ero imposta. Ma a chi la davo a bere? Non era per niente vero che una parte di me non ambiva a quelli che erano dei normali progetti di vita, soprattutto ora che ero alla soglia dei miei trentanni.
Forse dovevo ascoltare il consiglio di Gustave e seguire un percorso simile al suo. In fondo, per il nostro Doc, avevo tutte le carte giuste per lavorare nel campo medico: la mia diligenza, il mio forte senso del dovere nel voler dare un contributo con la mia conoscenza tecnica dei complessi robotici e, infine, come diceva Gustave, la mia empatia, quella carta che tutti, compreso anche Gilles, considerava come tallone d’Achille. Eppure Gilles aveva deciso di darmi fiducia, di dare fiducia a quella ragazzina senza alcuna esperienza che voleva a tutti i costi far parte del team capitanato dall'operatore più longevo dei GIGN: Montagne. Gilles era una sorta di padre per me, era quella colonna portante su cui ci si poteva sempre contare, specialmente nel campo nemico. Erano la sua costanza e la sua esperienza a darmi modo di credere nel mio ruolo e nelle mie uniche skill, motivo per cui credevo nel mio drone su cui avevo speso anni ed anni di studio.
Ad interrompere quel flusso disomogeneo di pensieri fu il suono del campanello. Scrutai perplessa la porta del soggiorno. Non aspettavo nessuno, specialmente a quell'ora. Forse era Julien che, come al solito, cercava rifugio nel mio appartamento per sfogarsi di Gilles. Essendo il più piccolo del team, quest’ultimo sfoggiava un atteggiamento piuttosto protettivo che spesso si tramutava in severo nell'osservare il comportamento troppo impulsivo di Rook. Eppure Julien non riusciva proprio a vedere niente di positivo in lui, tanto da essermi ormai abituata alle loro litigate quotidiane.
<Sì?>
Sgranai letteralmente gli occhi non appena vidi Masaru dall’altra parte della porta. La sorpresa mi portò a non accorgermi del leggero velo di rossore che iniziò ad invadere le mie guance.
<Tutto bene, Emmanuelle? Ti vedo strana.>
Masaru inclinò le sue sottili labbra in un, seppur raro, sorriso gentile, tenendo i suoi occhi fissi su di me, come se mi stesse studiando. Mi schiarì la voce, cercando di riprendere il controllo della situazione, o meglio, cercando di riprendere il controllo del mio cervello.
<Tutto bene, sì. Ho dovuto sopportare Julien che si lamentava della ramanzina che Gilles gli ha fatto sul suo essere impulsivo. Ha quasi mandato all’aria il nostro addestramento di stamattina.>
Masaru si lasciò andare in una risata, riuscendo finalmente ad eliminare ogni imbarazzo legato alla sua visita improvvisa. Difficilmente qualcuno aveva mai visto l’operatore dei SAT esprimere delle emozioni. Se ne stava spesso per conto suo, focalizzandosi completamente su quei manuali di ingegneria robotica che si portava appresso con lo scopo di migliorare sempre di più ciò che era il suo particolare drone Yokai. Fu proprio grazie a questa passione in comune che iniziammo a parlare. Io cercavo un’escamotage per far alleggerire lo scheletro esterno del mio drone in maniera tale da installare appositamente il meccanismo di salto tale da poterlo rendere più mobile, mentre Masaru cercava una nuova combinazione d’assemblaggio dei componenti tali da ottimizzare ancora di più le prestazioni del drone. Iniziammo a studiare insieme nel tempo libero. Inizialmente parlavamo solo di ingegneria robotica ma la sua intelligenza e la sua voglia di conoscere i miei pensieri mi rapirono letteralmente. Mi sentivo come una ragazzina alle superiori, eppure ogni volta che Masaru mi invitava a studiare con lui, mi sentivo felice. Iniziammo a parlare pian piano di altri argomenti oltre alla sfera lavorativa, notando in lui una sorta di curiosità nei miei confronti, come se volesse scoprire ancora di più l’altra faccia di Twitch, come se volesse conoscere Emmanuelle.
<Ti ho portato il tomo di cui ti parlavo. Pensavo potesse esserti utile.>
Rimasi sorpresa dalla sua affermazione, tanto che impiegai qualche secondo a metabolizzare la frase prima di rispondergli. Masaru non si era mai presentato davanti al mio appartamento solo per portarmi un libro. Per gli appuntamenti di studio, ci accordavamo durante gli addestramenti, senza alcun impegno. Non riuscivo a comprendere se era una mia illusione o se Masaru era realmente imbarazzato nel mentre mi porgeva quell’enorme tomo che aveva nascosto per tutto quel tempo dietro la schiena. Sentì il cuore battermi sempre più forte, mentre il mio sguardo si fece quasi lucido dalla meraviglia di quello che stava accadendo. Mi sistemai velocemente i capelli nel tentativo di mascherare quell’imbarazzo eppure una voce sembrò attirare l’attenzione nostra.
<Masaru-chan!>
Vidi una ragazza correre, sventolando animatamente la mano. Era difficile non accorgersene visto che stava correndo lungo un corridoio vuoto, urlando con voce quasi stridula il nome del ragazzo.
<Dove eri finito? Sbrigati che perdiamo il tren-> Grace si bloccò di colpo e si voltò verso di me che ero rimasta quasi immobile ai piedi della porta, osservando la scena sotto i miei occhi. Notai un sorriso quasi mellifluo sulle labbra dell’operatrice coreana mentre stringeva al petto il braccio di Masaru. <Oh, Pichon. Non ti avevo vista. Sai, io e Masaru abbiamo un appuntamento ma non lo dire a nessuno.>
Mi sforzai con tutta me stessa nel provare a sorridere a quella sua affermazione, cercando ad ogni costo di evitare dei contatti visivi con Grace e, in particolare, con Masaru. Mi sentivo incredibilmente stupida ad aver pensato che qualcuno potesse provare qualcosa per me, anche solo una semplice simpatia eppure non avevo intenzione di dare alcuna soddisfazione a Grace. Scoppiai a ridere, una risata nervosa ma pur sempre meglio del silenzio che si era generato lungo quel corridoio.
<Non temere, Nam. Ho cose più importanti a cui pensare. Comunque grazie, Masaru. Il tuo libro è in buone mani, appena lo terminerò, te lo lascerò nel tuo cassetto. Ora andate e divertitevi. Su!>
Non mi accorsi di come avessi quasi parlato a macchinetta. Dissi tutto ciò che il mio cervello mi forniva come una buona scusa per allontanarsi da quella situazione tanto che, dopo averli incitati ad andare, non aspettai nemmeno una loro risposta che mi chiusi la porta alle spalle. Con la schiena, scivolai lentamente contro la porta, crollando sul pavimento.
“Stupida... Stupida, stupida Emme.”
Nascosi il mio volto dietro le ginocchia che tenevo strette al petto in un abbraccio, lasciando scendere le lacrime che fino a pochi secondi fa ero stata costretta a trattenere. Faceva un male assurdo, più della paura e dell’ansia che prevalevano nella mia mente la notte prima di una missione, il che faceva riflettere. Forse questo era uno dei motivi per cui Emmanuelle doveva lasciar spazio a Twitch. Forse non ero fatta per lasciarmi trascinare dai sentimenti. Forse il mio vero scopo era quello di dare il mille per cento nelle missioni, utilizzare il mio potenziale per aiutare gli altri. In fondo era la mia vocazione.
Mi asciugai velocemente le lacrime, non volendo che i miei occhi osservassero il riflesso del mio volto umido dallo specchio davanti a me. Nessuno doveva vedere il mio lato fragile, nemmeno io. Raccolsi la tracolla che era rimasta vicino ai piedi della porta e iniziai a frugarci dentro, prima di tirare fuori il mio adorato drone. Normalmente tutti lasciavano i loro gadget di lavoro nella sala d’addestramento dove un team specializzato si occupava di ripararle o di migliorarne di qualità, eppure io ero piuttosto possessiva nei confronti dei miei progetti. L’RSD Model 1 era uno dei miei progetti migliori, il mio orgoglio, tanto che lo consideravo quasi come un figlio.
<Andiamo, mon amour. Maman deve fare delle modifiche per renderti migliore.>












